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lunedì 18 aprile 2011

Quel debito storiografico con il Sud


«L'Italia ha un debito storiografico con il Sud». É raro che un autorevole accademico come Paolo Mieli – presidente del gruppo RCS, ex direttore del Corriere della Sera, nonché docente di storia contemporanea presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Statale di Milano – parli di revisionismo in riferimento al periodo risorgimentale, del Mezzogiorno conquistato con asprezza che dovette rinunziare alle proprie tradizioni storiche e culturali, della necessità di correggere o integrare i manuali scolastici o della fase relativa al «brigantaggio» (1861-65) come di una vera e propria guerra civile.
Fino a qualche anno fa, bastava dubitare della sincerità di Cavour, Garibaldi o Vittorio Emanuele II per essere tacciati di revanscismo. C'è voluto il successo editoriale di coraggiose pubblicazioni controcorrente, da Gigi Di Fiore a Pino Aprile e Giordano Bruni Guerri, per riaprire prepotentemente un dibattito che meritava una soluzione coscienziosa.
Era chiaro che al di là degli estremismi di sorta – ipernazionalismi e neoborbonicismi, sterili ai fini di una rigorosa applicazione del metodo scientifico allo studio del passato – esisteva una Storia scritta dai vincitori, una serie di mistificazioni evenemenziali alimentate per decenni dalla connivenza di accademici – anche meridionali purtroppo – rei di avere barattato l'amore per la verità e l'orgoglio della coerenza con la sicurezza di mantenere cattedre e onoreficenze.
Il grande pubblico non doveva conoscere le modalità di conquista politica, economica e culturale delle desolate lande meridionali, altrimenti avrebbe dubitato di quella stessa, giovane, nazione appena sorta. Eppure, il clamore mediatico suscitato da opere inneggianti a un sempre più evidente «ciclo dei vinti» ha contribuito ad abbattere ogni reticenza.
Se occorre sempre un certo lasso di tempo per scoprire le mille verità della Storia, la colpa ricade spesso su quegli uomini che, per vergona, timore o interesse, cercano di confinare il passato dentro un archivio, nelle forme di propaganda, dietro colossali menzogne. Del resto, l'Italia postunitaria è riuscita nell'intento di addestrare alla luce di letture faziose come “Cuore” di De Amicis, una generazione di soldati che andò a lasciare la vita, fra gli orrori delle trincee crudamente descritte da Lossu e Ungaretti, sugli altipiani intorno a Trento e Trieste nella Grande Guerra; il tutto per completare le «guerre di liberazione», per conquistare dei territori che sarebbero stati ugualmente annessi restando neutrali.
In fondo, la questione risorgimentale era semplice da analizzare: l'Unità rappresentò, schematicamente, un processo elitario (cioè estraneo alle masse popolari) attraverso cui le eterogenee identità locali – statali, geografiche e culturali – della penisola furono accorpate in un unico regno, egemonizzato dagli interessi di quella dinastia Savoia che aveva guidato il processo risorgimentale.
A personaggi come Paolo Mieli resta il merito di aver contribuito a squarciare il Velo di Maya del dogmatismo storiografico sul Risorgimento italiano. Finalmente è giunta l'ora di sostituire le litanie che popolano i manuali scolastici con fatti e riflessioni metodiche, le agiografie coi ritratti impietosi, le leggende con le tragedie. Il momento è finalmente propizio!

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