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domenica 26 agosto 2012

Firenze lo sai, non è servita a cambiarla



Firenze lo sai, non è servita a cambiarla...


Così cantava Ivan Graziani, un artista prematuramente scomparso che ancora non riscuote fra il pubblico dei posteri il successo che meriterebbe.
La citazione è calzante perché recentemente lo storico-medievista Franco Cardini ha proposto – venendo immediatamente avallato dal sindaco Renzi – di riportare i Bronzi di Riace a Firenze, nel luogo che aveva ospitato il loro primo restauro, subito dopo esser stati strappati all'oblio dello Ionio.
L'incipit si presta agevolmente a sottolineare una storia che non cambia: ciclicamente qualcuno si ridesta e propone che i Guerrieri siano trasferiti da Reggio Calabria, da Sgarbi a Stella, sino a Cardini, studioso preparato quest'ultimo, che ben dovrebbe conoscere l'assoluta mancanza di legami storico-ideologici fra Firenze, culla dell'Umanesimo, e i Bronzi, emblema della grecità classica che sulle rive dello Stretto si trovano già intrecciati indissolubilmente con il locale patrimonio di radici e memorie, specie se – sulla base della tesi elaborata dall'archeologo Daniele Castrizio – essi sono opera di uno scultore reggino del V sec. a.C., Pitagora.
Certo, l'unicità dei capolavori e le immense prospettive di guadagno in termini di flussi turistici che deriverebbero da una valorizzazione metodica dei reperti alletterebbero chiunque. Il punto è proprio questo. Fino ad oggi i Reggini hanno fatto davvero troppo poco per invocare il proprio legame coi Guerrieri, hanno fatto davvero troppo poco per meritarseli, e le responsabilità di ciò non ricadono soltanto sugli enti preposti o sui rappresentanti politici.
Non si può pensare di insorgere sempre e solo quando si levano le voci di spostamento. Occorre invece conoscere e documentarsi nel corso delle lunghe pause che intercorrono fra una proposta di tournée e l'altra. Persino nel quarantesimo anniversario (1972-2012) dal ritrovamento delle statue, se non fosse stato per l'iniziativa di alcune associazioni culturali gravitanti nel territorio, il pubblico non avrebbe avuto la possibilità di documentarsi sulle ultime ricerche in proposito.
Insomma, allo stato attuale delle cose, i Bronzi non costituiscono il simbolo dell'identità reggina semplicemente perché sono mancate, negli ultimi quattro decenni, delle opportune strategie di divulgazione finalizzate alla loro conoscenza e alla loro comprensione. Chiedete a un fiorentino chi ha scolpito, e in quale epoca, il Perseo, poi domandate la stessa cosa a un reggino; la risposta sarà indicativa per capire la cronica inconsapevolezza che condanna da centocinquanta anni l'Area dello Stretto a giocare un ruolo di evidente e voluta subalternità rispetto altrove.
A Reggio, purtroppo, l'ignoranza dei molti ci impedisce di esportare il lato migliore di questa terra. Se i nostri figli continueranno a disconoscere l'esistenza dei Pitagora, degli Anassila, dei Barlaam e dei Leonzio Pilato, probabilmente non saremo mai in grado di arginare i sistematici tentativi di spoliazione del nostro patrimonio culturale, se non costruendo una cittadinanza attiva, coerente e coscienziosa, forte della propria identità e dell'esempio dei propri Padri, appreso per obbligo scolastico. I politici si inchineranno ai dettami dei politai, perché esclusivamente in questo consiste il loro servizio.
Ma – approfittiamo ancora una volta della pazienza di Ivan Graziani – di tempo ce n'è/ in questa città/ fottuti di malinconia e di Lei.

Natale Zappalà

martedì 21 agosto 2012

RADICI i culti cittadini a Reggio fra paganesimo e cristianità


La testa laureata di Apollo impressa sulle monete reggine della fine del V sec. a.C.

Il calendario del reggino brulica ancora, all'inizio del III millennio dell'era volgare, di feste sacre ispirate al sovvertimento della quotidianità tramite l'evasione momentanea dalle briglie della routine.
Le ricorrenze religiose si contraddistinguono spesso, sulle rive dello Stretto di Scilla in particolare e nel Mezzogiorno in generale, nell'accostare ai già citati momenti di evasione dall'ordinaria follia un aspetto, per così dire, “rituale”, costituito di processioni più o meno lunghe, durante le quali la statua del patrono o della matrona di turno viene recata in trionfo (occhio ai termini: il trionfo era la sfilata del generale romano vittorioso, l'imperator, di ritorno dall'impresa militare) per le vie del borgo o della città.
Molti antropologi o storici delle religioni hanno opportunamente sottolineato l'innegabile somiglianza che lega le feste patronali/matronali odierne e le antiche ricorrenze pagane. Si tratta di similitudini evidenti soprattutto nel caso di Reggio, in merito a cui, le fonti – gli scritti degli antichi autori, con l'ausilio della documentazione epigrafica – hanno registrato l'esistenza di celebrazioni in onore ad Apollo, Artemide, Atena e Dioniso. Non sono tuttavia pervenute informazioni dettagliate relativamente all'una o all'altra festa, ma certamente in riferimento ai culti poliadi – in onore alle divinità tutelari della città – si possono desumere alcuni dati sostanziali.
A Reggio le divinità tutelari, connesse a livello mitico alla fondazione stessa della polis, erano Apollo ed Artemide. In occasione di una festa primaverile dedicata ad uno di questi numi era solito esibirsi un coro di trentacinque giovani proveniente da Messina, diretti da un maestro ed accompagnati da un flautista. Tale ricorrenza, risalente quantomeno al V sec. a.C., univa simbolicamente le due città dello Stretto, i cui destini politici, d'altronde, risultano spesso intrecciati nel corso della loro storia, basti pensare alla rifondazione della città peloritana (489/488 a.C.) ad opera del tiranno reggino Anassila.
Al medesimo contesto agonale – dedicato ad Apollo Archegetes (“fondatore”) sulla scorta della circostanziata tesi avanzata da Felice Costabile, docente di epigrafia e storia del diritto romano presso l'Università “Mediterranea” di Reggio Calabria – vengono ricondotti un rito di purificazione delle donne sposate, consistente nell'esecuzione di canti corali (“peana”), al termine del quale venivano raccolti dei ramoscelli d'alloro nella boscaglia intorno al tempio di Apollo Minore – con buona probabilità identificabile nell'edificio cultuale di età classica rinvenuto nel 1978 nell'area dell'odierna Rada Giunchi –, che venivano poi trasportati in Ellade, al santuario di Delfi, sede del celebre Oracolo; proprio il vaticinio della Pizia, tanto per chiudere il “cerchio rituale” della memoria antica, aveva indicato a Calcidesi e Messeni provenienti dalla penisola greca il sito in cui fondare Reggio, nell'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.
Se la lunga durata, sessanta giorni, di queste presunte Apollinee induce ad ipotizzare una frequenza pluriennale (magari quattro anni) della ricorrenza, altrettanto solenni dovevano essere le Artemisie registrate dalla tradizione popolare cristiana – nonché da molte iscrizioni di età ellenistica e romana – in riferimento alla venuta di Paolo di Tarso a Reggio, e quindi alla cristianizzazione della città. Dalle notizie pervenute in proposito si sa che l'intera cittadinanza in giubilo si recava presso il promontorio Pallantion – denominazione emblematica, quest'ultima, richiamante delle altre località sacre ad Artemide, in Grecia e persino a Roma –, la medievale Punta Calamizzi, vero e proprio simbolo ancestrale della regginità. Sul Pallantion, in età protostorica, era perito il primo fondatore di Reggio, l'Eolide Giocasto, morto in seguito al morso di un serpente velenoso ed oggetto di un culto eroico in epoca classica. Spetterà poi ai Cristiani il compito di convertire in positivo il ricordo del serpente omicida, edificando in loco la chiesa di San Giorgio Drakoniaratis, cioè “del serpente”. Ammesso che l'arrivo di Paolo, tradizionalmente immune, insieme ai suoi discendenti (i cosiddetti “sanpaolari” del folklore meridionale) al veleno animale, non sia stato localizzato sul Pallantion, una lingua di terra totalmente pervasa dal ricordo ossessivo dei rettili, in maniera del tutto casuale.
Ricompattamento del corpo civico, scansione del tempo e dei cicli stagionali, rottura degli schemi della quotidianità, temporanea sovversione dell'ordine sociale con ampi spazi di libertà garantiti alle componenti emarginate come donne, schiavi e meteci (liberi-non cittadini ivi residenti per ragioni commerciali): questi, in sintesi, i tratti salienti delle festività pagane di un tempo.
Che cosa è cambiato oggigiorno? Le processioni cristiane non seguono forse il tracciato viario della città antica, trasportando la statua del patrono/matrona dalla acropoli al santuario extra-urbano? Non sono forse i sindaci, massime autorità cittadine al pari di arconti e pritani del passato, a guidare, con l'ausilio dei sacerdoti, i cortei? E non sono soprattutto i lavoratori, componenti emarginati della società del Terzo Millennio dominata da banche, tasse e sprechi, a trarre giovamento dal giorno di riposo accordatogli?
Poco è cambiato, fra religione, ritualità e significati pragmatici di entrambe, nel trapasso plurimillenario che separa Artemide dalla Madonna della Consolazione, ma certamente, inquadrando i fattori di continuità e rottura che intercorrono fra ieri ed oggi attraverso una prospettiva storicistica coerente e scientificamente fondata, ciò che rimane – ed è già molto – sono le nostre radici.

Natale Zappalà