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domenica 29 maggio 2011

Salviamo la «mucca dello Stretto»


I provvidenzialisti lo definirebbero un «segno»; i fatalisti un «presagio»; le persone coscienziose parlerebbero semplicemente di «simpatica coincidenza». Perchè la mucca bianca che nuotava fra gli azzurri marosi dello Stretto non poteva che ricordare a tutti coloro che conservano nel cuore la Storia reggina l'origine del nome Italia, il toponimo destinato a identificare la nostra nazione nella sua interezza.
In quel caso, a dire il vero, più che di una mucca si trattava di un vitello appartenuto al re Gerione la cui mandria venne sottratta da Ercole nel corso di una delle sue celeberrime fatiche –, il quale, dopo aver eluso il controllo del semidio, si gettò nelle acque dello Stretto. La riva ove approdò l'animale fuggiasco venne infine chiamata Vitulìa, la «terra del vitello», da cui deriva il termine Italia.
I nostri padri Greci non dubitavano della sacralità della propria mitologia, vera e propria custode dei ricordi ancestrali prima che la comparsa della storiografia riuscisse a cementarne la memoria.
Ecco perché occorre darsi da fare per salvare questa bellissima mucca bianca dal macello, lasciando che la sua incredibile vicenda rammenti ai Reggini le proprie radici, oltre alle imperscrutabili coincidenze di cui consta la vita.
Fra le varie proposte di adozione giunte da ogni dove della penisola, il sindaco di Villa San Giovanni, Rocco Lavalle, ha recentemente proposto di ospitare stabilmente la «mucca dello Stretto» presso la Fattoria Didattica “Amata Sole Luna”.Sembra un'idea geniale. Ci si aspetta solo che venga realizzata in fretta.

domenica 8 maggio 2011

Platone e le mangiate reggine


«[...] Dunque le generazioni umane non si sarebbero mai potute liberare dalle sciagure, finché al potere non fossero giunti i veri e autentici filosofi oppure i governanti delle città non fossero divenuti, per una grazia divina, essi stessi veri filosofi. Questi pensieri avevo in mente quando venni in Italia [l'odierno Sud della Calabria, nell'accezione antica del termine] e in Sicilia per la prima volta».
Platone, Settima Lettera 326 A.

Il celeberrimo fondatore dell'Accademia lasciò Atene nel 399 a.C., in seguito al processo e alla conseguente condanna a morte che i suoi concittadini inflissero a Socrate. Nel corso del decennio successivo, errando fra Megara, Cirene e l'Egitto – le antichissime tradizioni culturali di quest'ultimo, con tutta probabilità, ispirarono a Platone l'allegoria di Atlantide – alla ricerca della «vera filosofia», Platone si avvicinò soprattutto alle sette mistico-religiose dei Pitagorici di Magna Grecia e Sicilia, prima di recarsi a Siracusa, ove tentò tre volte di mettere in pratica il suo modello ideale di governo, la Repubblica guidata dai filosofi.
Che Platone sia giunto anche a Reggio, nel corso nel suo peregrinare, è un'ipotesi comprovata da diversi elementi: in primo luogo, la città dello Stretto divenne, a partire dalla chiusura dei «sinedri» (le «scuole» pitagoriche) indette da Crotone e da altre poleis magnogreche intorno al 450 a.C., il luogo privilegiato di asilo per gli iniziati alle dottrine matematiche, astronomiche, musicali e filosofiche elaborate dai Pitagorici. Inoltre, Platone stesso dovrebbe aver dedicato a un pitagorico reggino suo amico, Teeteto, il primo libro della Scienza.
Chissà se proprio l'imminente conflitto fra Reggio e Siracusa – che si concluse con una tragica sconfitta subita dalla città dello Stretto – indusse l'esule ateniese a recarsi in Sicilia, nel 388 a.C., alla corte di Dionisio I. Per la cronaca, tutti e tre i tentativi di trasposizione pratica della Repubblica – i filosofi al potere – si tradussero in altrettanti fallimenti e, Platone terminò il suo primo viaggio in Occidente venduto come schiavo al mercato dagli sgherri di Dionisio I, che liquidò le idee platoniche come «frutto di un rimbambimento senile».

«Appena giunto mi disgustò la vita che quivi era chiamata felice, piena com'era di banchetti italioti e siracusani, e quel riempirsi lo stomaco due volte al giorno e non dormir mai solo la notte».

Platone (Settima Lettera, 326 B), nel breve tempo in cui soggiornò in Italia – e quindi anche a Reggio –, ebbe modo di notare una peculiarità ancora oggi non passata di moda negli usi e costumi del Mezzogiorno: la longue durée delle mangiate calabresi e siciliane, con l'annessa tendenza di annegare i pensieri della vita fra fiumi di alcool e oceani di vivande come le reggine frittole, curcuci o caddhuraci.
Forse il sommo filosofo, ossessivamente orientato al perseguimento dei propri ideali, si trovò invischiato a malincuore in qualche festa patronale – magari le pagane Artemisie che si svolgevano a Reggio in estate, poi rifunzionalizzate nelle cristianissime Festi ì Maronna – e qualche satizzu gli fu indigesto, oppure egli aveva perfettamente colto nel segno nel descrivere quella deleteria abitudine all'ozio intellettuale che tuttora caratterizza il popolo meridionale? Ai posteri l'ardua sentenza.

giovedì 5 maggio 2011

Anéktoda: Fitone, l'eroe della resistenza reggina


L'aneddoto odierno, attinto dall'inesauribile serbatoio della memoria storica reggina, esemplifica come raramente gli esseri umani rispondono col rispetto all'onore e alla coerenza. Il personaggio di cui si tratterà, il greco Fitone, di onore e di coerenza ne aveva da vendere.
Quando, alla fine del V sec. a.C., Dionisio I – quello del celebre «orecchio», un episodio in realtà apocrifo – instaurò un potere personale assoluto a Siracusa, Fitone si trasferì, insieme ad altri personaggi di spicco ostili al nuovo regime, a Reggio, la più grande avversaria politica della città siceliota. Se, infatti, l'obiettivo di Dionisio I consisteva essenzialmente nel fondare un vasto stato territoriale al di qua e al di là dello Stretto di Scilla, i Reggini intendevano difendere con le unghie e coi denti la propria autonomia.
Nel 388/87 a.C., al termine di una campagna militare diretta contro le poleis magnogreche alleate di Reggio, quest'ultima venne assediata per terra e per mare dalle truppe siracusane. Fitone guidò l'eroica resistenza dei cittadini per undici, lunghissimi, mesi, durante i quali ogni rifornimento alimentare era frutto di una cruenta battaglia per la sopravvivenza, attraverso rischiose sortite effettuate fuori dalla cinta muraria urbica.
Si racconta che gli assediati, ormai allo stremo delle forze, solessero persino cibarsi dell'erba che cresceva sulla piana di Condera, oltre le fortificazioni dell'acropoli – collocata sull'odierna collina del Trabocchetto –, finché i siracusani non portarono delle mandrie di mucche a pascolarvi, depauperando così l'unica risorsa rimasta ai nemici. Lo stesso Dionisio I, che impiegò per l'occasione le ultime innovazioni tecnologiche dell'arte ossidionale, trabucchi e catapulte, venne colpito da una lancia all'inguine nel corso di uno scontro.
Quando i Reggini si arresero (387/86 a.C.), prostrati dalla fame e dalla sete, il tiranno siceliota si vendicò sul leader della resistenza reggina, costrigendolo a una morte atroce: osservare il supplizio del figlio, scaraventato dall'alto delle mura cittadine per poi subire la sua stessa sorte. Come dire, nessun onore per i vinti.

Illustrazione: Resti delle mura greche, Parco Archeologico del Trabocchetto, Reggio Calabria (Fonte: Reggio città d'arte, 2007, p. 18).

domenica 1 maggio 2011

"La Reggio di Anassila" vince il Premio Metauros 2011

Il saggio storico "La Reggio di Anassila" (Leonida Edizioni 2010) ha vinto il Premio Metauros 2011 classificandosi al primo posto della categoria "libro edito di storia locale".
Io non vorrei altro che condividere con i lettori del mio blog questo importante riconoscimento, emblematicamente intitolato al sacro nome dell'antico fiume di confine della Rhegion greca, quel Metauros nato da sette fratelli alla cui foce, secondo il bellissimo poema di Stesicoro, giunse Oreste per purificarsi dalle sue colpe.
Grazie di cuore amici miei. Questo premio è anche vostro.