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mercoledì 9 maggio 2012

PISTIS - Rubrica di Storia delle Religioni: Etimologie e distinzioni


Lo scopo di questa nuova rubrica intitolata "Pistis" ("credenza" in greco antico) consiste nel fornire ai lettori una serie di nozioni imprescindibili per comprendere la dimensione storica del fenomeno religioso, indagata dal punto di vista scientifico e quindi aliena da qualsivoglia condizionamento fideistico, con l’augurio che i lettori comprendano una verità inconfutabile: ogni credo ha un valore essenzialmente soggettivo e giammai universalmente valido. Qualsiasi condizionamento della libertà religiosa altrui deve pertanto intendersi come una violazione di un diritto inalienabile.


Il termine “religione” deriverebbe, secondo le testimonianze di Cicerone e Lattanzio, da due verbi latini, relegere ovvero religare: il primo nell’accezione di “ripercorrere” o “rileggere attentamente” il rapporto rituale con gli dei, il secondo nel senso di “vincolare” l’uomo a Dio. La tesi di Lattanzio appare però già condizionata dall’avvento del monoteismo cristiano, laddove il rapporto essenzialmente pratico-ritualista del politeismo romano dovette probabilmente costituire il contesto originario entro cui venne coniato il termine.
Al di là dell’etimologia, oggi possiamo identificare la “religione” con il rapporto che ogni uomo ha con il prius e il supra, cioè con qualcuno o qualcosa che pre-esiste e che sovrasta idealmente gli esseri umani. Con ogni probabilità furono i primi approcci con fenomeni naturali come la pioggia, i fulmini o la morte a stimolare la nascita dell’atteggiamento religioso negli uomini.
Come si studiano scientificamente la religione o, per meglio dire, le religioni? Applicando il cosiddetto “metodo storico-comparativo”, consistente nel rintracciare all’interno di ogni fenomeno confessionale peculiarità, origini e sviluppo per poi confrontarle con altri fenomeni, in modo da tracciare analogie e differenze finalizzate a redigere delle “categorie”, certamente non rigide o universalmente valide – ogni religione mantiene sempre la propria specificità –, al fine di comprendere degnamente, seppur schematizzando, l’oggetto di studio.
Una prima forma di categorizzazione distingue le religioni “etniche” da quelle “fondate”. Le prime si presentano come elemento essenziale dell’identità culturale del popolo che le tramanda, mentre le seconde si configurano in relazione ad un fondatore realmente esistito, che ne ha elaborato la dottrina, consegnandola oralmente ai suoi seguaci o codificandola in forma scritta, magari veicolandola all’interno di un testo “sacro”.
Qualche esempio farà chiarezza: l’ebraismo rientra nella tipologia delle religioni etniche, essendo il messaggio religioso facente riferimento a Yahweh da sempre un elemento distintivo del popolo ebraico. L’Islam costituisce invece il classico esempio di religione fondata: il messaggio religioso della confessione è stato elaborato nel VII sec. d.C. da Muhammad (solitamente italianizzato in Maometto), venendo poi trasmesso ai fedeli attraverso un testo sacro, il Corano.
A conferma di come queste schematizzazioni non debbano in alcun modo essere considerate fisse o gerarchizzanti, sarà opportuno precisare che, per esempio, nel caso del Cristianesimo, annoverato fra le religioni fondate, la figura del fondatore, Gesù di Nazareth, presenta caratteristiche diverse da Maometto. Il Cristo insegnò ad un gruppo di discepoli ma non scrisse nulla, e il corpus dottrinale della confessione cristiana, nata nel contesto dell’ebraismo, si formò in maniera graduale, attraverso elaborazioni successive alla sua morte; ecco perché molti studiosi del settore, forse non del tutto a torto, indicano in Paolo di Tarso il vero fondatore del Cristianesimo.
Ciò non implica, d’altra parte, che il messaggio religioso islamico sia stato immediatamente “definitivo”, basti pensare alle scuole coraniche che, nei secoli successivi alla morte di Maometto, cercarono di adattare il variegato complesso delle prescrizioni coraniche alle mutevoli condizioni della società in divenire.
D’altronde, negare il divenire storico a cui tutte le religioni sono perennemente soggette – così come tutte le cose umane – significa abbandonare qualsivoglia presupposto di scientificità, uno strumento essenziale per meglio comprendere l’Uomo, le sue idee, e rifuggire dalle intolleranze.

Natale Zappalà

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