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giovedì 24 maggio 2012

RADICI: La bella Giulia a Reggio

Sarà stata certamente una donna bella e sensuale Giulia Maggiore (39 a.C. - 14 d.C. circa), figlia del princeps romano Augusto e di Scribonia, moglie di tre diversi mariti (rispettivamente Marcello, Agrippa e Tiberio, tutti eredi al trono), ma soprattutto amante di tanti uomini secondo i non lusinghieri giudizi che di lei hanno tracciato le fonti dell'epoca: “inquinata dalla lussuria” secondo Velleio, “di costumi licenziosi” secondo Plinio. Non che le ricche matrone romane, con buona pace degli ipocriti e propagandistici interventi legislativi a favore della moralità dei costumi promanati proprio da Augusto, fossero così scrupolosamente ossequiose al vincolo di fedeltà matrimoniale, intente com'erano ad allacciare di frequente relazioni extraconiugali con altri patrizi o con i più famosi gladiatori dell'epoca.
Giulia, figlia di Augusto
(ritratto di Pavel Svedomskiy)
Più probabilmente i giudizi storici su Giulia Maggiore risultano inquinati dal suo coinvolgimento nelle trame di una congiura finalizzata all'abbattimento del potere augusteo, in seguito alla quale la fanciulla, rasentando la condanna a morte, venne infine condannata (2 a.C.) all'esilio forzato sulla piccola isola di Pandateria (odierna Ventotene), un piccolo paradiso di due chilometri quadrati al largo delle coste laziali e toscane, con l'espresso divieto di bere vino, vedere uomini e ricevere qualsiasi visita non previamente autorizzata dall'imperatore.
Lo storico Tacito e il biografo Svetonio scrivono che la pena inferta a Giulia fu mitigata, dopo qualche anno (5 d.C.), per espressa volontà popolare, ed ella ottenne il trasferimento a Reggio, sulle rive dello Stretto, allora annoverata fra le città più belle, ricche e colte del Mezzogiorno italiano. Dopo tre mariti e svariati parti, alcuni dei quali infelici (senza contare che Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Agrippa e Giulia e designati quali eredi al trono, morirono entrambi in giovane età), l'ancora piacente matrona prese dimora presso una bella domus non lontano dall'odierno Lungomare Falcomatà dove, secondo la tradizione, visse fino alla sua morte, sopraggiunta poco dopo il 14 d.C.; sembra che l'ultimo dei suoi mariti, il neo-imperatore Tiberio, l'avesse privata di tutti suoi beni e di qualsiasi compagnia negli ultimi giorni della sua vita, estremo castigo volto a suggellare nell'odio un matrimonio infelice e le ripetute infedeltà della donna, specie con Iullo Antonio, figlio del defunto triumviro sconfitto da Augusto ad Azio.
Un'incisione ritraente Reggio nel XVII sec.
Il cerchio indica la zona dove sorgeva la Torre di Giulia
Il legame fra Reggio e Giulia risulta testimoniato dalla tradizionale identificazione di una fortificazione medievale, la cosiddetta “Torre di Giulia”, con la dimora che ospitò la sfortunata figlia di Augusto. La costruzione, caratterizzata da un'imponente struttura quadrata di dieci metri per lato, venne realizzata in realtà in epoca romea (probabilmente fra il IX e il X sec.) e sorgeva alla fine dell'odierna via Giulia (poco distante dall'area dove oggi sorge Villa Zerbi). Inglobata nella cinta muraria aragonese (il cui tessuto urbano era molto meno esteso rispetto al passato) e collegata alla città tramite un ponte ad arco, la torre svolse un rilevante funzione di controllo visivo della zona compresa fra la porta settentrionale di Reggio, Porta Mesa (ubicata fra le odierne vie Palamolla e 2 Settembre 1847), e la batteria di San Francesco sul Lungomare, prima della sua demolizione, decretata alla fine del XVIII sec. in omaggio alle richieste, per così dire, “di razionalità ed ortogonalità” imposte dal piano urbanistico Mori, elaborato in seguito al disastroso sisma del 1783. Ampi viali realizzati ex novo si sostituirono al dedalo delle viuzze medievali, cominciando a cancellare impietosamente – così come avverrà, dopo il terremoto del 1908, con il “piano De Nava” – l'originaria e plurimillenaria fisionomia della polis dello Stretto. Chissà se l'ultima raffigurazione del manufatto non sia da ravvisare in un'incisione, illustrante la rappresentazione di una commedia dell'arte con protagonista la maschera reggina Giangurgolo, presente nel “Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile” di Jean-Cloude Richard de Saint-Non (1781-85). In effetti, osservando il ritratto (vedi immagine allegata), a destra della scena si nota un antico edificio di struttura quadrangolare sormontato da colonne e collegato ad un ponte ad arco sullo sfondo; una torretta, un'abitazione o magari ambedue le cose (magari una struttura difensiva rifunzionalizzata in abitazione o viceversa)?
L'incisione del Saint-Non
La vox populi reggina localizzava dunque nell'area della torre la dimora e soprattutto la sepoltura della bella Giulia. Una tradizione popolare che sembra tuttavia suffragata da alcuni ritrovamenti effettuati nel corso di cantieri edili effettuati in loco fra il 1773 e il 1790 e segnalati dallo scrittore Giuseppe Logoteta: un pavimento di mosaico, due cantoniere, un'ulteriore pavimentazione in tufo, ruderi di pareti e un volto umano scolpito in creta, ma soprattutto un architrave (oggi custodito al Museo Nazionale della Magna Grecia) reimpiegato come materiale edilizio in una struttura abitativa più recente con iscrizione dedicatoria ad Iside e Serapide, presumibilmente parte del santuario dedicato alle divinità egizie che doveva trovarsi nell'area dell'odierno Largo San Marco, fra Via Reggio Campi e Via Possidonea. Le indagini stratigrafico-archeologiche sulla maggioranza di questi reperti non sono state condotte, i resoconti “eruditi” come quelli del Logoteta andranno pur sempre presi con le molle, ma si può comunque ipotizzare l'esistenza di una villa signorile nell'area in questione, che magari ha legittimato l'insorgere della diceria popolare legata a Giulia.
La verità, in fondo, è che la storia reggina si presenta come un oceano di segreti e misteri ancora da decodificare, nella speranza che il fascino della ricerca ridesti finalmente l'entusiasmo dei posteri.

Natale Zappalà

mercoledì 9 maggio 2012

PISTIS - Rubrica di Storia delle Religioni: Etimologie e distinzioni


Lo scopo di questa nuova rubrica intitolata "Pistis" ("credenza" in greco antico) consiste nel fornire ai lettori una serie di nozioni imprescindibili per comprendere la dimensione storica del fenomeno religioso, indagata dal punto di vista scientifico e quindi aliena da qualsivoglia condizionamento fideistico, con l’augurio che i lettori comprendano una verità inconfutabile: ogni credo ha un valore essenzialmente soggettivo e giammai universalmente valido. Qualsiasi condizionamento della libertà religiosa altrui deve pertanto intendersi come una violazione di un diritto inalienabile.


Il termine “religione” deriverebbe, secondo le testimonianze di Cicerone e Lattanzio, da due verbi latini, relegere ovvero religare: il primo nell’accezione di “ripercorrere” o “rileggere attentamente” il rapporto rituale con gli dei, il secondo nel senso di “vincolare” l’uomo a Dio. La tesi di Lattanzio appare però già condizionata dall’avvento del monoteismo cristiano, laddove il rapporto essenzialmente pratico-ritualista del politeismo romano dovette probabilmente costituire il contesto originario entro cui venne coniato il termine.
Al di là dell’etimologia, oggi possiamo identificare la “religione” con il rapporto che ogni uomo ha con il prius e il supra, cioè con qualcuno o qualcosa che pre-esiste e che sovrasta idealmente gli esseri umani. Con ogni probabilità furono i primi approcci con fenomeni naturali come la pioggia, i fulmini o la morte a stimolare la nascita dell’atteggiamento religioso negli uomini.
Come si studiano scientificamente la religione o, per meglio dire, le religioni? Applicando il cosiddetto “metodo storico-comparativo”, consistente nel rintracciare all’interno di ogni fenomeno confessionale peculiarità, origini e sviluppo per poi confrontarle con altri fenomeni, in modo da tracciare analogie e differenze finalizzate a redigere delle “categorie”, certamente non rigide o universalmente valide – ogni religione mantiene sempre la propria specificità –, al fine di comprendere degnamente, seppur schematizzando, l’oggetto di studio.
Una prima forma di categorizzazione distingue le religioni “etniche” da quelle “fondate”. Le prime si presentano come elemento essenziale dell’identità culturale del popolo che le tramanda, mentre le seconde si configurano in relazione ad un fondatore realmente esistito, che ne ha elaborato la dottrina, consegnandola oralmente ai suoi seguaci o codificandola in forma scritta, magari veicolandola all’interno di un testo “sacro”.
Qualche esempio farà chiarezza: l’ebraismo rientra nella tipologia delle religioni etniche, essendo il messaggio religioso facente riferimento a Yahweh da sempre un elemento distintivo del popolo ebraico. L’Islam costituisce invece il classico esempio di religione fondata: il messaggio religioso della confessione è stato elaborato nel VII sec. d.C. da Muhammad (solitamente italianizzato in Maometto), venendo poi trasmesso ai fedeli attraverso un testo sacro, il Corano.
A conferma di come queste schematizzazioni non debbano in alcun modo essere considerate fisse o gerarchizzanti, sarà opportuno precisare che, per esempio, nel caso del Cristianesimo, annoverato fra le religioni fondate, la figura del fondatore, Gesù di Nazareth, presenta caratteristiche diverse da Maometto. Il Cristo insegnò ad un gruppo di discepoli ma non scrisse nulla, e il corpus dottrinale della confessione cristiana, nata nel contesto dell’ebraismo, si formò in maniera graduale, attraverso elaborazioni successive alla sua morte; ecco perché molti studiosi del settore, forse non del tutto a torto, indicano in Paolo di Tarso il vero fondatore del Cristianesimo.
Ciò non implica, d’altra parte, che il messaggio religioso islamico sia stato immediatamente “definitivo”, basti pensare alle scuole coraniche che, nei secoli successivi alla morte di Maometto, cercarono di adattare il variegato complesso delle prescrizioni coraniche alle mutevoli condizioni della società in divenire.
D’altronde, negare il divenire storico a cui tutte le religioni sono perennemente soggette – così come tutte le cose umane – significa abbandonare qualsivoglia presupposto di scientificità, uno strumento essenziale per meglio comprendere l’Uomo, le sue idee, e rifuggire dalle intolleranze.

Natale Zappalà