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sabato 25 febbraio 2012

La Vespa e il greco



La Vespa e il greco: con tale titolo Fedro avrebbe riassunto, traducendola in forma di storiella, la proposta avanzata dal giornalista televisivo Bruno Vespa in merito all'opportunità di sostituire lo studio della lingua greca al liceo classico in favore di un idioma moderno. Il tutto in ossequio ad una presunta osticità della grammatica ellenica e di un'altrettanto ipotetica – a dir di Vespa – superiorità del latino, che farebbe «la differenza fra la cultura squisitamente umanistica e quella squisitamente scientifica», meritando così di continuare ad essere insegnato.
Affermazioni facilmente confutabili, a partire dal maggiore grado di difficoltà, in termini di studio ed apprendimento, attribuito al greco. Il grado di comprensione di una lingua è un fattore altamente soggettivo, difficilmente rapportabile in valutazioni generalizzanti: chi scrive, per esempio, trova molto più complicato lo studio del latino rispetto a quello del greco, a meno che la presunta “osticità” sventolata dal Vespa non dipenda da questioni grafiche, vale a dire la diversità di alfabeto.
Esaminiamo poi la questione relativa al latino che farebbe «la differenza fra la cultura squisitamente umanistica e quella squisitamente scientifica». Non sarà superfluo sottolineare che la prospettiva vespiana di fatto ribalta quella della stessa società letteraria romana antica esaltata dal giornalista – Cesare, Tacito, Cicerone e Catullo –, una società perennemente afflitta da un inguaribile complesso di inferiorità nei confronti della lingua e della cultura greca, al punto che i membri dell'aristocrazia senatoria erano perfettamente ellenofoni, parlando e scrivendo non già come Omero o Alceo, ma soprattutto come Archimede, Ippocrate, Eratostene o Tolomeo; e questi illustri personaggi non scrissero poesie d'amore, bensì edificarono le fondamenta della scienza medica, astronomica, geologica e geografica.
Le affermazioni di Vespa, indimostrate ed indimostrabili, risultano altresì contraddette da una constatazione ulteriore, questa volta decontestualizzata dall'antichità classica: molti termini tecnici del linguaggio medico o chimico – e quindi “squisitamente scientifico” – si basano sul greco. O forse possiamo cominciare a ritenere il logopedista un grafico che disegna loghi di piedi? E le lettere dell'alfabeto greco utilizzate nel linguaggio matematico? Il pi greco non è forse la testimonianza plurimillenaria delle radici elleniche del pensiero scientifico moderno?
Ma c'è un'altra considerazione capace di tagliare la testa al toro, o meglio, il pungiglione alla Vespa: siamo proprio sicuri che sia ontologicamente valida la frattura fra cultura umanistica e cultura scientifica? Oppure questa distinzione coincide con un'invenzione moderna? Galilei non è annoverato forse fra i più brillanti scrittori italiani? Quanti grandi scienziati del passato furono anche brillanti umanisti, sino al novecentesco Heisenberg, formulatore del rivoluzionario principio di indeterminazione?
Ciò che evidentemente Vespa non riesce a cogliere è che proprio sull'artificiale, schematica e gerarchizzante categorizzazione del Sapere ricadono le responsabilità dell'inefficacia di cui soffre l'odierno sistema didattico-divulgativo, ormai improntato ad un nozionismo sterile e scevro da quelle radici critiche utili per “allenare” il pensiero degli uomini.
Ultima osservazione: e se l'apparente e demagogica teorizzazione del paradigma vespiano – l'inutilità pratico-scientifica del greco – nascondesse ben più velate direttive volte ad evitare che gli studenti acquisiscano gli strumenti necessari per sviluppare il criticismo necessario a non cadere nella rete seriale di brutture, mistificazioni e disinformazioni partorite da un sistema mediatico in grado di allevare pecorelle smarrite ed imbelli nel regalare le proprie coscienze ad una sovrastruttura fatta di ignoranza, luoghi comuni, soubrettes smutandate e pubblicità?
Direttive in fondo già esplicate compiutamente nel corso del XIX secolo da Alexis de Toqueville, il quale, fra i primi, optò per la distinzione fra discipline umanistiche e scientifiche al fine di impedire che l'apparato scolastico sfornasse altri “rivoluzionari” (il riferimento è alla Rivoluzione Francese) capaci di delegittimare i poteri costituiti con la forza delle idee.
Chissà, magari è proprio questo il timore reverenziale di Vespa: evitare che in futuro parte del pubblico televisivo italiano sia capace di cambiare canale di fronte al plastico della villetta di Avetrana.

Natale Zappalà