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martedì 19 aprile 2011

Paolo di Tarso e i serpenti reggini


Il cristianesimo delle origini si è spesso appropriato di culti e tradizioni di matrice pagana, talvolta rifunzionalizzandoli in accezione negativa. L'iconografia classica del Diavolo, per esempio, riecheggia le sembianze di Pan – corna, coda, zoccoli caprini e folta peluria –, il selvatico dio greco abitatore dei boschi.
Saul di Tarso, il San Paolo dei cristiani, risulta invece legato, specie all'interno del patrimonio folkloristico del Mezzogiorno italiano, alla supposta immunità dagli animali velenosi come serpenti o tarantole. In Puglia, Calabria e Sicilia sopravvive ancora la leggenda dei «sanpaolari», individui ritenuti discendenti del santo, sui quali non farebbe effetto alcun tipo di tossina. Una credenza mediata da un passo tratto dagli Atti degli Apostoli – c. 28, vv. 3-4, laddove l'evangelista Luca, o chi per lui, racconta che Paolo, morsicato da una vipera alla mano, non riportò alcuna conseguenza –, ambientato a Malta.
A Reggio Calabria si contestualizza una delle più celebri tradizioni relative a Paolo di Tarso, il miracolo della colonna ardente, secondo cui, l'ex fariseo, sbarcato nella città dello Stretto in occasione delle feste Artemisie e avendo chiesto alla cittadinanza il permesso di poter divulgare la buona novella, riuscì a intrattenere il pubblico ben oltre il tempo utile concessogli dalle autorità, lo spegnimento di un mozzicone di candela; infatti, magicamente, il fuoco si sarebbe propagato dalla cera al frammento di colonna templare sulla quale poggiava il lumicino.
Non è un caso che la tradizione collochi lo sbarco di Paolo presso Punta Calamizzi, alla foce dell'Apsia/Calopinace, laddove sorgeva il tempio di Artemide intorno a cui si svolgevano le feste dedicate alla dea. Punta Calamizzi rappresentava, inoltre, il luogo-simbolo delle memorie ancestrali e pagane reggine: ivi erano sbarcati i Greci d'Eubea, fondatori della polis, lì il poeta Stesicoro aveva ambientato la mitica venuta di Oreste – l'eroe che, per altro, avrebbe promosso la stessa edificazione del tempio di Artemide a Reggio – in Occidente, ma, soprattutto, il sacro Pallantion (il nome ellenico di Punta Calamizzi) rievocava il passato più remoto della città, la vicenda di Iocasto, figlio di Eolo, il sovrano ausone che avrebbe ispirato la denominazione del sito, Rhegion, la «città del re» in antica lingua osca. Iocasto morì a causa del morso di un serpente e sul luogo della sua scomparsa, a Punta Calamizzi, fu eretto un tumulo sepolcrale, oggetto di culto eroico in età storica.
La leggenda di Paolo di Tarso a Reggio, in altri termini, appare come una classica rifunzionalizzazione in chiave cristiana di antiche sacralità pagane: un protettore dai serpenti che compie un miracolo presso un luogo segnato da un mito legato ai serpenti; strane coincidenze!
Il folklore reggino ha quindi cristallizzato la centralità – seppur secondo una prospettiva diametralmente opposta – delle credenze legate al serpente, legandole ai due personaggi-cardine della cristianità locale: Paolo di Tarso, il fondatore della prima comunità dei seguaci di Gesù Cristo sulle rive dello Stretto, e San Giorgio, patrono della città, a cui, con l'attributo di Drakoniaratis, cioè «del serpente», era stata eretta una chiesa, sempre a Punta Calamizzi, in età medievale.
Come dire, echi di memorie remote che talvolta risorgono.

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