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giovedì 29 dicembre 2011

RECENSIONANDO... "Guida alla statuaria reggina" di D. Castrizio



Guida alla statuaria reggina (110 pp., € 13, Falzea editore) di Daniele Castrizio, professore associato di numismatica presso l'Università degli Studi di Messina, è un'opera agile e incalzante che accompagna il lettore alla riscoperta dei più prestigiosi reperti scultorei appartenenti al patrimonio artistico del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, dai Bronzi di Riace al “Filosofo di Porticello”, dalla “Testa di Basilea” al Kouros Reggino.
A differenza delle classiche «guide» il libro di Castrizio risulta corredato da un apparato critico e bibliografico in grado di rendere un testo sostanzialmente didattico al tempo stesso un aggiornato saggio di divulgazione scientifica, senza per questo appesantirne la lettura. Le teorie costruite metodicamente e meticolosamente dallo studioso non potranno infatti essere aprioristicamente o dogmaticamente discusse, bensì soltanto avvalorate o confutate con gli stessi criteri di cui si nutre una ricerca seria: interrogazione delle fonti superstiti, criticismo, metodo storico-comparativo.
Ciò nonostante c'è qualcosa che va al di là della mera scientificità e che le pagine del volume esalano in ogni dove: il richiamo ad un'identità plurimillenaria e indiscutibilmente “reggina” capace di legare endemicamente e indissolubilmente il patrimonio statuario in questione alla città che lo conserva. In questo senso, i Bronzi o la “Testa di Basilea” non appaiono più il portato casuale di una serie di rinvenimenti fortuiti e occasionalmente pubblicizzati al solo fine di stampare qualche depliant turistico, ma come emblemi materiali e profondi di radici antichissime che si intrecciano al respiro stesso della regginità: ecco che i Guerrieri di Riace potrebbero essere parte di un gruppo scultoreo concepito da un artista reggino – Pitagora –, miracolosamente «ritornati» nella patria d'origine del loro autore, così come il Kouros o il “Filosofo” probabilmente rappresentano l'ultima traccia a noi pervenuta dei sontuosi monumenti che adornavano le poleis dello Stretto nel corso del V sec. a.C.
Un'ultima buona ragione per acquistare la Guida alla statuaria reggina consiste nelle sublimi illustrazioni curate dal grafico e fotografo Saverio Autellitano, già blogger e curatore del progetto “Storia di Reggio Calabria” su Wikipedia, un artista capace in passato di “incollare” la scena del teatro di Taormina al Parco Baden-Powell per rendere l'idea visiva dell'antico theatron reggino alla rotonda di San Paolo. Risparmio al lettore l'emozione vibrante che pervade un modesto ricercatore di storia locale nell'ammirare la ricostruzione grafica di Colonna Reggina, il vetusto luogo di imbarco per la Sicilia in epoca greco-romana, sulla spiaggia di Porticello, con tanto di statua colossale del Poseidon troneggiante che guarda dall'altra parte dello Stretto azzurro e scintillante, specchiandosi nello sguardo marmoreo dello Zeus di Capo Peloro, all'imbocco del canale pullulante di lignee triremi.
In fondo, si tratta di emozioni ormai condivisibili con un pubblico sempre più ampio, dal momento che parole e immagini, nell'opera di Castrizio, concorrono nel divulgare e riesumare l'orgogliosa appartenenza a un passato che esige il suo tributo di conoscenza.

Natale Zappalà

venerdì 23 dicembre 2011

Buone feste a tutti i lettori del blog

A prescindere da qualsiasi credo od opinione religiosa, auguro a tutti i 21.943 (ad oggi!) lettori del blog di passare un piacevole periodo festivo... E lo faccio in greco-calabro, nella speranza che il 2012 ormai alle porte porti con sé anche la riscoperta della nostra identità, in fondo l'unico obiettivo di questo modesto spazio virtuale. Grazie di cuore a tutti voi.

Kalà Chistòjenna ce Kalò Chrçno Cinùrio!


Natale Zappalà


sabato 17 dicembre 2011

Garibaldi e l'impresa dei Mille: questione di patria o questione di corna?


Il grande libro della Storia è ricco di biografie di personaggi che, anziché aderire a criteri scientifici di stesura, appartengono al genere fantasy delle agiografie, cioè le gesta dei santi considerati modelli di virtù da seguire. Provare ad applicare un po' di sano criticismo allo studio delle suddette biografie significa spesso attirarsi accuse di oltraggio, sacrilegio o addirittura, come nel caso di Garibaldi, di vilipendio; come se nel mondo esistessero uomini perfetti o infallibili.
I manuali scolastici, quando si soffermano sul Risorgimento, tralasciano di considerare le motivazioni contingenti che indussero l'«Eroe dei due mondi» a impegnarsi in un'impresa apparentemente folle e disperata quale la spedizione dei Mille. Nel gennaio del 1860, solo cinque mesi prima della celebre partenza dallo scoglio di Quarto, Giuseppe Garibaldi era divenuto lo zimbello della Penisola, l'abituale oggetto di scherno nei salotti mondani. Persino Vittorio Emanuele II, che tanto «galantuomo» non era data la scabrosa e per niente segreta relazione intrattenuta con la plebea Rosa Vercellana (la «Bela Rosin»), soleva sbeffeggiare il condottiero nizzardo, forse perché, per una volta, il sempre nutrito gruppo dei pettegoli italici sarebbe stato distolto dai rumors sulla chiacchieratissima vita privata del Re di Sardegna.
L'opinione pubblica nazional-popolare cristallizzerà il mito amoroso di Garibaldi e Anita, quando in realtà il generale visse avventure sentimentali continue e impetuose, tutte caratterizzate da un paradosso evidente: attratto dalle nobili benestanti (fra le tante la duchessa di Sutherland o la baronessa Esperance von Schwartz), finiva per procreare con le popolane. Nel 1859 ebbe una figlia dalla sua cameriera, Battistina Ravello. Ne approfittò per certificare la moglie di Anita, morta dieci anni prima fra le paludi malsane di Comacchio, cercandone e trovandone il cadavere alle foci del Po. Legittimare la sua vedovanza costituiva il via libero legale per contrarre un nuovo matrimonio.
La scelta cadde sulla diciassettenne marchesina Giuseppina Raimondi. L'aveva incontrata nel giugno 1859 sulle rive del romantico lago di Como e lì l'aveva stupida con una cavalleresca dichiarazione d'amore in ginocchio, venendo però respinto dalla fanciulla. Sarà tuttavia la stessa Giuseppina a rifarsi viva qualche mese più tardi, manifestando il suo assenso all'unione; ma questa volta fu Garibaldi a tergiversare, adducendo scuse quali la differenza di età (Garibaldi aveva allora cinquantadue anni) e il suo carattere malinconico. Accadde però che il buon Giuseppe, ospite nella tenuta dei marchesi Raimondi nel Comasco, incorresse in un brutto incidente a cavallo che lo costrinse a rimaniere a letto per tre mesi in casa di Giuseppina, «prigioniero» dell'avvenente fanciulla e del di lei padre, fan sfegatato del generale. Fu così che il 24 gennaio del 1860 i due colombi convolarono a nozze.
Terminata la funzione religiosa nella cappella di famiglia, una volta benedetta solennemente la coppia, Garibaldi ricevette brevi manu una lettera in cui la neo-sposa veniva accusata di infedeltà ripetuta: pare che Giuseppina si intrattenesse con ben due amanti, uno dei quali, il bergamasco Luigi Caroli, l'aveva ingravidata poco tempo prima delle nozze. Era stato presumibilmente il marchese-padre a pianificare il matrimonio-riparatore con l'«Eroe dei due mondi» nelle vesti di marito-fantoccio.
Incalzata dallo sposo, Giuseppina ammise immediatamente la sua colpa. A questo punto, sulle reazioni a caldo di Garibaldi circolano voci contrastanti: per alcuni egli si sarebbe cavallerescamente limitato ad apostrofarla con la frase «Marchesa, voi siete una sgualdrina», ma secondo altri il generale le avrebbe addirittura messo le mani addosso. Fatto sta che i coniugi non si rividero più e per Giuseppe cominciò una sorta di «gogna mediatica» finché il siciliano Francesco Crispi non lo persuase a intraprendere la spedizione più importante della sua vita, cinque mesi dopo.
Garibaldi probabilmente pensò che un'avventura del genere avrebbe certamente riscattato il suo onore ed ebbe ragione: in fondo, oggigiorno, la storiografia ufficiale parla dei suoi Mille e non delle sue corna.

Natale Zappalà 
(Articolo tratto dalla rivista CostaViolaInforma n. 5, Anno 2, Dicembre 2011)

domenica 4 dicembre 2011

Insegnare la storia locale nelle scuole reggine? Forse si può. Intervista alla Prof.ssa Maria Caterina Lo Giudice


Si parla spesso di divulgazione e valorizzazione del patrimonio storico-culturale reggino, ma altrettanto frequentemente tutti i buoni propositi da parte di studiosi, ricercatori ed appassionati vanno ad infrangersi contro una paradossale realtà: all'interno delle scuole reggine non c'è spazio per l'insegnamento della storia locale; come se non bastassero manuali didattici scadenti o faziosi, direttive ministeriali identicide, il crescente svilimento della cultura classica a cui le plurimillenarie radici di questo territorio risultano indissolubilmente intrecciate.
Eppure, non servono chissà quali rivoluzioni per riappropriarci della nostra memoria: basta partire dalle piccole cose ed affidare alla quotidianità un progetto educativo concreto che miri a svelare ai nostri giovani il respiro dei propri antenati.
Ecco perché Maria Caterina Lo Giudice, docente di ruolo presso l'Istituto d’Istruzione Superiore “F. La Cava” sez. Liceo Scientifico di Bovalino ha deciso, da quando le è stato assegnato l'insegnamento della storia alle prime classi, di delineare ai suoi studenti una coscienziosa sintesi evenemenziale incentrata sul passato della loro terra. Per almeno un gruppo di giovanissimi Rhegion, Lokroi, Medma o Metauros non sono più nomi strani o sconosciuti, ma costituiscono il primo passo sul sentiero della riscoperta della nostra identità.
Abbiamo intervistato la Prof.ssa Lo Giudice, nella speranza che il suo esempio sia seguito da molti altri docenti all'interno del circuito scolastico di Reggio Calabria e dintorni.

Da dove nasce l'esigenza di insegnare ai suoi studenti la storia locale?

La conoscenza della storia locale è collegamento immediato con il nostro presente e indispensabile risorsa per il nostro futuro. La nostra storia non deve rimanere lontana o astratta per i nostri discenti. Non si può prescindere dal nostro contesto storico e quindi, dalle nostre origini. A circa 10 Km di distanza da Bovalino, ad esempio, c’è la colonia greca di Lokroi Epizephyrioi, ancora, la Villa romana di Palazzi di Casignana: il richiamo quindi è spontaneo e immediato. Ma non è tutto. Andiamo ancora indietro. Avendo appunto due prime classi, e partendo quindi dalla preistoria, come si può non fare una lezione sui rinvenimenti archeologici di tale età, soprattutto per quanto riguarda la presenza del Neolitico nel nostro territorio? Dalla mia esperienza, ho notato come gli studenti percepiscano la preistoria come lontana da noi, come se il nostro territorio non fosse mai stato toccato da tale periodo. Quindi, per una migliore comprensione di tale età nonché valorizzazione della nostra terra, è immediato il riferimento a Bova Marina che, per quanto riguarda appunto la “sezione” preistorica, custodisce, all’interno del piccolo antiquarium ubicato in zona San Pasquale (contrada Deri), reperti del Neolitico di pregevole fattura, dell’Età del Rame e del Bronzo.

Trova difficoltà a conciliare, dal punto di vista organizzativo, l'insegnamento della storia reggina con lo svolgimento del consueto programma didattico?

Qualche difficoltà è presente, visto la riduzione oraria di tale disciplina, che prevede solo 3 ore settimanali suddivise in storia, geografia e cittadinanza e costituzione. La diminuzione oraria e anche dello stesso nome di tale disciplina ossia geostoria, i libri di testo, che oramai abbreviano concetti e tempi storici, portano, inevitabilmente, al tramonto della preparazione storica locale e non nella sua interezza. Non dimentico però Cicerone: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis.

Perché, secondo lei, i suoi colleghi – mi riferisco naturalmente agli insegnanti di storia – non seguono il suo esempio, almeno accennando delle linee generali di storia locale in classe?

La didattica, oramai, ha tempi serrati (grazie alla riforma!) e le scadenze infra-quadrimestrali o quadrimestrali si pongono in maniera dispotica nei confronti degli approfondimenti culturali. Corre comunque, secondo me, l’obbligo morale di fare richiami, veloci o meno, alla storia del nostro territorio. Non si può tacere dal fornire le notizie storiche di una terra come la nostra che offre, spontaneamente, spettacoli storico-culturali cui noi assistiamo con devota meraviglia. Grecità e romanità si respirano dalla costa jonica alla tirrenica e le evidenze archeologiche stanno lì a testimoniare chi eravamo.

Quali sono i rischi che corrono le future generazioni reggine qualora si rinunciasse del tutto a parlare con i giovani delle nostre radici?

Non conoscere il nostro passato storico, le nostre origini sublima un processo di ignoranza che non lascia spazio a considerazioni pregevoli per il futuro della nostra terra, della nostra storia e quindi dei nostri giovani.

Natale Zappalà