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mercoledì 27 giugno 2012

RADICI: Indigeni e greci nel territorio reggino


Una suggestiva veduta di Calanna (RC)


Niente alimenta le sempre vive strumentalizzazioni politiche della Storia quanto la questione dell'autoctonia, la possibilità di individuare precisamente gli abitanti originari di un dato territorio al fine di giustificarne il possesso ab antiquo. Nel caso dell'odierna Calabria – una denominazione che in effetti ha poco di autoctono, essendo originaria del Salento, poi traslata in epoca alto-medievale alla regione attualmente chiamata in tal modo –, spesso ci si imbatte in grossolane inesattezze per quel che concerne la definizione delle popolazioni indigene: non è un caso che certa storiografia presenti i Bruttii o Brettiii (da cui deriva il toponimo latino Bruttium) come gli abitanti originari di quelle zone. Niente di più impreciso, dal momento che i Bruttii o Brettii che dir si voglia furono in realtà un gruppo di mercenari di eterogenea provenienza etnica – con ogni probabilità una componente ribellatasi ai Lucani, altro popolo multietnico – installatasi (costituiranno una struttura politica di tipo federale con Cosenza capitale) nella punta dello Stivale solo a partire dalla metà del IV sec. a.C.; certo, essi parlavano una lingua osca non dissimile da quella parlata dai veri autoctoni e si assimilarono ad essi, ma retrodatare l'avvento dei Bruttii/Brettii all'Età del Bronzo ci appare come un vero e proprio attentato al rigore scientifico e al buonsenso.
Ma chi erano questi autoctoni? Le fonti parlano di Enotri, Ausoni, Itali e ancora Siculi o Morgeti, spesso in riferimento a presunti sovrani eponimi (cioè destinati a dare il nome ai loro stessi popoli) ed inventori o iniziatori di aspetti essenziali della realtà quale l'agricoltura stanziale o i pasti in comune, giunti nel profondo Sud alle soglie dell'Età del Ferro.
In merito ad essi risulta certa la sola provenienza indoeuropea, mentre rimane confusa l'identificazione etnico-geografica. In altri termini, tutti i popoli che ereditarono da questi precursori il possesso del Meridione, Greci e Romani, in omaggio alla già accennata “teoria del possesso ab antiquo”, preferivano parlare di Enotri, considerati provenienti dalla regione ellenica dell'Arcadia (e quindi affini ai Greci), piuttosto che di Ausoni, proto-latini (e quindi riconducibili alla facies romana).
Sembra altresì più probabile che tutte le suddette denominazioni – Enotri, Ausoni, Itali ecc. – siano da rimandare ad un unico popolo, poi ramificatosi, per migrazioni, ribellioni o conquiste, in varie tribù, guidate da altrettanti re eponimi, Enotrio/Enotri, Ausonio/Ausoni, Italo/Itali, Sikelos/Siculi, Morgete/Morgeti; come spesso accade, tuttavia, sarà stato il sovrano a prendere a posteriori il nome del popolo, e non viceversa.
Relativamente all'odierna provincia di Reggio Calabria, le fonti, teste Tucidide, affermano che Siculi e Morgeti, di stirpe italica, abitavano, ancora alla fine del V sec. a.C., le alture dell'Aspromonte, mentre i Greci avevano occupato i principali luoghi di approdo, assicurandosi poi il controllo delle arterie viarie di comunicazione. Dei primi si sa che, pressappoco all'epoca della guerra di Troia, passarono dall'Italia alla Sicilia, determinandone la denominazione; i secondi, anch'essi proto-latini, hanno lasciato in loco qualche traccia a livello toponomastico, come dimostra il toponimo San Giorgio Morgeto. Dal punto di vista archeologico, una peculiarità ascrivibile ai Siculi è da ricercare nelle caratteristiche necropoli “a grotticella”, una delle quali, relativamente al territorio reggino, è stata rinvenuta a Calanna.
L'arrivo dei Greci sulle rive dello Stretto, alla fine dell'VIII sec. a.C., comporta presumibilmente la relegazione forzata delle componenti indigene verso l'entroterra, come dimostrerebbe la notizia relativa ad un coevo complesso di palafitte ubicato presso l'odierna Piazza Garibaldi di Reggio e presentante tracce di distruzione violenta, segno evidente che lo sbarco dei Calcidesi alla foce del Calopinace fu seguito da una serie di scontri per il possesso della terra. Alle iniziative violente si accompagnano tuttavia delle strategie propagandistiche di sincretismo e rifunzionalizzazione, messe in atto dai Greci nei confronti del patrimonio religioso e culturale siculo. Lo stesso toponimo cittadino, Rhegion, mantenuto dai nuovi arrivati, rimanderebbe alla lingua osca (parlata dai Siculi) e al termine rex, nell'accezione di “città regale”, in riferimento al complesso dei miti autoctoni legati ad Eolo (forse un re-divinizzato, prima di divenire il dio dei venti) e alla sua progenie. Uno dei figli di Eolo, Iokastos, secondo la leggenda avrebbe fondato il primo nucleo urbano sulle rive dell'Apsia/Calopinace, e i Calcidesi ne manterranno viva la memoria, attribuendogli un culto eroico post-mortem; il sepolcro di Iokastos, ubicato presso il promontorio Pallantion, la sacra penisola dei Reggini oggi scomparsa, rappresenta un evidente segno di continuità religiosa e ideologica fra indigeni e greci.
D'altronde, la componente indigena non scomparirà dal territorio reggino, sebbene relegata sulle alture aspromontane, instaurando rapporti politici ed economici che, a seconda del contesto, saranno di autonomia o di parziale dipendenza. Metauros, odierna Gioia Tauro, è un esempio di emporion (piazzaforte commerciale) la cui documentazione archeologica mostra tracce di cooperazione e convivenza fra Greci e Siculi. Fra gli autoctoni viene reclutata, molto probabilmente, sia la manodopera servile o dipendente che la fanteria leggera (arcieri, frombolieri, portatori di lancia) per le campagne militari stagionali.
Saranno gli effetti di un conflitto “totale” come quello del Peloponneso – così diverso dalle consuete devastazioni dei campi coltivati praticate sino alla fine del V sec. a.C. –, lungo ed impegnativo e per questo assai pretenzioso per eserciti costituiti da soli cittadini, costretti a lasciare le proprie case e i propri interessi, a richiedere l'impiego stabile di bellicosi mercenari di professione come quelli campani, ingaggiati per la prima volta proprio dai Reggini in Sicilia.
Proprio fra tali “signori della guerra” si annoverano i Brettii/Bruttii il cui segno distintivo è rappresentato dai caratteristici cinturoni in bronzo onnipresenti nei corredi funerari –, destinati a mutare per sempre la fisionomia politica e geografica della Magna Grecia, conquistando le principali poleis e costituendo una costante spina nel fianco per gli Elleni d'Italia, almeno sino all'avvento di Roma.

Natale Zappalà

martedì 19 giugno 2012

PISTIS - STORIA DELLE RELIGIONI: Il Politeismo


Lo scopo di questa nuova rubrica consiste nel fornire ai lettori una serie di nozioni imprescindibili per comprendere la dimensione storica del fenomeno religioso, indagata dal punto di vista scientifico e quindi aliena da qualsivoglia condizionamento fideistico, con l’augurio che i lettori comprendano una verità inconfutabile: ogni credo ha un valore essenzialmente soggettivo e giammai universalmente valido. Qualsiasi condizionamento della libertà religiosa altrui deve pertanto intendersi come una violazione di un diritto inalienabile.


Il politeismo è una categorizzazione storico-religiosa che si lega alle culture cosiddette “alte”, caratterizzate da insediamenti stanziali, conoscenza delle pratiche agricole ed alfabetizzazione diffusa, in grado di elaborare raffinate speculazioni teogoniche (relative cioè all'origine degli dei) e cosmogoniche (relative alle origini del mondo), sul modello dell'Enuma Elish babilonese o delle Genealogie di Esiodo.
La credenza in una pluralità di personalità divine, in altri termini, non basta per contraddistinguere un credo politeistico: sarà infatti necessario che ogni singola divinità, a differenza di altri contesti religiosi quali l'animismo, non si identifichi mai con l'ambito cosmico che presiede. Un esempio servirà a rendere l'idea: Apollo è il dio greco del sole, ma trascende fisicamente il sole, essendo dotato di spiccata e specifica personalità. Gli dei del politeismo sono immortali ma non eterni, a differenza dei monoteismi non sono né increati, né eterni; spesso immaginati con fattezze antropomorfiche, essi possono nascere e persino fecondare donne mortali, dando talvolta vita ad eroi e semidei (i greci Eracle, Giasone, Enea ecc.)
Il complesso delle divinità politeistiche risulta inserito all'interno di una struttura ordinata per funzione dinastica (tutti gli dei sono legati da rapporti parentali) e dipartimentale (ogni dio dispone di uno o più ambiti cosmici di riferimento), il pantheon (“tutti gli dei”). Chiaro che non si tratta di regole immutabili, quanto di consuetudini soggette a fattori geografici – una particolare località può venerare una divinità tutelare (in Grecia detta “poliade”, relativa alla città) piuttosto che un'altra – politici o culturali. Frequenti, specie in relazione al politeismo romano, i fenomeni di sincretismo – la mescolanza di dottrine religiose eterogenee – o di assimilazione; in quest'ultimo caso vengono accomunate personalità divine relative a contesti religiosi differenti: la fenicia Astarte viene ricondotta alla siriaca Atagartis, all'egizia Iside, alla greca Afrodite, alla romana Venere e così via.
Sincretismi ed assimilazioni sono casistiche rese possibili dalla mancanza, rispetto ai monoteismi “storici” (Islam, cristianesimo ed ebraismo), di fondamentalismi, intolleranze o esclusivismi all'interno della mentalità religiosa politeistica. Un determinato credo può tuttavia essere osteggiato per motivazioni “politiche”, quando cioè esso mette a repentaglio l'ordine costituito. Esiste infatti un legame inscindibile fra politeismo e “stato”, che dipende dal particolare rapporto che ne caratterizza i fedeli, il cosiddetto “culto pubblico”. I culti politeistici hanno, de jure, lo scopo di onorare gli dei (attribuendogli la timé, la venerazione che gli spetta) quasi per scongiurarne l'intervento e le eventuali punizioni, ma de facto il loro fine ultimo è quello di inquadrare il popolo e scandire tempi e ritmi della vita sociale, definendone il calendario. Ne consegue che il rapporto divinità-fedele diviene essenzialmente ritualistico, ragion per cui, sovente, culti maggiormente partecipativi ed intimistici come i culti misterici ed orgiastici, ed in generale quelli di ascendenza orientale come Cibele ed Attis, furono accettati con entusiasmo e sincera devozione, specie per tutti coloro che non si accontentavano di vuoti sacrifici e banchetti rituali.
Nella seconda metà del I sec. d.C. persino il nascente cristianesimo verrà considerato alla stregua degli spiritualmente appaganti culti orientali (il mitraismo, altro culto di matrice orientale, fu per decenni uno scomodo “concorrente” per i cristiani), salvo poi venire sistematicamente avversato per le sue intrinseche caratteristiche di esclusivismo – come tutti i monoteismi esso esclude la convivenza con altre fedi religiose –, capaci di mettere in discussione l'equilibrio sociale dell'Impero Romano. In effetti le motivazioni giuridiche delle persecuzioni contro i cristiani sono da ricercare in questioni squisitamente politiche: se un cittadino romano non sacrifica al princeps, non partecipa a processioni e a banchetti rituali, se crede che tutti gli uomini siano uguali e che questa vita è solo un “passaggio” per l'aldilà, allora è un “cattivo cittadino” che mette in pericolo lo status quo.
Ci vorrà tutta l'abilità diplomatica di Paolo di Tarso e degli altri “Padri della Chiesa” per convincere gli imperatori romani che i cristiani potevano essere al contempo pecorelle di Dio e sudditi ossequiosi, quindi Roma non doveva temere l'Ekklesia (la nuova “assemblea dei credenti” cristiana). Lo capirà Costantino, nel IV secolo; ma questa, come si suol dire, è un'altra storia...

Natale Zappalà
natalezappala.blogspot.com