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giovedì 5 maggio 2011

Anéktoda: Fitone, l'eroe della resistenza reggina


L'aneddoto odierno, attinto dall'inesauribile serbatoio della memoria storica reggina, esemplifica come raramente gli esseri umani rispondono col rispetto all'onore e alla coerenza. Il personaggio di cui si tratterà, il greco Fitone, di onore e di coerenza ne aveva da vendere.
Quando, alla fine del V sec. a.C., Dionisio I – quello del celebre «orecchio», un episodio in realtà apocrifo – instaurò un potere personale assoluto a Siracusa, Fitone si trasferì, insieme ad altri personaggi di spicco ostili al nuovo regime, a Reggio, la più grande avversaria politica della città siceliota. Se, infatti, l'obiettivo di Dionisio I consisteva essenzialmente nel fondare un vasto stato territoriale al di qua e al di là dello Stretto di Scilla, i Reggini intendevano difendere con le unghie e coi denti la propria autonomia.
Nel 388/87 a.C., al termine di una campagna militare diretta contro le poleis magnogreche alleate di Reggio, quest'ultima venne assediata per terra e per mare dalle truppe siracusane. Fitone guidò l'eroica resistenza dei cittadini per undici, lunghissimi, mesi, durante i quali ogni rifornimento alimentare era frutto di una cruenta battaglia per la sopravvivenza, attraverso rischiose sortite effettuate fuori dalla cinta muraria urbica.
Si racconta che gli assediati, ormai allo stremo delle forze, solessero persino cibarsi dell'erba che cresceva sulla piana di Condera, oltre le fortificazioni dell'acropoli – collocata sull'odierna collina del Trabocchetto –, finché i siracusani non portarono delle mandrie di mucche a pascolarvi, depauperando così l'unica risorsa rimasta ai nemici. Lo stesso Dionisio I, che impiegò per l'occasione le ultime innovazioni tecnologiche dell'arte ossidionale, trabucchi e catapulte, venne colpito da una lancia all'inguine nel corso di uno scontro.
Quando i Reggini si arresero (387/86 a.C.), prostrati dalla fame e dalla sete, il tiranno siceliota si vendicò sul leader della resistenza reggina, costrigendolo a una morte atroce: osservare il supplizio del figlio, scaraventato dall'alto delle mura cittadine per poi subire la sua stessa sorte. Come dire, nessun onore per i vinti.

Illustrazione: Resti delle mura greche, Parco Archeologico del Trabocchetto, Reggio Calabria (Fonte: Reggio città d'arte, 2007, p. 18).

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