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lunedì 24 dicembre 2012

Buone feste!


Auguri di cuore a tutti i lettori del blog. Vi auguro di poter trascorrere un sereno periodo festivo; e lo faccio nella lingua dei Padri: Kalà Kristòjenna ce kalò cinùrio chrono!.

giovedì 29 novembre 2012

La difesa della memoria storica nostrana


di Natale Zappalà

La memoria “collettiva” o “storica”, secondo la celebre definizione dello storico Pierre Nora, è «il ricordo, o una serie di ricordi, più o meno consci, di un'esperienza vissuta o mitizzata da una collettività vivente, della cui identità fa parte integrante il sentimento del passato».
La possibilità di identificare con le radici elleniche – riassumendo convenzionalmente coi termini “radici elleniche” o “grecità” un tutto organico di lingua e cultura comune peculiarmente e indelebilmente determinante nella processo di formazione della memoria storica locale – del territorio reggino con tale “esperienza vissuta o mitizzata dalla collettività vivente” dipende dalla lunga durata – dall'VIII sec. a.C. sino all'età moderna – in cui la grecità ha inciso profondamente sul divenire storico dell'Area dello Stretto, illuminando di riflesso il Meridione intero e – latu sensu, per le ragioni che verranno esplicate – il sapere umano nella sua interezza.
Qualche esempio legittimerà quest'ultima convinzione.
Il greco di Calabria non è forse diretto erede e miracolo di sopravvivenza della lingua di Omero? E, a proposito di Omero, non furono forse gli Eubei destinati a fondare Rhegion, Zankle o Metauros – odierne Reggio, Messina e Gioia Tauro – ad ambientare i luoghi descritti nell'Odissea sullo Stretto e sul Basso Tirreno? E l'alfabeto calcidese, utilizzato correntemente proprio in questi luoghi, appreso dai Romani tramite la vicina Cuma, non è forse il progenitore dell'odierno maiuscolo, così come la “carolina”, certamente più “pubblicizzata” dalla manualistica scolastica, lo è del minuscolo?
Il Mezzogiorno, l'Italìa delle fonti, non fu in epoca classica uno dei più floridi luoghi della cultura, meta dei viaggi di istruzione compiuti dai sapienti dell'epoca – il più noto sarà il filosofo Platone, agli inizi del IV sec. a.C. –, desiderosi di apprendere le dottrine pitagoriche insegnate nei sinedri di Magna Grecia?
E cosa ne sarebbe stato della civiltà umanistico-rinascimentale, e quindi della formazione del pensiero moderno, se i monaci italo-greci non avessero contribuito a copiare le antiche opere in greco? E cosa avrebbero capito Petrarca, Boccaccio e la loro cerchia di umanisti dell'Iliade e dell'Odissea se Barlaam di Seminara e Leonzio Pilato non avessero tradotto in latino, per la prima volta, i poemi omerici?
L'influenza genetica degli Elleni in Calabria.
Fonte: Piazza A., "L'eredità genetica dell'Italia antica", Le Scienze, n.278, vol. XLVII del 1991
Persino gli studi genetici, oltre a quelli linguistici sull'onomastica o sulla toponomastica, dimostrano la massiccia influenza di cromosomi  e cognomi ellenici sul territorio di Reggio Calabria.
Siamo Greci, talora inconsapevolmente, persino nei nostri grossolani difetti: campanilisti, orgogliosi, cocciuti come muli. Passeggiatori instancabili, amanti dei dibattiti animosi in piazza come ai tempi delle agorai.
L'importanza assunta dalla “memoria storica” di questo territorio basterebbe da sola a giustificarne la difesa. Ma, si sa, di questi tempi la risonanza culturale non costituisce un fattore prioritario per attirare l’attenzione di autorità e pubblico.
“Con la cultura non si mangia”, si sente affermare spesso. Peccato che pochi si stiano accorgendo che proprio la carenza di cultura ha condotto il popolo alla fame.

sabato 3 novembre 2012

Lettera aperta ai giovani "umanisti"



Carissimi,
da ogni dove hanno offeso, offendono e offenderanno la vostra formazione. Diranno che non ci sarà posto per filologi, storici, filosofi, “umanisti” incapaci di incidere sul mercato del lavoro, mentalmente inadeguati per trasformarsi in vuoti involucri capaci solo di fungere da verricello entro cui passa la catena di montaggio del progresso.
Perché questo si aspettano da voi, da tutti i giovani. Vogliono plasmare un domani in cui voi sarete lieti di indossare la giacca del cartellone pubblicitario, di possedere lo smartphone prodotto dall'azienda di uno pseudo-santone arricchito, di eleggere il ciarlatano di turno al Parlamento, di assuefarvi alle ingerenze occulte delle multinazionali finanziarie. Mirano a promuovere un sistema scolastico e universitario intriso di un conformismo nozionistico che tradisce un'imperante ignoranza di fondo, utile per fare sentire infallibile e indisturbato chi comanda, chi prende le decisioni fagocitando il vostro presente e gettando gli avanzi sul vostro futuro.
Stanno tentando di convincervi che è perennemente esistita una “formazione umanistica” distinta e separata da una sorella maggiore “scientifica”, come se Galilei non fosse stato anche uno dei più grandi scrittori d'ogni tempo, come se Heisenberg, lo smascheratore di ogni dogmatismo esistenziale, non fosse stato un brillante filosofo. Stanno tentando di legittimare una scissione del Sapere che la Natura invero ignora.
Il Sapere non dipende dalla settorializzazione, ma dall'atteggiamento dell'Uomo verso i misteri della Natura che lo circonda. Un atteggiamento che si risolve nel Dubbio, il presupposto di quel divenire antico che i Greci chiamavano philosophia di cui la cultura cosiddetta “umanistica” è, purtroppo, oggi l'unica erede. Il dubbio consente a chi è ne è padrone di scorgere ragioni che altri non sono in grado di vedere.
Non temete, sono loro ad avere paura quando vi trattano da falliti, da alienati, da choosy. Paura di voi.
Hanno paura di un popolo capace di pensare e agire criticamente, forte del dubbio cognitivo che in realtà resta l'unica certezza di chi si ribella al giogo degli assiomi imposti dalla sovrastruttura.
Si tratta di un timore ben radicato nel tempo: Tocqueville nella prima metà dell'Ottocento caldeggiava l'istituzione di scuole superiori rigidamente improntate alla tecnocrazia per scongiurare l'insorgere di una nuova generazione di rivoluzionari, come quella imbevuta delle letture di Rousseau e Voltaire – a loro volta straripanti di classici greco-romani – che qualche decennio prima aveva ghigliottinato l'oscurantismo sociale di nobili e monarchi sulle macerie della Bastiglia. Il senso di molte delle ultime riforme scolastiche e universitarie è il medesimo. Il comune denominatore è far smettere di dubitare, e quindi di pensare.
Non badate a loro. Non sentitevi esclusi dal mondo che vi aspetta. Io vi dico che invece sarete in grado di far tutto. Anche di prendere a calci in culo, sofisticamente e non, chi oggi cerca di ingannarvi.
La conoscenza del greco e la conseguente riflessione etimologica su ogni termine che udirete vi renderà in grado di confutare le supercazzole dei politicanti. La Letteratura sarà per voi una palestra dialettica attraverso cui dar sfogo ai pensieri traducibili in parole. Certi filosofi – Nietzsche e non Agostino d'Ippona per intenderci – vi insegneranno a guardarvi da quei falsi profeti che, demonizzando le vostre passioni, tenteranno di mettervi in fila al Grande Fratello (quello orwelliano in cui tutto è controllato, monitorato dall'alto) del peccato. La Storia vi mostrerà la caducità di tutto ciò che si finge perfetto, ma che in realtà è umanamente perfettibile.
Fatevi una risata quando vi diranno che una formazione “umanistica” non vi farà sopravvivere nel mondo del lavoro; e se così sarà, rammentate che la sintonia con la Natura è basata sulla condivisione e non sulla ricchezza. Ridicolizzateli quando vi racconteranno di Giacomo Leopardi divenuto gobbo per lo studio matto e disperatissimo: il grande Recanatese soffriva, povero lui, di una tubercolosi ossea che lo avrebbe portato lentamente alla tomba anche se fosse stato ignorante come il Trota. E affrontate pure ogni colloquio. Sarete ottimi impiegati, medici solerti, docenti degni di tale nome; persino generali di brigata, imbianchini o commercianti.
Conquisterete il cuore dell'amato/a perché i grandi uomini si sarebbero attaccati al gladius senza una donna intelligente al proprio fianco, così come è altrettanto vero che una bella donna sposerebbe un manager o un calciatore, ma si innamorerà solo di chi sa farla sognare. D'Annunzio non somigliava né a Briatore né a Cristiano Ronaldo, eppure faceva impazzire una moltitudine di donzelle con la sola forza di una parola ispirata ai sospiri dei classici.
Siate sereni, dunque. Sarete interpreti di una Conoscenza inquieta e indomabile, priva di bandiere o etichette, l'unica in grado di fornirvi le chiavi di volta della Vita. Ma dovrete esserne consapevoli e lottare per imporre la vostra dignità sul destino che stanno tentando di cucirvi addosso.
Anche perché spesso chi svilisce la cultura “umanistica” è egli stesso un “umanista” che utilizza le proprie competenze per dominare sugli altri, creando modelli di riferimento mendaci o auctoritates da non contraddire, convinto che sbarrare la strada di quel Sapere tradito basterà a non scalzarlo mai dal suo trono di soverchiante ipocrisia.

Natale Zappalà

lunedì 29 ottobre 2012

RIFLESSIONI "Il mistero di Gianni a Lanterna"



Mattina presto di un lunedì di fine ottobre, tre/quattro ragazzini affollano la cassa del supermarket in attesa di pagare le merendine da consumare durante la ricreazione odierna. Uno di essi sta già anticipando agli amici da cosa si travestirà il prossimo 31 ottobre, festa di Halloween: da Gianni a Lanterna.
Ecco ciò che succede quando un popolo che ha smarrito le proprie radici si appropria, coscienziosamente o meno, di usi e costumi altrui, magari ben propagandati da un sistema pubblicitario tendente all'omologazione delle masse agli stereotipi dei telefilm statunitensi. Non si tratta, beninteso, di condannare il relativismo culturale, di per sé atteggiamento virtuoso e costruttivo, a patto di essere criticamente consapevoli delle caratteristiche di qualsivoglia identità cui si intenda accostarsi. Il caso emblematico del ragazzino che scimmiotta un problematico Gianni a Lanterna – oltre ad aver nulla da spartire con il concetto di “relativismo culturale” – evidenzia un duplice errore prospettico: l'appartenenza inconsapevole al proprio territorio rivelata dall'utilizzo disinvolto del dialetto reggino in cui il Jack o' Lantern è stato artificiosamente tradotto, unita ad una conoscenza marginale, certamente acquisita tramite il mezzo televisivo, della celtica Festa di Halloween. In parole povere, il ragazzino non ha capito una zucca – mai modo di dire fu più azzeccato di questo! –, né della facies culturale dei propri Padri, né di quella dei propri pseudo-modelli americani.
L'unico modo per evitare di cibarsi di questo “minestrone”, in cui male si amalgano una serie di tradizioni indiscriminatamente gettate nel calderone dell'ignoranza, è quello di documentarsi, di scoprire il come, il quando e il perché, un'usanza si è accostata o è stata sostituita da un'altra.
D'altronde, la differenza fra un bambino reggino che vuole travestirsi da Gianni a Lanterna e uno statunitense è che quest'ultimo, la notte di Halloween, difficilmente andrà in giro a bussare alle porte dei vicini chiedendo “the little zombie” – traduzione libera da “morticeddi”, ovvero i dolcetti che si usano regalare ai bimbi del reggino in occasione della commemorazione dei defunti –, anziché l'usuale “trick or treat” (“dolcetto o scherzetto”). Il ragazzino statunitense, infatti, conoscerà alla perfezione le proprie costumanze e, chissà, magari starà già ridendo alle spalle dei suoi coetanei reggini con le loro cervellotiche traduzione dall'inglese. Del resto, se sono stati loro a inventare Gianni a Lanterna, non sappiamo immaginarci come tradurranno Notte di Valpurga, ma di sicuro entreranno in gioco, fra i vari dolciumi che si consumano in quest'occasione, i confetti lassativi.

Natale Zappalà

venerdì 7 settembre 2012

La Lingua Greca di Calabria (tra passato, presente e… futuro): “I Perifània ton palèon rìzomma!” – “ L’Orgoglio delle (nostre) antiche radici!”


di Franco Tuscano (*)









Nella parte più meridionale della nostra penisola, in alcuni paesi montani che sorgono a metà strada fra Locri e Reggio, gli anziani agricoltori ed i pastori parlano ancora un arcano dialetto greco che, giunto fino a noi attraverso una tradizione puramente orale, sembra quasi non aver mai avuto un suo passato ed una sua storia ...”.
Così si esprimeva nella sua importante opera: “La Glossa di Bova”, il compianto e mai dimenticato Prof. Giovanni Andrea Crupi, il quale, in un’epoca “cruciale” (anni ’70) per la sopravvivenza della Lingua Greca di Calabria, antichissimo e nobilissimo “idioma dei Padri”, era riuscito, forse più di chiunque altro, a porre la “questione grecanica” nei termini più “incisivi” possibili. (Preciso fin da subito che, “grecanico” è un “etimo” – usato sia come aggettivo che come sostantivo – che non amo, in quanto, nel tempo, ha assunto una “connotazione” che, in parte, reputo impropria, una “deminutio”, e, la maggior parte dei “grecanici”, non accettano questa definizione, preferendo quella di: Grecofono, Ellenofono o Ellenofono di Calabria, Calabrogreco, Greco di Calabria per indicare il parlante greco; ed ancora: lingua greca di Calabria, Greco di Calabria, greco calabro o calabro greco per indicare il proprio “dialetto”) – Vale a dire – tornando al Crupi –: non si trattava di salvare soltanto una lingua (per altro lingua-madre…), ma, tutta una cultura, “le cui origini si perdevano nella notte dei tempi”. Egli lottò strenuamente per dare voce ai “Greci di Calabria”: “Dòste mia fonì ecinò ti den tin èchu” – Date una voce a quelli che non l’hanno”(citaz. del Prof. Filippo Violi), andava ripetendo a tutti, compresi gli studenti di Liceo che, come il sottoscritto, ebbero l’onore di averlo come Docente di Storia e Filosofia. “Greki ambrò!”, amava ribadire nei numerosi incontri e convegni a cui partecipava. L’epigrafe in greco (in caratteri latini, com’è in uso nel Greco di Calabria), sul freddo marmo della sua lapide, racchiude , in estrema sintesi, quelli che sono stati i suoi valori imprescindibili, ciò che ha rappresentato l’essenza della sua purtroppo breve esistenza:
Eplàtezza ‘zze filosofia, “Ho parlato di filosofia”
Ègrazza stin glòssa tu Vua, “Ho scritto nella lingua di Bova”
Agàpia tin anarchìa, “Ho amato l’anarchia”.

Ho voluto iniziare questo breve lavoro “dando voce”, doverosamente, ad una delle più importanti figure del “cosmo” greco-calabro, sia per la profonda stima da sempre nutrita nei suoi confronti, sia perché, è stato proprio in quegli anni (fine anni ’60, inizio anni ’70), che – grazie anche all’opera del Crupi ed all’impegno di altri giovani valenti intellettuali della Bovesìa, alcuni dei quali trasferitisi a Reggio, e, con il contributo di qualche importante studioso reggino – si è ricominciato a (ri)prendere coscienza del proprio passato e si è sentito il bisogno di “recuperare”, di riscrivere la propria storia, una storia che fin dalle sue lontanissime origini, trasuda di una grecità profonda, granitica a tal punto da averne “ossificato” l’identità…
In questo “ultimo rifugio dell’ellenismo” (leggi: Area Grecanica-Bovesìa), da ormai 30-40 anni, l’etnia greca di Calabria è al centro di un intenso fermento intellettuale, avente come obiettivo la salvaguardia, la rivalutazione e la valorizzazione del patrimonio linguistico, storico e culturale dell’area.
Siamo “in finibus Calabriae”, nell’estremità meridionale dell’Aspromonte, un territorio in cui, nel corso della sua plurimillenaria storia, si è miracolosamente conservata un’identità linguistico-culturale, rimasta per alcuni versi un “unicum” nel panorama della Calabria intera. E’ questa l’area in cui vivono (continuano a vivere, fin… dall’VIII sec.a. C.), i Greci di Calabria, “diventati” minoranza linguistica, ma da sempre “maggioranza culturale”, dal momento che le radici, “I Rìze”, “valori eterni”, permeano secoli e secoli di storia, facendo dell’estremo punto meridionale della Calabria, una “terra dall’anima greca”, una “terra greca nell’occidente latino”. Terra, storicamente più orientata verso la “Graecitas” che la “Romànitas”, in cui è del tutto palese, tra l’altro, una “interdipendenza culturale” con l’intera Calabria meridionale, ma, soprattutto, con la Locride, con l’Area dello Stretto, con l’Estremità Nord-Orientale della Sicilia e con la Grecìa Salentina.
In questo lavoro, concentreremo la nostra attenzione, soprattutto , su quello che può essere considerato il segmento culturale più importante (o, quanto meno, tra i più importanti) della cultura greco-calabra, ovvero, la lingua, “elemento” di vitale importanza per la sopravvivenza del tanto variegato quanto affascinante mondo dei “Grèki tis Kalavrìa”.
Sul “greco di Calabria” o “greco-bovese” (per dirla con il Crupi e con il Rohlfs), moltissimo è stato scritto. Pertanto, questa breve nota non ha, né può avere pretesa alcuna, di aggiungere nulla di particolarmente “nuovo”, semmai, vuole semplicemente essere, una pacata ma sentita “riflessione” sulla “glòssa palèa”, sulla lingua dei Padri, per secoli in “travaglio”, in affanno, addirittura in agonia, ma mai morta, nonostante innumerevoli “becchini”, nel corso della sua lunga storia, si siano accostati più volte dinanzi al quasi “feretro greco-calabro”, con lo scopo di poterlo “finalmente” seppellire…
L’origine della lingua greca di Calabria, non è stata mai definitivamente chiarita, e, l’acceso dibattito che non ha lesinato “punte” di aspra polemica, tra lo schieramento “rohlfsiano”, che ritiene il “greco di Calabria” diretto discendente di quello della Magna Grecia, e, quello “morosiano” (o, “parlangeliano”), che lo vuole invece erede del greco-bizantino (nato, cioè, in età bizantina), ha portato ad una gran quantità di studi , ma non ha – per alcuni – risolto del tutto, i dubbi sulla sua “nascita”. La tesi “megaloellenica” (rohlfsiana), è comunque quella nettamente dominante, e sono molti ad aver attribuito alla teoria “bizantinista” ragioni di ordine “ideologico”.
Senza immergerci nell’aspetto prettamente linguistico, solo “sfiorandolo” a mala pena, diciamo che Gerhard Rohlfs, ha più volte ricordato che i Bizantini (in realtà: “Romèi”, ovvero, “Romani d’Oriente”, di cultura greca), non hanno lasciato traccia alcuna della loro lingua né a Bari, né a Ravenna( ex Capitale dell’Esarcato), né in Dalmazia e neppure in Sardegna, regioni dove, a lungo, mantennero il loro impero.
Se da una parte i “dorismi” e gli “arcaismi”, anteriori alla “Koinè” (IV° sec. a.C), presenti esclusivamente nel “greco di Calabria”, “tagliano la testa al toro” riguardo l’origine dell’idioma tutt’ora presente-per lo più- nella “Isola Ellenofona dell’Area Grecanica”, d’altra parte, sono gli stessi storici ad indicare una realistica soluzione ella “vexata quaestio”. Vera Von Falkenausen, in merito, dice: “… Sembra che la grecità meridionale si basi su un sostrato greco anteriore, che non si era mai completamente spento e che fu quindi “rianimato” dalla “riconquista bizantina”. L’illustre studiosa, inoltre, esclude un progetto “dall’alto”, da parte di Costantinopoli, che avrebbe comportato una migrazione “pilotata” di popolazioni in grado di “colonizzare”, in senso “greco”, la Calabria. Trasferimenti di gruppi etnicamente omogenei, erano normali in un impero plurietnico come quello bizantino, per esigenze militari e commerciali; ma ciò, “non può essere considerato come uno spostamento di popolazioni numericamente rilevante”;(…)” possiamo calcolare che una flotta di 100 navi, avrebbe potuto trasferire al massimo 15.000 orientali in Italia, se tutte le navi avessero raggiunto la destinazione senza danno”.
Inoltre, i bizantini non hanno mai imposto la propria lingua ai propri sudditi, e, per di più, alla metà dell'VIII sec., la Calabria era già di lingua e liturgia bizantina, tanto è vero che il decreto di Leone III L’Isàurico(732-733), non incontrò nessuna opposizione “in loco” (cosa che invece non si verificherà quando i Normanni cominceranno a “latinizzare” la Calabria, imponendo la lingua latina e la liturgia di Roma).
Un ulteriore, significativo contributo alla tesi “magnogreca” ci viene fornito, di recente, da una pregevolissima ed importantissima edizione di 62 epigrafi greche del Museo di Reggio Calabria, pubblicata dalla epigrafista Lucia D’Amore nel 2007. Attraverso la loro attenta lettura, qualsiasi linguista che non abbia posizioni precostituite, può agevolmente rendersi conto, infatti, che la tesi di Rohlfs sulla presenza nella Calabria meridionale, di ellenofoni, fin dai tempi antichi, è qui confermata”scientificamente”, in quanto, le epigrafi “occupano” un arco di tempo che va dal secolo VI a.C., al 1.000 d.C., cioè, fino all’arrivo dei Normanni(!)… I testi di queste importantissime epigrafi, composti in esametri e pentametri in lingua greca, costituiscono, secondo l’illustre studioso reggino, Prof. Franco Mosino, “ una straordinaria testimonianza per la storia linguistica e culturale di Reggio e della sua “Chòra”; inoltre, egli fa notare che da queste “attestazioni”, emerge altresì, che a Rhègion, “si parlava greco e latino secondo la metrica greca”.
Dopo il piccolo contributo, di cui sopra, alla tesi “rohlfsiana”, ci piace ricordare che, da vivo, il grande glottologo e filologo tedesco, ricevette onori e riconoscimenti nella Calabria tutta : la cittadinanza onoraria di Bova, la laurea “honoris causa” dell’Università di Cosenza; molti Comuni, dopo la morte, gli intitolarono vie e piazze, come di recente il paese di Badolato(CZ).
Tornando alla parte più propriamente “storica”, possiamo affermare, quindi, l’ininterrotta presenza della lingua greca durante l’intero periodo “romano” e la nettamente sua maggior diffusione , specie nella parte meridionale della Calabria, dopo la caduta dell’Impero , anzi, essa rappresentò anche la “varietà alta” fino all’XI° sec., ovvero, fino all’avvento dei Normanni, i quali diedero avvio – con l’appoggio della Chiesa di Roma – ad una irreversibile inversione di tendenza: linguistica, culturale e religiosa. Gli “uomini del Nord”, infatti, quantunque “nati” predoni e mercenari, si dimostrarono, strada facendo, conquistatori attenti e dotati di uno spiccato senso dell’opportunità politica, e, pur apparendo tolleranti nei confronti della chiesa greca, iniziarono contemporaneamente quell’inarrestabile processo di “latinizzazione” della Calabria meridionale, che avrebbe condotto, più tardi, alla fine del rito greco e , quindi, anche del prestigio della lingua greca. L’anno 1059 (caduta di Reggio) e l’anno 1071 (caduta di Bari), ad opera dei Normanni, rappresentano due date storiche molto negative, anzi, “cruciali” per il “destino” della grecità in terra meridionale. Le “buie notti” angioine, aragonesi e spagnole,più tardi, sono una perentoria conferma della quasi totale “occidentalizzazione” di usi, costumi, cultura, lingua e religione. Anche nella Bovesìa, ultimo baluardo greco, dal punto di vista linguistico, culturale e cultuale, la situazione, già compromessa, sarebbe precipitata dopo la fine (leggi pure: soppressione) del rito greco-bizantino, nel 1572/73, ad opera del vescovo armeno-cipriota Giulio Stauriano. Sull’onda della Controriforma tridentina, al vescovo di Reggio, Annibale D’Afflitto, basteranno pochi decenni (1593-1638), per sradicare completamente il rito greco dalle sue ultime ed ormai umilissime “dimore” intorno a Bova e nelle “Cinque Terre” (diocesi “greca” di Reggio), per trapiantarvi quello latino.
Da questa epoca in avanti, nella “Bovesìa e dintorni”, da lingua di culto e di prestigio, il greco passa a lingua della “misera plebs”. Nel 1806, dopo una fase piuttosto oscura ( anche se la lingua greca trova “ospitalità” – ma in “caratteri” latini – nelle opere del De Marco, del Mesiani, del Rodotà), l’interesse per il greco di Calabria si riaccese dopo che J.C. Eustace visitò la zona sud-aspromontana e segnalò “popolazioni di lingua greca”e, più ancora, dopo la pubblicazione sul “Philologus”, di alcuni canti “bovesi” di Karl Witte (1821), commentati qualche decennio più tardi dal Pott (1856). Fu dalla seconda metà dell’800 che cominciò ad aprirsi una profonda discussione sulla origine e la natura di questo “greco-linguaggio”. In particolare (come accennato in precedenza), Giuseppe Morosi (1870-1878), sosteneva l’origine bizantina dell’idioma greco parlato in questi territori e fu una teoria che fino al 1924 imperò incontrastata fino a quando, il più grande filologo, glottologo e dialettologo della storia, l’illustrissimo Prof. G. Rohlfs, non la “demolì”, in modo scientifico. L’illustrissimo studioso tedesco, a cui la Calabria (e non solo) deve moltissimo, produsse un fondamentale “corpus probatorio”, di ordine lessicale, morfosintattico, onomastico, toponomastico, fitonomastico, agionomastico, ecc., raccolto dal 1921 al 1980 circa, anche attraverso visite “porta a porta”, di 350 località in Calabria, spesso a “dorso di mulo”, con il quale "corpus" fu in grado di fornire, inequivocabilmente, la prova della ininterrotta presenza del greco “ex temporibus antiquis”.
Ma, parallelamente al crescente interesse degli studiosi per la lingua greco-calabra, si imponeva, specie dalla fase immediatamente successiva all'Unità d’Italia, la necessità di imparare la lingua italiana e di adoperarla non più soltanto per iscritto; presso le classi colte e quelle borghesi, l’esclusione dagli usi familiari delle varietà dialettali veniva concepito come un passo necessario per il buon apprendimento della “lingua della Nazione”. Lo stesso dovette avvenire nella attuale “ Isola Ellenòfona”, rispetto, non tanto al dialetto romanzo ma al greco, la varietà più stigmatizzata e percepita lontana dall’ italiano, il cui utilizzo – anche in famiglia – avrebbe solo avuto l’effetto di “inficiare” una adeguata competenza della lingua nazionale. La scolarizzazione obbligatoria, faceva subire alle masse contadine monolingui (parlanti il greco) dell’area, quotidiane umiliazioni e severe punizioni derivanti soprattutto dall’alloglossia più che dall’analfabetismo. Per cui, ben presto, la “dicotomia”: proletariato grecofono analfabeta/borghesia italofona alfabetizzata, scatena il “meccanismo” della discriminazione e della “tabuizzazione” del greco… All’opera di “demolizione” della lingua greca, pertanto, non sono estranee cause di natura psicologica, in quanto, viene “pilotato” dall’alto il concetto che tutto ciò che non è cultura nazionale in lingua, è sottocultura, “avanzo ancestrale”…concetto, che viene interiorizzato dai “grecofoni” che ormai “percepiscono” il loro idioma e la loro( quantunque, plurimillenaria) cultura, come espressioni di inferiorità di razza e di civiltà (!)…di cui bisogna “liberarsi” cercando altre identità… (“Sic transit gloria mundi”, mi verrebbe da dire…).
Inoltre, le comunità dell’Area Grecanica (e non solo), vengono “investite” da un saldo migratorio rilevante, che diventa critico, a ridosso degli anni ’50, ’60 e ’70, derivante, soprattutto, dallo svuotamento delle aree collinari e montane, in cui, tradizionalmente, erano insediate le popolazioni ellenofone.(come se, in un certo senso, la scoperta di un mondo “nuovo”( Italia, Europa, Americhe, ecc.), diventa, contemporaneamente, la quasi fine di questo “vecchio” mondo, quello dei Greci di Calabria.
A ciò, si aggiungono le alluvioni che si succedono negli anni ’50 e ’70 nell’enclave greca e che compromettono la sopravvivenza “materiale” delle comunità nell’entroterra pre-aspromontano, con “l’ineludibile effetto” di giungere all’impoverimento, alla “deplezione” della memoria, il cui “trend negativo”, rischia di cancellare completamente tradizioni e lingua… A tal proposito, il linguista olandese Dimmendaal, sottolinea quanto sia, di vitale importanza per la lingua, rimanere “in situ”, sostenendo che, “i cambiamenti nell’assetto economico e sociale delle comunità alloglotte, possono non essere decisivi nella “sostituzione linguistica”, se la popolazione o una parte di essa rimane “in situ”( L’esempio di Bova-Chòra, nello specifico, è assolutamente “probatorio”).
Secondo un’indagine effettuata sul campo, alla fine degli anni ’90, in seno alla quale vennero interessati circa 300 studenti delle scuole medie ed elementari della Bovesìa, è emerso che il “greco di Calabria”, viene considerato “lingua dei vecchi” e non “intriga” le giovani generazioni che, in generale, non lo parlano pur comprendendolo passivamente per un 15% circa. La risposta, però, quasi plebiscitaria dei ragazzi all’item:”ti dispiace che il greco di Calabria stia scomparendo?” (con… l’88% di risposte affermative), deve essere “tesaurizzata”da chi ha a cuore le sorti di un patrimonio così importante da rappresentare un bene immateriale unico…
Oggi, con un ritardo di oltre 50 anni dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana – il cui Art.6 “tutela, con apposite norme le Minoranze Linguistiche” – abbiamo finalmente una Legge Nazionale, la n. 482 del 15 Dicembre 1999, nonché, la Legge Regionale 15/03( con le sue “appendici”), ed il D.P.R. 345/01. Ma, qual è lo stato attuale della lingua greco-calabra nell’Area Grecanica? Quali sono i “limiti” ed i territori ammessi a tutela? E quali veramente ellenofoni? Amministrativamente, l’Area Grecanica comprende 16 Comuni che da Reggio e Cardeto si “spalmano”, da occidente ad oriente, nella fascia pre-aspromontana e nella costa ionica fino al Comune di Samo. Questa organizzazione politico-amministrativa non rispecchia, comunque, quelli che sono gli effettivi “confini linguistici”, per cui bisogna distinguere i territori dove ancora persiste l’antico idioma, da quelli in cui l’ellenofonia è pressoché estinta, “specificando” che esiste una “Area Culturale Grecanica” , che ha nel suo “cuore”, quel “diamante incastonato” che è l’Isola Ellenofona o Grecofona, testimonianza vivente di un mondo linguistico che è stato per secoli e secoli, “denominatore comune” non solo dell’attuale Area Grecanica ma di gran parte dell’intera Calabria. Questi Comuni “ellenofoni” sono: Bova, Bova Marina, Condofuri (con Gallicianò), Roghudi e Roccaforte del Greco: piccoli paesi in cui oggi, più che mai, è importante riscoprirne le “radici”che svelano, anche ad un visitatore un po’ distratto, il carattere che rende unica questa terra : la “grecità”! “Rize”, spesso trascurate dalle poche “memorie di carta” di questa terra, ma che è necessario salvaguardare affinchè si ponga un argine e si arresti la “diaspora”, “la “emorragia”, l’abbandono dell’entroterra, con il favorire la permanenza , in questi siti, dei “parlanti”, delle loro famiglie e dei loro concittadini. Si può dire che Bova, e – con encomiabile sforzo – anche Gallicianò, siano stati in tal senso, antesignani, in quanto hanno scommesso sulla antica lingua e cultura dei Padri (“in loco”), riuscendo, così facendo, anche a valorizzare in maniera esemplare, emblematica, quelli che sono considerati, a ragione, due fra i “Borghi più belli d’Italia”.
Ed andiamo ad affrontare, ora, il “nocciolo del problema , ovvero, la “obbligatorietà dell’insegnamento” nelle scuole dell’obbligo. L’auspicio è che il Legislatore Regionale possa modificare il dettato legislativo, trasformando l‘insegnamento della “lingua di minoranza”, da “servizio a richiesta”, in obbligo scolastico, in modo che concorra, a pieno titolo, alla “formazione” dei ragazzi. L’Area Grecanica, quantunque, in un tempo passato (ma non trapassato), territorio “monolingue”(greco), non è allo stato attuale – realisticamente – un territorio bilingue, come quello altoatesino, valdostano o friulano( le cosiddette “minoranze frontaliere”), in quanto, se si fa eccezione per una ridotta minoranza di “locutori” (per fortuna, in evidente “ crescita” – quantunque “scolastica”– in alcuni paesi), appare lapalissiano, che la speranza della sopravvivenza della lingua greca di Calabria sia riposta soprattutto nella scuola. E’ auspicabile che le istituzioni scolastiche della Provincia, ricadenti nell’Area Grecanica, facciano però il loro dovere e consentano l’applicazione – attraverso i Progetti – delle norme di legge (finora sostanzialmente disattese), ed attivino- in attesa dell’auspicata obbligatorietà- corsi di insegnamento, anche extra-curriculari, che, a partire dalle scuole materne accompagnino i ragazzi fino ad almeno le scuole medie. Se applicate, le leggi 482/99 e 15/03( oltre al D.P.R. 345/01), contengono già norme specifiche per l’insegnamento delle lingue minoritarie nelle scuole delle comunità linguistiche “riconosciute”. Si tratterebbe, in definitiva, di riconoscere il diritto degli appartenenti a tali minoranze ad ‘’apprendere’’ la propria lingua-madre (o, forse, di …“riappropriarsi” di essa). Bisogna confidare, altresì, in una maggiore sensibilità e senso di appartenenza anche da parte degli stessi dirigenti scolastici. E che le stesse Università facciano la loro parte attivando – “ope legis” –corsi di lingua in via sperimentale.
In conclusione, non si può non rimanere in attesa di una effettiva applicazione delle leggi di tutela già esistenti, e, ancor meglio, del più che auspicabile insegnamento nelle scuole primarie e secondarie di 1° grado – altrimenti, nonostante gli sforzi compiuti in questi ultimi anni, dalla Provincia di Reggio Calabria e dalle numerose Associazioni Culturali Ellenofone presenti nel territorio – le lingue minoritarie, non “frontaliere”, sebbene, fondamentali segmenti di antichissime culture, corrono concretamente il malaugurato rischio di scomparire completamente nel giro di qualche decennio…
In definitiva, però, il “patrimonio genetico” di una cultura plurimillenaria, che conserva tratti di preziosa rarità, e, addirittura, di assoluta unicità, non si può pensare di riuscire a salvaguardarlo ed a rivalutarlo solo con l’applicazione di leggi di tutela, ma, deve essere “in primis”, un vivo interesse del cuore, una appartenenza consapevolmente vissuta…La tutela della memoria storica, per quanto poco “cartacea”, può giocare un ruolo primario, se vissuta, non in termini “nostalgici” (“… Io dico memoria, passato, nel senso di riappropriazione e non di pura nostalgia…”).
Anche per questo, e per amor del vero, va riscritta la storia dei Greci di Calabria, in quanto quella (poca) già scritta, si presenta come una “storia negata”… Sarebbe necessario promuovere una “nuova stagione” di contributi storiografici, condotti deontologicamente e nella direzione della formazione di una corretta coscienza storica.
La lacunosa conoscenza del proprio percorso storico da parte dei “Grèki tis Kalavrìa”, unita alla sensibilità ancora scarsa da parte di Enti ed Istituzioni (come già accennato), costituiscono tutt’ora ulteriori ostacoli per la valorizzazione dell’importante patrimonio storico-linguistico-culturale-religioso del territorio greco-calabro. Per fortuna, le Associazioni Ellenofone – ribadiamo – hanno avuto un ruolo fondamentale, quasi da “supplenza istituzionale”nell’ambito, soprattutto, della difesa del patrimonio immateriale, caratterizzato da una tale peculiarità, da indurre la Regione Calabria (con il sostegno delle Provincia di Reggio Calabria e delle altre Province calabresi) a far approntare un dossier per una ambiziosa candidatura Unesco – delle Minoranze Linguistiche Calabresi – come Patrimonio dell’Umanità .
Mi sia consentito, infine, di stigmatizzare quegli “sporadici rigurgiti di campanile”, di qualche singolo “ellenofono” ( o, pseudo-tale), che, non giovano – in quanto tese più a dividere che ad unire – alle comunità “greche di Calabria”, che invece hanno bisogno di coesione per alimentare assieme e cementare il comune, granitico “spirito greco”, vivendo fino in fondo l’emozionante privilegio di essere ( senza, per questo, voler stabilire “gerarchie culturali” che non esistono...), i legittimi eredi di quella cultura che è stata l’elemento fondante della civiltà occidentale e di quella antichissima “glossa”, per secoli, “lingua del cuore” di gran parte delle popolazioni del Meridione, e che le inossidabili comunità grecofone della Bovesìa hanno ancora l’onore di condividere e di esserne suoi orgogliosi e gelosi custodi…

(* studioso di lingua greco-calabra, Presidente Ass. Cult. Ellenofona "Paleo Cosmo")

domenica 26 agosto 2012

Firenze lo sai, non è servita a cambiarla



Firenze lo sai, non è servita a cambiarla...


Così cantava Ivan Graziani, un artista prematuramente scomparso che ancora non riscuote fra il pubblico dei posteri il successo che meriterebbe.
La citazione è calzante perché recentemente lo storico-medievista Franco Cardini ha proposto – venendo immediatamente avallato dal sindaco Renzi – di riportare i Bronzi di Riace a Firenze, nel luogo che aveva ospitato il loro primo restauro, subito dopo esser stati strappati all'oblio dello Ionio.
L'incipit si presta agevolmente a sottolineare una storia che non cambia: ciclicamente qualcuno si ridesta e propone che i Guerrieri siano trasferiti da Reggio Calabria, da Sgarbi a Stella, sino a Cardini, studioso preparato quest'ultimo, che ben dovrebbe conoscere l'assoluta mancanza di legami storico-ideologici fra Firenze, culla dell'Umanesimo, e i Bronzi, emblema della grecità classica che sulle rive dello Stretto si trovano già intrecciati indissolubilmente con il locale patrimonio di radici e memorie, specie se – sulla base della tesi elaborata dall'archeologo Daniele Castrizio – essi sono opera di uno scultore reggino del V sec. a.C., Pitagora.
Certo, l'unicità dei capolavori e le immense prospettive di guadagno in termini di flussi turistici che deriverebbero da una valorizzazione metodica dei reperti alletterebbero chiunque. Il punto è proprio questo. Fino ad oggi i Reggini hanno fatto davvero troppo poco per invocare il proprio legame coi Guerrieri, hanno fatto davvero troppo poco per meritarseli, e le responsabilità di ciò non ricadono soltanto sugli enti preposti o sui rappresentanti politici.
Non si può pensare di insorgere sempre e solo quando si levano le voci di spostamento. Occorre invece conoscere e documentarsi nel corso delle lunghe pause che intercorrono fra una proposta di tournée e l'altra. Persino nel quarantesimo anniversario (1972-2012) dal ritrovamento delle statue, se non fosse stato per l'iniziativa di alcune associazioni culturali gravitanti nel territorio, il pubblico non avrebbe avuto la possibilità di documentarsi sulle ultime ricerche in proposito.
Insomma, allo stato attuale delle cose, i Bronzi non costituiscono il simbolo dell'identità reggina semplicemente perché sono mancate, negli ultimi quattro decenni, delle opportune strategie di divulgazione finalizzate alla loro conoscenza e alla loro comprensione. Chiedete a un fiorentino chi ha scolpito, e in quale epoca, il Perseo, poi domandate la stessa cosa a un reggino; la risposta sarà indicativa per capire la cronica inconsapevolezza che condanna da centocinquanta anni l'Area dello Stretto a giocare un ruolo di evidente e voluta subalternità rispetto altrove.
A Reggio, purtroppo, l'ignoranza dei molti ci impedisce di esportare il lato migliore di questa terra. Se i nostri figli continueranno a disconoscere l'esistenza dei Pitagora, degli Anassila, dei Barlaam e dei Leonzio Pilato, probabilmente non saremo mai in grado di arginare i sistematici tentativi di spoliazione del nostro patrimonio culturale, se non costruendo una cittadinanza attiva, coerente e coscienziosa, forte della propria identità e dell'esempio dei propri Padri, appreso per obbligo scolastico. I politici si inchineranno ai dettami dei politai, perché esclusivamente in questo consiste il loro servizio.
Ma – approfittiamo ancora una volta della pazienza di Ivan Graziani – di tempo ce n'è/ in questa città/ fottuti di malinconia e di Lei.

Natale Zappalà

martedì 21 agosto 2012

RADICI i culti cittadini a Reggio fra paganesimo e cristianità


La testa laureata di Apollo impressa sulle monete reggine della fine del V sec. a.C.

Il calendario del reggino brulica ancora, all'inizio del III millennio dell'era volgare, di feste sacre ispirate al sovvertimento della quotidianità tramite l'evasione momentanea dalle briglie della routine.
Le ricorrenze religiose si contraddistinguono spesso, sulle rive dello Stretto di Scilla in particolare e nel Mezzogiorno in generale, nell'accostare ai già citati momenti di evasione dall'ordinaria follia un aspetto, per così dire, “rituale”, costituito di processioni più o meno lunghe, durante le quali la statua del patrono o della matrona di turno viene recata in trionfo (occhio ai termini: il trionfo era la sfilata del generale romano vittorioso, l'imperator, di ritorno dall'impresa militare) per le vie del borgo o della città.
Molti antropologi o storici delle religioni hanno opportunamente sottolineato l'innegabile somiglianza che lega le feste patronali/matronali odierne e le antiche ricorrenze pagane. Si tratta di similitudini evidenti soprattutto nel caso di Reggio, in merito a cui, le fonti – gli scritti degli antichi autori, con l'ausilio della documentazione epigrafica – hanno registrato l'esistenza di celebrazioni in onore ad Apollo, Artemide, Atena e Dioniso. Non sono tuttavia pervenute informazioni dettagliate relativamente all'una o all'altra festa, ma certamente in riferimento ai culti poliadi – in onore alle divinità tutelari della città – si possono desumere alcuni dati sostanziali.
A Reggio le divinità tutelari, connesse a livello mitico alla fondazione stessa della polis, erano Apollo ed Artemide. In occasione di una festa primaverile dedicata ad uno di questi numi era solito esibirsi un coro di trentacinque giovani proveniente da Messina, diretti da un maestro ed accompagnati da un flautista. Tale ricorrenza, risalente quantomeno al V sec. a.C., univa simbolicamente le due città dello Stretto, i cui destini politici, d'altronde, risultano spesso intrecciati nel corso della loro storia, basti pensare alla rifondazione della città peloritana (489/488 a.C.) ad opera del tiranno reggino Anassila.
Al medesimo contesto agonale – dedicato ad Apollo Archegetes (“fondatore”) sulla scorta della circostanziata tesi avanzata da Felice Costabile, docente di epigrafia e storia del diritto romano presso l'Università “Mediterranea” di Reggio Calabria – vengono ricondotti un rito di purificazione delle donne sposate, consistente nell'esecuzione di canti corali (“peana”), al termine del quale venivano raccolti dei ramoscelli d'alloro nella boscaglia intorno al tempio di Apollo Minore – con buona probabilità identificabile nell'edificio cultuale di età classica rinvenuto nel 1978 nell'area dell'odierna Rada Giunchi –, che venivano poi trasportati in Ellade, al santuario di Delfi, sede del celebre Oracolo; proprio il vaticinio della Pizia, tanto per chiudere il “cerchio rituale” della memoria antica, aveva indicato a Calcidesi e Messeni provenienti dalla penisola greca il sito in cui fondare Reggio, nell'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.
Se la lunga durata, sessanta giorni, di queste presunte Apollinee induce ad ipotizzare una frequenza pluriennale (magari quattro anni) della ricorrenza, altrettanto solenni dovevano essere le Artemisie registrate dalla tradizione popolare cristiana – nonché da molte iscrizioni di età ellenistica e romana – in riferimento alla venuta di Paolo di Tarso a Reggio, e quindi alla cristianizzazione della città. Dalle notizie pervenute in proposito si sa che l'intera cittadinanza in giubilo si recava presso il promontorio Pallantion – denominazione emblematica, quest'ultima, richiamante delle altre località sacre ad Artemide, in Grecia e persino a Roma –, la medievale Punta Calamizzi, vero e proprio simbolo ancestrale della regginità. Sul Pallantion, in età protostorica, era perito il primo fondatore di Reggio, l'Eolide Giocasto, morto in seguito al morso di un serpente velenoso ed oggetto di un culto eroico in epoca classica. Spetterà poi ai Cristiani il compito di convertire in positivo il ricordo del serpente omicida, edificando in loco la chiesa di San Giorgio Drakoniaratis, cioè “del serpente”. Ammesso che l'arrivo di Paolo, tradizionalmente immune, insieme ai suoi discendenti (i cosiddetti “sanpaolari” del folklore meridionale) al veleno animale, non sia stato localizzato sul Pallantion, una lingua di terra totalmente pervasa dal ricordo ossessivo dei rettili, in maniera del tutto casuale.
Ricompattamento del corpo civico, scansione del tempo e dei cicli stagionali, rottura degli schemi della quotidianità, temporanea sovversione dell'ordine sociale con ampi spazi di libertà garantiti alle componenti emarginate come donne, schiavi e meteci (liberi-non cittadini ivi residenti per ragioni commerciali): questi, in sintesi, i tratti salienti delle festività pagane di un tempo.
Che cosa è cambiato oggigiorno? Le processioni cristiane non seguono forse il tracciato viario della città antica, trasportando la statua del patrono/matrona dalla acropoli al santuario extra-urbano? Non sono forse i sindaci, massime autorità cittadine al pari di arconti e pritani del passato, a guidare, con l'ausilio dei sacerdoti, i cortei? E non sono soprattutto i lavoratori, componenti emarginati della società del Terzo Millennio dominata da banche, tasse e sprechi, a trarre giovamento dal giorno di riposo accordatogli?
Poco è cambiato, fra religione, ritualità e significati pragmatici di entrambe, nel trapasso plurimillenario che separa Artemide dalla Madonna della Consolazione, ma certamente, inquadrando i fattori di continuità e rottura che intercorrono fra ieri ed oggi attraverso una prospettiva storicistica coerente e scientificamente fondata, ciò che rimane – ed è già molto – sono le nostre radici.

Natale Zappalà

domenica 29 luglio 2012

RADICI: La storia locale fra valorizzazione e obbligo scolastico



La situazione complessivamente deleteria in cui versa il patrimonio storico-culturale – beni, reperti, tradizioni ataviche, paesaggi e quant'altro abbia a che fare con il concetto di “radici” – della provincia di Reggio Calabria, sia in termini di tutela che di fruizione, impone, con buona pace delle tante chiacchiere al vento puntualmente almanaccate dai “predicatori” di turno, una soluzione radicale e definitiva.
Nel corso degli ultimi decenni, gli enti preposti – amministrazioni regionali, provinciali o comunali, sovrintendenze – hanno alternato risoluzioni positive a direttive a dir poco scellerate. Le responsabilità oggettive della “sovrastruttura” non si discutono, senza tuttavia dimenticare le ben più gravi colpe che ricadono sui cittadini, spesso incapaci di supportare o controllare l'operato dei propri rappresentanti.
D'altronde, sono mancate – un po' ovunque in Italia, in verità – delle coerenti e durature strategie di valorizzazione dei beni culturali, anche perché raramente, dal punto di vista strettamente politico, investire sulla cultura si traduce in un cospicuo ed immediato “ritorno” in termini di propaganda. La realizzazione di un parco archeologico, per esempio, rispetto all'apertura di un'infrastruttura pubblica, anche se di dubbia utilità, esige una tempistica assai più dilatata e dà molte meno garanzie occupazionali, laddove la creazione di posti di lavoro rappresenta il fiore all'occhiello della perenne ricerca del consenso esercitata dai politicanti.
Al di là di queste ovvie riflessioni, raramente menzionate nel corso di convegni, seminari e conferenze dedicate all'argomento, è un fatto che la conoscenza delle radici storiche locali sia sconosciuta alla maggioranza della popolazione reggina. Tale colpevole lacuna non può purtroppo essere colmata da sporadici progetti, incontri tematici, pubblicazioni di libri o dalla sola attività – certamente febbrile e in gran parte volontaria e disinteressata – dell'associazionismo; questi sforzi, statistiche alla mano, rischiano di restare vani, poiché sistematicamente gli eventi culturali interessano neanche un decimo dei proseliti delle sagre, dei balletti o delle selezioni di qualche reality-show.
Ora, un popolo che non possiede la coscienza della propria identità, che magari considera il greco di Calabria il nome esotico di una rosticceria, come può impegnarsi, fattivamente e quotidianamente – magari semplicemente rispettando l'integrità di un reperto, evitando cioè di sfregiarlo con dichiarazioni d'amore disegnate o gettandovi rifiuti (anche organici) – sul terreno della conservazione, della tutela o della valorizzazione del proprio corpus storico-culturale? Le cosiddette “motte”, testimonianza materiale dell'eroica e secolare resistenza degli italo-greci alle scorrerie arabe, continueranno ad essere considerate, nella maggioranza dei casi, alla stregua di “vecchie pietre” e si vedranno altri cancelli elettrici addossarsi alle mura reggine di IV sec. a.C., già immuni ai terremoti, nonché agli assedi di Pirro o Annibale.
Occorrerà dunque conoscere prima ancora di valorizzare, pianificando obiettivi concreti, in grado di incidere sull'iter-formativo dei Reggini del futuro; delle direttive contestualizzate sul versante dell'istruzione pubblica e finalizzate alla formazione di una cittadinanza attiva e sensibile al richiamo delle proprie radici.
L'idea è quella di dedicare, obbligatoriamente, all'interno della didattica scolastica relativa a tutti gli istituti superiori del circuito provinciale, almeno il 10% del programma di storia, storia dell'arte e letteratura allo studio del plurimillenario patrimonio di memorie del territorio reggino. Ciò significherebbe, nell'ambito della storia greca parlare di Anassila, nell'ambito della letteratura citare Ibico o Licofrone, nell'ambito della storia dell'arte visitare la villa di Casignana. In fondo, al docente di turno basterebbe aprire delle appendici sul quadro “generale” degli argomenti imposti dal Ministero. E che non si dica che l'obbligo scolastico svilisce l'interesse dei temi trattati! Il fine non dovrà essere quello di sfornare intere classi di storici o archeologi, bensì istruire individui che sappiano sommariamente chi sia Leonzio Pilato, così come oggi tutti, nel complesso, sanno chi è Petrarca. L'attività di associazioni culturali, ricercatori ed enti preposti alla valorizzazione della storia locale, in questo senso, sarebbe ancor più preziosa e determinante nell'approfondire argomenti già noti, senza dover ogni volta ricominciare da zero.
Il risultato – fra un paio di decenni, è ovvio – sarà una generazione di cittadini finalmente consci di avere nel sangue oltre tremila anni di orgoglioso passato, consapevoli di calcare una terra di santi ed eroi, che così tante reminiscenze, materiali ed immateriali, ha lasciato ai posteri, nella spasmodica attesa di tornare a costituire il simulacro positivo dell'identità degli Uomini dello Stretto.

Natale Zappalà

domenica 15 luglio 2012

RADICI: Sul rilancio turistico del territorio reggino



Riportare i turisti sulle rive dello Stretto: questo il pretenzioso slogan alla luce del quale sono stati recentemente pianificati degli ambiziosi progetti volti ad incoraggiare l'avvento di un discreto flusso di visitatori, alla scoperta degli itinerari storici, archeologici, artistici o enogastronomici della provincia di Reggio Calabria.
Se l'iniziativa sulla carta è senza dubbio lodevole, de facto le strategie di divulgazione messe in atto dagli enti pubblici e/o privati preposti ci sembrano francamente improvvisate, talvolta sciatte, ma soprattutto poco rispettose di metodicità e sinergie di cui erano invece padroni i nostri antenati.
Il primo errore è quello di preferire il fattore logistico alla plurimillenaria organicità storica che caratterizza il territorio reggino. Un nutrito gruppo di turisti che si sposta in navetta da Reggio-città alla volta di Taureana di Palmi o di Seminara deve necessariamente essere a conoscenza della geografia storica delle zone che si accinge a visitare. In altri termini, se a Taureana sorge un parco archeologico, esso non è elencato all'interno della lista dei luoghi di interesse solo perché dista poche decine di chilometri da Reggio, ma perché Taureana risulta inserita sul versante settentrionale della chora reggina sin dalla protostoria, dalla mitologica venuta di Oreste alla foce dei sette fiumi alla edificazione del celebre santuario di San Fantino il Cavallaio. Allo stesso modo, Seminara, sede degli studi di intellettuali e sapienti del calibro di Barlaam e Leonzio Pilato, rappresenta il posto incantato in cui l'eredità italo-greca, dando sfogo alle inquiete ricerche di Petrarca e della sua cerchia di umanisti, inaugurò il Rinascimento e quindi il pensiero occidentale moderno.
I posteri hanno ormai dimenticato il concetto di «territorio cittadino» che identificava la mentalità dei nostri padri: l'antico viandante che guadava il Petrace si trovava – giuridicamente, beninteso – a Reggio. La consuetudine di identificare la città di riferimento con l'agglomerato urbano centrale è un'invenzione moderna. Fabula significat che dal Petrace alla Bovesia si estende uno spazio geografico coerente per lingua, cultura e tradizioni, che andrà considerato nella totalità e nella complessità della sua dimensione storica se davvero si intende valorizzarlo appieno.
Stesso dicasi per l'asty, l'antico centro urbano racchiuso dalle mura, oggigiorno equivalente all'area comunale di Reggio Calabria. Che senso ha condurre i turisti al Museo Nazionale della Magna Grecia o agli scavi di Piazza Italia, senza prima illustrare la fisionomia storico-urbanistica della polis?
Converrebbe dunque che le guide conoscessero l'ubicazione dell'acropoli del Trabocchetto, della Torre di Giulia o del tempio di Iside, della Punta Calamizzi o del Ninfeo di Caligola; che essi sapessero indicare, coinvolgendo emozionalmente l'uditorio, da dove venne precipitato dai Siracusani l'eroico Fitone o dove si trovava la Menza Porta, in modo da fissare indelebilmente nella memoria di chi si reca per la prima volta sulle rive dello Stretto il divenire storico dei luoghi, nonché la giustificazione razionale che evidenzia la sopravvivenza delle tante testimonianze plurimillenarie, materiali e immateriali, del passato di questa terra.
Esistono legami di lungo corso fra il reperto e il luogo di rinvenimento, fra la leggenda e il focolare intorno a cui è stata tramandata, dei rapporti inscindibili in grado di dominare il tempo, le ere e i grandi cambiamenti. La causalità, piuttosto che la casualità, di tutto ciò che di bello ed interessante oggi resiste a Reggio è una conquista ideologica da concretizzare, prima ancora di parlare di tours, itinerari, marketing, target e qualsivoglia strategia, di carattere politico o economico, che sia sradicata dalla nostra Storia.
Ovvio che per descrivere noi stessi sarà previamente opportuno conoscerci, sapere chi siamo, e non solo chi eravamo. Solo così, eliminando questa distinzione troppo netta fra passato e presente, colpevole di relegare la nostra vera identità nel limbo dei ricordi ancestrali, riusciremo finalmente a tracciare un'immagine veritiera di noi stessi e della nostra patria, da esportare orgogliosamente verso tutti coloro che ancora ci conoscono solo in parte, e mai in termini lusinghieri.

Natale Zappalà

mercoledì 27 giugno 2012

RADICI: Indigeni e greci nel territorio reggino


Una suggestiva veduta di Calanna (RC)


Niente alimenta le sempre vive strumentalizzazioni politiche della Storia quanto la questione dell'autoctonia, la possibilità di individuare precisamente gli abitanti originari di un dato territorio al fine di giustificarne il possesso ab antiquo. Nel caso dell'odierna Calabria – una denominazione che in effetti ha poco di autoctono, essendo originaria del Salento, poi traslata in epoca alto-medievale alla regione attualmente chiamata in tal modo –, spesso ci si imbatte in grossolane inesattezze per quel che concerne la definizione delle popolazioni indigene: non è un caso che certa storiografia presenti i Bruttii o Brettiii (da cui deriva il toponimo latino Bruttium) come gli abitanti originari di quelle zone. Niente di più impreciso, dal momento che i Bruttii o Brettii che dir si voglia furono in realtà un gruppo di mercenari di eterogenea provenienza etnica – con ogni probabilità una componente ribellatasi ai Lucani, altro popolo multietnico – installatasi (costituiranno una struttura politica di tipo federale con Cosenza capitale) nella punta dello Stivale solo a partire dalla metà del IV sec. a.C.; certo, essi parlavano una lingua osca non dissimile da quella parlata dai veri autoctoni e si assimilarono ad essi, ma retrodatare l'avvento dei Bruttii/Brettii all'Età del Bronzo ci appare come un vero e proprio attentato al rigore scientifico e al buonsenso.
Ma chi erano questi autoctoni? Le fonti parlano di Enotri, Ausoni, Itali e ancora Siculi o Morgeti, spesso in riferimento a presunti sovrani eponimi (cioè destinati a dare il nome ai loro stessi popoli) ed inventori o iniziatori di aspetti essenziali della realtà quale l'agricoltura stanziale o i pasti in comune, giunti nel profondo Sud alle soglie dell'Età del Ferro.
In merito ad essi risulta certa la sola provenienza indoeuropea, mentre rimane confusa l'identificazione etnico-geografica. In altri termini, tutti i popoli che ereditarono da questi precursori il possesso del Meridione, Greci e Romani, in omaggio alla già accennata “teoria del possesso ab antiquo”, preferivano parlare di Enotri, considerati provenienti dalla regione ellenica dell'Arcadia (e quindi affini ai Greci), piuttosto che di Ausoni, proto-latini (e quindi riconducibili alla facies romana).
Sembra altresì più probabile che tutte le suddette denominazioni – Enotri, Ausoni, Itali ecc. – siano da rimandare ad un unico popolo, poi ramificatosi, per migrazioni, ribellioni o conquiste, in varie tribù, guidate da altrettanti re eponimi, Enotrio/Enotri, Ausonio/Ausoni, Italo/Itali, Sikelos/Siculi, Morgete/Morgeti; come spesso accade, tuttavia, sarà stato il sovrano a prendere a posteriori il nome del popolo, e non viceversa.
Relativamente all'odierna provincia di Reggio Calabria, le fonti, teste Tucidide, affermano che Siculi e Morgeti, di stirpe italica, abitavano, ancora alla fine del V sec. a.C., le alture dell'Aspromonte, mentre i Greci avevano occupato i principali luoghi di approdo, assicurandosi poi il controllo delle arterie viarie di comunicazione. Dei primi si sa che, pressappoco all'epoca della guerra di Troia, passarono dall'Italia alla Sicilia, determinandone la denominazione; i secondi, anch'essi proto-latini, hanno lasciato in loco qualche traccia a livello toponomastico, come dimostra il toponimo San Giorgio Morgeto. Dal punto di vista archeologico, una peculiarità ascrivibile ai Siculi è da ricercare nelle caratteristiche necropoli “a grotticella”, una delle quali, relativamente al territorio reggino, è stata rinvenuta a Calanna.
L'arrivo dei Greci sulle rive dello Stretto, alla fine dell'VIII sec. a.C., comporta presumibilmente la relegazione forzata delle componenti indigene verso l'entroterra, come dimostrerebbe la notizia relativa ad un coevo complesso di palafitte ubicato presso l'odierna Piazza Garibaldi di Reggio e presentante tracce di distruzione violenta, segno evidente che lo sbarco dei Calcidesi alla foce del Calopinace fu seguito da una serie di scontri per il possesso della terra. Alle iniziative violente si accompagnano tuttavia delle strategie propagandistiche di sincretismo e rifunzionalizzazione, messe in atto dai Greci nei confronti del patrimonio religioso e culturale siculo. Lo stesso toponimo cittadino, Rhegion, mantenuto dai nuovi arrivati, rimanderebbe alla lingua osca (parlata dai Siculi) e al termine rex, nell'accezione di “città regale”, in riferimento al complesso dei miti autoctoni legati ad Eolo (forse un re-divinizzato, prima di divenire il dio dei venti) e alla sua progenie. Uno dei figli di Eolo, Iokastos, secondo la leggenda avrebbe fondato il primo nucleo urbano sulle rive dell'Apsia/Calopinace, e i Calcidesi ne manterranno viva la memoria, attribuendogli un culto eroico post-mortem; il sepolcro di Iokastos, ubicato presso il promontorio Pallantion, la sacra penisola dei Reggini oggi scomparsa, rappresenta un evidente segno di continuità religiosa e ideologica fra indigeni e greci.
D'altronde, la componente indigena non scomparirà dal territorio reggino, sebbene relegata sulle alture aspromontane, instaurando rapporti politici ed economici che, a seconda del contesto, saranno di autonomia o di parziale dipendenza. Metauros, odierna Gioia Tauro, è un esempio di emporion (piazzaforte commerciale) la cui documentazione archeologica mostra tracce di cooperazione e convivenza fra Greci e Siculi. Fra gli autoctoni viene reclutata, molto probabilmente, sia la manodopera servile o dipendente che la fanteria leggera (arcieri, frombolieri, portatori di lancia) per le campagne militari stagionali.
Saranno gli effetti di un conflitto “totale” come quello del Peloponneso – così diverso dalle consuete devastazioni dei campi coltivati praticate sino alla fine del V sec. a.C. –, lungo ed impegnativo e per questo assai pretenzioso per eserciti costituiti da soli cittadini, costretti a lasciare le proprie case e i propri interessi, a richiedere l'impiego stabile di bellicosi mercenari di professione come quelli campani, ingaggiati per la prima volta proprio dai Reggini in Sicilia.
Proprio fra tali “signori della guerra” si annoverano i Brettii/Bruttii il cui segno distintivo è rappresentato dai caratteristici cinturoni in bronzo onnipresenti nei corredi funerari –, destinati a mutare per sempre la fisionomia politica e geografica della Magna Grecia, conquistando le principali poleis e costituendo una costante spina nel fianco per gli Elleni d'Italia, almeno sino all'avvento di Roma.

Natale Zappalà

martedì 19 giugno 2012

PISTIS - STORIA DELLE RELIGIONI: Il Politeismo


Lo scopo di questa nuova rubrica consiste nel fornire ai lettori una serie di nozioni imprescindibili per comprendere la dimensione storica del fenomeno religioso, indagata dal punto di vista scientifico e quindi aliena da qualsivoglia condizionamento fideistico, con l’augurio che i lettori comprendano una verità inconfutabile: ogni credo ha un valore essenzialmente soggettivo e giammai universalmente valido. Qualsiasi condizionamento della libertà religiosa altrui deve pertanto intendersi come una violazione di un diritto inalienabile.


Il politeismo è una categorizzazione storico-religiosa che si lega alle culture cosiddette “alte”, caratterizzate da insediamenti stanziali, conoscenza delle pratiche agricole ed alfabetizzazione diffusa, in grado di elaborare raffinate speculazioni teogoniche (relative cioè all'origine degli dei) e cosmogoniche (relative alle origini del mondo), sul modello dell'Enuma Elish babilonese o delle Genealogie di Esiodo.
La credenza in una pluralità di personalità divine, in altri termini, non basta per contraddistinguere un credo politeistico: sarà infatti necessario che ogni singola divinità, a differenza di altri contesti religiosi quali l'animismo, non si identifichi mai con l'ambito cosmico che presiede. Un esempio servirà a rendere l'idea: Apollo è il dio greco del sole, ma trascende fisicamente il sole, essendo dotato di spiccata e specifica personalità. Gli dei del politeismo sono immortali ma non eterni, a differenza dei monoteismi non sono né increati, né eterni; spesso immaginati con fattezze antropomorfiche, essi possono nascere e persino fecondare donne mortali, dando talvolta vita ad eroi e semidei (i greci Eracle, Giasone, Enea ecc.)
Il complesso delle divinità politeistiche risulta inserito all'interno di una struttura ordinata per funzione dinastica (tutti gli dei sono legati da rapporti parentali) e dipartimentale (ogni dio dispone di uno o più ambiti cosmici di riferimento), il pantheon (“tutti gli dei”). Chiaro che non si tratta di regole immutabili, quanto di consuetudini soggette a fattori geografici – una particolare località può venerare una divinità tutelare (in Grecia detta “poliade”, relativa alla città) piuttosto che un'altra – politici o culturali. Frequenti, specie in relazione al politeismo romano, i fenomeni di sincretismo – la mescolanza di dottrine religiose eterogenee – o di assimilazione; in quest'ultimo caso vengono accomunate personalità divine relative a contesti religiosi differenti: la fenicia Astarte viene ricondotta alla siriaca Atagartis, all'egizia Iside, alla greca Afrodite, alla romana Venere e così via.
Sincretismi ed assimilazioni sono casistiche rese possibili dalla mancanza, rispetto ai monoteismi “storici” (Islam, cristianesimo ed ebraismo), di fondamentalismi, intolleranze o esclusivismi all'interno della mentalità religiosa politeistica. Un determinato credo può tuttavia essere osteggiato per motivazioni “politiche”, quando cioè esso mette a repentaglio l'ordine costituito. Esiste infatti un legame inscindibile fra politeismo e “stato”, che dipende dal particolare rapporto che ne caratterizza i fedeli, il cosiddetto “culto pubblico”. I culti politeistici hanno, de jure, lo scopo di onorare gli dei (attribuendogli la timé, la venerazione che gli spetta) quasi per scongiurarne l'intervento e le eventuali punizioni, ma de facto il loro fine ultimo è quello di inquadrare il popolo e scandire tempi e ritmi della vita sociale, definendone il calendario. Ne consegue che il rapporto divinità-fedele diviene essenzialmente ritualistico, ragion per cui, sovente, culti maggiormente partecipativi ed intimistici come i culti misterici ed orgiastici, ed in generale quelli di ascendenza orientale come Cibele ed Attis, furono accettati con entusiasmo e sincera devozione, specie per tutti coloro che non si accontentavano di vuoti sacrifici e banchetti rituali.
Nella seconda metà del I sec. d.C. persino il nascente cristianesimo verrà considerato alla stregua degli spiritualmente appaganti culti orientali (il mitraismo, altro culto di matrice orientale, fu per decenni uno scomodo “concorrente” per i cristiani), salvo poi venire sistematicamente avversato per le sue intrinseche caratteristiche di esclusivismo – come tutti i monoteismi esso esclude la convivenza con altre fedi religiose –, capaci di mettere in discussione l'equilibrio sociale dell'Impero Romano. In effetti le motivazioni giuridiche delle persecuzioni contro i cristiani sono da ricercare in questioni squisitamente politiche: se un cittadino romano non sacrifica al princeps, non partecipa a processioni e a banchetti rituali, se crede che tutti gli uomini siano uguali e che questa vita è solo un “passaggio” per l'aldilà, allora è un “cattivo cittadino” che mette in pericolo lo status quo.
Ci vorrà tutta l'abilità diplomatica di Paolo di Tarso e degli altri “Padri della Chiesa” per convincere gli imperatori romani che i cristiani potevano essere al contempo pecorelle di Dio e sudditi ossequiosi, quindi Roma non doveva temere l'Ekklesia (la nuova “assemblea dei credenti” cristiana). Lo capirà Costantino, nel IV secolo; ma questa, come si suol dire, è un'altra storia...

Natale Zappalà
natalezappala.blogspot.com

giovedì 24 maggio 2012

RADICI: La bella Giulia a Reggio

Sarà stata certamente una donna bella e sensuale Giulia Maggiore (39 a.C. - 14 d.C. circa), figlia del princeps romano Augusto e di Scribonia, moglie di tre diversi mariti (rispettivamente Marcello, Agrippa e Tiberio, tutti eredi al trono), ma soprattutto amante di tanti uomini secondo i non lusinghieri giudizi che di lei hanno tracciato le fonti dell'epoca: “inquinata dalla lussuria” secondo Velleio, “di costumi licenziosi” secondo Plinio. Non che le ricche matrone romane, con buona pace degli ipocriti e propagandistici interventi legislativi a favore della moralità dei costumi promanati proprio da Augusto, fossero così scrupolosamente ossequiose al vincolo di fedeltà matrimoniale, intente com'erano ad allacciare di frequente relazioni extraconiugali con altri patrizi o con i più famosi gladiatori dell'epoca.
Giulia, figlia di Augusto
(ritratto di Pavel Svedomskiy)
Più probabilmente i giudizi storici su Giulia Maggiore risultano inquinati dal suo coinvolgimento nelle trame di una congiura finalizzata all'abbattimento del potere augusteo, in seguito alla quale la fanciulla, rasentando la condanna a morte, venne infine condannata (2 a.C.) all'esilio forzato sulla piccola isola di Pandateria (odierna Ventotene), un piccolo paradiso di due chilometri quadrati al largo delle coste laziali e toscane, con l'espresso divieto di bere vino, vedere uomini e ricevere qualsiasi visita non previamente autorizzata dall'imperatore.
Lo storico Tacito e il biografo Svetonio scrivono che la pena inferta a Giulia fu mitigata, dopo qualche anno (5 d.C.), per espressa volontà popolare, ed ella ottenne il trasferimento a Reggio, sulle rive dello Stretto, allora annoverata fra le città più belle, ricche e colte del Mezzogiorno italiano. Dopo tre mariti e svariati parti, alcuni dei quali infelici (senza contare che Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Agrippa e Giulia e designati quali eredi al trono, morirono entrambi in giovane età), l'ancora piacente matrona prese dimora presso una bella domus non lontano dall'odierno Lungomare Falcomatà dove, secondo la tradizione, visse fino alla sua morte, sopraggiunta poco dopo il 14 d.C.; sembra che l'ultimo dei suoi mariti, il neo-imperatore Tiberio, l'avesse privata di tutti suoi beni e di qualsiasi compagnia negli ultimi giorni della sua vita, estremo castigo volto a suggellare nell'odio un matrimonio infelice e le ripetute infedeltà della donna, specie con Iullo Antonio, figlio del defunto triumviro sconfitto da Augusto ad Azio.
Un'incisione ritraente Reggio nel XVII sec.
Il cerchio indica la zona dove sorgeva la Torre di Giulia
Il legame fra Reggio e Giulia risulta testimoniato dalla tradizionale identificazione di una fortificazione medievale, la cosiddetta “Torre di Giulia”, con la dimora che ospitò la sfortunata figlia di Augusto. La costruzione, caratterizzata da un'imponente struttura quadrata di dieci metri per lato, venne realizzata in realtà in epoca romea (probabilmente fra il IX e il X sec.) e sorgeva alla fine dell'odierna via Giulia (poco distante dall'area dove oggi sorge Villa Zerbi). Inglobata nella cinta muraria aragonese (il cui tessuto urbano era molto meno esteso rispetto al passato) e collegata alla città tramite un ponte ad arco, la torre svolse un rilevante funzione di controllo visivo della zona compresa fra la porta settentrionale di Reggio, Porta Mesa (ubicata fra le odierne vie Palamolla e 2 Settembre 1847), e la batteria di San Francesco sul Lungomare, prima della sua demolizione, decretata alla fine del XVIII sec. in omaggio alle richieste, per così dire, “di razionalità ed ortogonalità” imposte dal piano urbanistico Mori, elaborato in seguito al disastroso sisma del 1783. Ampi viali realizzati ex novo si sostituirono al dedalo delle viuzze medievali, cominciando a cancellare impietosamente – così come avverrà, dopo il terremoto del 1908, con il “piano De Nava” – l'originaria e plurimillenaria fisionomia della polis dello Stretto. Chissà se l'ultima raffigurazione del manufatto non sia da ravvisare in un'incisione, illustrante la rappresentazione di una commedia dell'arte con protagonista la maschera reggina Giangurgolo, presente nel “Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile” di Jean-Cloude Richard de Saint-Non (1781-85). In effetti, osservando il ritratto (vedi immagine allegata), a destra della scena si nota un antico edificio di struttura quadrangolare sormontato da colonne e collegato ad un ponte ad arco sullo sfondo; una torretta, un'abitazione o magari ambedue le cose (magari una struttura difensiva rifunzionalizzata in abitazione o viceversa)?
L'incisione del Saint-Non
La vox populi reggina localizzava dunque nell'area della torre la dimora e soprattutto la sepoltura della bella Giulia. Una tradizione popolare che sembra tuttavia suffragata da alcuni ritrovamenti effettuati nel corso di cantieri edili effettuati in loco fra il 1773 e il 1790 e segnalati dallo scrittore Giuseppe Logoteta: un pavimento di mosaico, due cantoniere, un'ulteriore pavimentazione in tufo, ruderi di pareti e un volto umano scolpito in creta, ma soprattutto un architrave (oggi custodito al Museo Nazionale della Magna Grecia) reimpiegato come materiale edilizio in una struttura abitativa più recente con iscrizione dedicatoria ad Iside e Serapide, presumibilmente parte del santuario dedicato alle divinità egizie che doveva trovarsi nell'area dell'odierno Largo San Marco, fra Via Reggio Campi e Via Possidonea. Le indagini stratigrafico-archeologiche sulla maggioranza di questi reperti non sono state condotte, i resoconti “eruditi” come quelli del Logoteta andranno pur sempre presi con le molle, ma si può comunque ipotizzare l'esistenza di una villa signorile nell'area in questione, che magari ha legittimato l'insorgere della diceria popolare legata a Giulia.
La verità, in fondo, è che la storia reggina si presenta come un oceano di segreti e misteri ancora da decodificare, nella speranza che il fascino della ricerca ridesti finalmente l'entusiasmo dei posteri.

Natale Zappalà

mercoledì 9 maggio 2012

PISTIS - Rubrica di Storia delle Religioni: Etimologie e distinzioni


Lo scopo di questa nuova rubrica intitolata "Pistis" ("credenza" in greco antico) consiste nel fornire ai lettori una serie di nozioni imprescindibili per comprendere la dimensione storica del fenomeno religioso, indagata dal punto di vista scientifico e quindi aliena da qualsivoglia condizionamento fideistico, con l’augurio che i lettori comprendano una verità inconfutabile: ogni credo ha un valore essenzialmente soggettivo e giammai universalmente valido. Qualsiasi condizionamento della libertà religiosa altrui deve pertanto intendersi come una violazione di un diritto inalienabile.


Il termine “religione” deriverebbe, secondo le testimonianze di Cicerone e Lattanzio, da due verbi latini, relegere ovvero religare: il primo nell’accezione di “ripercorrere” o “rileggere attentamente” il rapporto rituale con gli dei, il secondo nel senso di “vincolare” l’uomo a Dio. La tesi di Lattanzio appare però già condizionata dall’avvento del monoteismo cristiano, laddove il rapporto essenzialmente pratico-ritualista del politeismo romano dovette probabilmente costituire il contesto originario entro cui venne coniato il termine.
Al di là dell’etimologia, oggi possiamo identificare la “religione” con il rapporto che ogni uomo ha con il prius e il supra, cioè con qualcuno o qualcosa che pre-esiste e che sovrasta idealmente gli esseri umani. Con ogni probabilità furono i primi approcci con fenomeni naturali come la pioggia, i fulmini o la morte a stimolare la nascita dell’atteggiamento religioso negli uomini.
Come si studiano scientificamente la religione o, per meglio dire, le religioni? Applicando il cosiddetto “metodo storico-comparativo”, consistente nel rintracciare all’interno di ogni fenomeno confessionale peculiarità, origini e sviluppo per poi confrontarle con altri fenomeni, in modo da tracciare analogie e differenze finalizzate a redigere delle “categorie”, certamente non rigide o universalmente valide – ogni religione mantiene sempre la propria specificità –, al fine di comprendere degnamente, seppur schematizzando, l’oggetto di studio.
Una prima forma di categorizzazione distingue le religioni “etniche” da quelle “fondate”. Le prime si presentano come elemento essenziale dell’identità culturale del popolo che le tramanda, mentre le seconde si configurano in relazione ad un fondatore realmente esistito, che ne ha elaborato la dottrina, consegnandola oralmente ai suoi seguaci o codificandola in forma scritta, magari veicolandola all’interno di un testo “sacro”.
Qualche esempio farà chiarezza: l’ebraismo rientra nella tipologia delle religioni etniche, essendo il messaggio religioso facente riferimento a Yahweh da sempre un elemento distintivo del popolo ebraico. L’Islam costituisce invece il classico esempio di religione fondata: il messaggio religioso della confessione è stato elaborato nel VII sec. d.C. da Muhammad (solitamente italianizzato in Maometto), venendo poi trasmesso ai fedeli attraverso un testo sacro, il Corano.
A conferma di come queste schematizzazioni non debbano in alcun modo essere considerate fisse o gerarchizzanti, sarà opportuno precisare che, per esempio, nel caso del Cristianesimo, annoverato fra le religioni fondate, la figura del fondatore, Gesù di Nazareth, presenta caratteristiche diverse da Maometto. Il Cristo insegnò ad un gruppo di discepoli ma non scrisse nulla, e il corpus dottrinale della confessione cristiana, nata nel contesto dell’ebraismo, si formò in maniera graduale, attraverso elaborazioni successive alla sua morte; ecco perché molti studiosi del settore, forse non del tutto a torto, indicano in Paolo di Tarso il vero fondatore del Cristianesimo.
Ciò non implica, d’altra parte, che il messaggio religioso islamico sia stato immediatamente “definitivo”, basti pensare alle scuole coraniche che, nei secoli successivi alla morte di Maometto, cercarono di adattare il variegato complesso delle prescrizioni coraniche alle mutevoli condizioni della società in divenire.
D’altronde, negare il divenire storico a cui tutte le religioni sono perennemente soggette – così come tutte le cose umane – significa abbandonare qualsivoglia presupposto di scientificità, uno strumento essenziale per meglio comprendere l’Uomo, le sue idee, e rifuggire dalle intolleranze.

Natale Zappalà