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giovedì 30 giugno 2011

A caccia di luoghi comuni: chi distrusse la Biblioteca di Alessandria?


Si sente spesso affermare che la perdita della Biblioteca di Alessandria ha finito per rallentare di molti secoli, persino di millenni, il progresso scientifico dell'umanità.
Fondata da Tolomeo I Soter alla fine del IV sec. a.C., la «grande biblioteca» non era in realtà un vero e proprio edificio, ma un insieme di scaffali (bibliotheke, in greco, significa appunto «scaffale», «contenitore di libri») distribuiti lungo un corridoio coperto – il «peripato» – all'interno del Museo, il «luogo dedicato alle Muse», uno dei tanti ambienti palaziali di cui si componeva la Reggia, la residenza dei sovrani egizi.
All'interno del Museo potevano accedere solo i dotti previamente autorizzati dai Tolomei, diretti da un soprintendente, i quali avevano pieno accesso alle centinaia di migliaia di rotoli ai quali ammontava il patrimonio librario alessandrino. Una «piccola biblioteca» aperta al pubblico era invece situata presso il Serapeo (il tempio del dio Serapide); essa conteneva libri di carattere generale, divulgativo, del tutto imparagonabili con le rarità e i preziosissimi manoscritti custoditi all'interno del Museo.
A quando risale il celebre incendio che distrusse la «grande biblioteca» alessandrina?
In realtà si verificarono vari incidenti (dolosi e non) nel corso dei secoli. Si può senza dubbio fare giustizia del luogo comune secondo cui Giulio Cesare sarebbe stato uno dei responsabili del rogo del 48 a.C., all'epoca della guerra civile alessandrina: i migliaia di rotoli andati accidentalmente in fiamme nel corso di quell'assedio, immagazinati insieme al grano all'interno di un deposito portuale, facevano presumibilmente parte delle consuete partite di papiri destinati all'esportazione.
Il rogo del 391 d.C. provocato dai fondamentalisti cristiani aizzati dal vescovo Cirillo, recentemente immortalato nell'ottimo film “Agorà” di A. Amenabar (incentrato sulla drammatica vicenda biografica della filosofa Ipazia di Alessandria), riguardò essenzialmente la «piccola biblioteca» pubblica, quella del Serapeo, ben altra cosa rispetto quella del Museo, sebbene il suddetto episodio rimanga un caso esemplificativo della proverbiale idiozia dettata dall'intolleranza religiosa.
Come spesso accade nel corso della Storia, fu l'evento più oscuro e meno reclamizzato a essere determinante e, nella fattispecie, l'assedio alessandrino del 270 d.C., condotto dalla regina Zenobia di Palmira al tempo dell'imperatore Aureliano. In questa occasione venne interamente raso al suolo il quartiere di Bruchion, comprensivo della Reggia, del Museo e delle migliaia e migliaia di rotoli in esso custoditi.
La «grande biblioteca» venne poi affannosamente ricostituita – anche se molte, grandi, opere dell'antichità classica erano già andate irrimediabilmente perdute – e infine devastata da altri monoteisti intolleranti, gli Arabi del Califfo Omar che nel 642 d.C. appiccarono il fuoco ai libri in nome dell'Islam.

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