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domenica 6 marzo 2011

Dalla diversità all'Unità. III parte: Come fare l'Italia?

Il processo di unificazione nazionale italiana si conclude il 17 Marzo 1861 con la proclamazione del Regno – legittimata dal risultato dei plebisciti che si tengono all'interno degli stati pre-unitari –, nonché con la vittoria della tesi liberale-monarchica: la creazione di uno stato unitario sotto la guida della dinastia Savoia, sovrana del Regno di Sardegna.
Si parla di "vittoria di una tesi" poiché, nel corso dei decenni precedenti all'unificazione, vengono formulate – soprattutto da artisti e intellettuali – una molteplicità di indirizzi e teorie in base alle quali procedere alla creazione di uno stato nazionale unitario. Va tuttavia precisato che, nelle sue componenti essenziali, il movimento nazionale italiano fu espressione soprattutto delle forze più dinamiche e combattive della società, cioè borghesia, studenti o intellettuali, attraverso circoli, riviste, università, giornali, società segrete e salotti; dunque, salvo casi eccezionali, esso non ebbe alcun collegamento con le masse popolari.
La proposta di Giuseppe Mazzini circa il futuro assetto politico-statale della penisola parte da una serie di considerazioni, per così dire, "sacre": la religione è l’unica cosa capace di trasformare profondamente le coscienze degli uomini; si tratta tuttavia di un tipo di religiosità laica, di una forza morale, di una “missione” affidata da Dio a tutti i popoli, nella speranza di raggiungere il progresso continuo: in questo senso, il popolo italiano deve aprire la strada al movimento progressivo dell’intera umanità, costituendosi in una repubblica democratica indipendente. Il metodo è quello dell’educazione e dell’insurrezione, attraverso la formazione di una coscienza nazionale che trova i propri fondamenti nell’attività politica e culturale (Pensiero) e la lotta armata (Azione). pensiero di Mazzini esula da qualsiasi forma di degenerazione nazionalistica: la fondazione della Giovine Europa è infatti orientata all’abbattimento dei governi reazionari europei, nonché basata sull’idea di fondo che solo il conseguimento dell’ideale di Patria possa portare alla “fratellanza universale”. Nonostante si preannunciasse come "democratica", la visione mazziniana non prende analiticamente in considerazione la questione sociale: il suo programma economico si limita ad irreali proposte corporativistiche, basate sulla collaborazione fra borghesia e classi lavoratrici, oppure a criteri di tassazione progressiva.
A Mazzini si affianca il cosiddetto "neoguelfismo" del sacerdote torinese Vincenzo Gioberti. I presupposti di questa tesi – contenuta nel celeberrimo "Primato morale e civile degli italiani" (1843) – sono da ricercare nella condanna della Rivoluzione Francese, rea di avere interrotto la fase storica delle riforme politiche promosse direttamente dai legittimi sovrani a beneficio del popolo (la fase del “dispotismo illuminato”), e nell’attribuzione di un ruolo di preminenza politica al Papato e alla Chiesa Cattolica nel corso dell'evoluzione storica della civiltà europea, dal Medioevo in poi. Il grande successo dell'idea giobertiana – al di là delle evidenti distorsioni storiche legate alla presunta centralità dello Stato Pontificio nel corso del passato della penisola – sta soprattutto nella conciliazione fra vecchio e nuovo: il necessario rinnovamento politico può essere raggiunto senza rivoluzioni cruente, semplicemente continuando l’attività riformistica: attraverso convocazioni di assemblee consultive e promozioni di unità doganali, gradualmente si sarebbe giunti ad una confederazione di stati italiani, retti dai legittimi sovrani, la cui presidenza sarebbe stata affidata al pontefice.
Alla corrente "liberale-moderata" appartengono politici ed intellettuali come Cesare Balbo, che analizza lucidamente la cronica subordinazione politica italiana alle grandi potenze europee; pertanto, egli individua nell'instabilità del coevo contesto internazionale – riferendosi alla “questione orientale” e alla possibile “distrazione” verso i Balcani dell’Austria – il momento opportuno per costituire una lega armata, guidata dai principi italiani e finalizzata alla liberazione della penisola dal dominio straniero. La guida politica del processo risorgimentale, in questo senso, sarebbe stata affidata a Carlo Alberto di Savoia piuttosto che al Papa. Massimo D’Azeglio, diversamente, parla di “congiura alla luce del giorno”, preferendo cioè puntare, come Gioberti, sulle riforme graduali anziché sull’insurrezione armata, il tutto sotto l'egida della dinastia Savoia.
Come spesso accade sarà la teoria più lungimirante e disincantata ad essere la meno celebre; ci si riferisce, nella fattispecie, alla formulazione del milanese Carlo Cattaneo, il quale, conscio delle differenze particolaristiche dell’economia peninsulare – all'interno della quale solo un quinto del volume complessivo degli affari si basava sul commercio "interno" fra gli stati pre-unitari – e nel quadro di una tradizione storica centrata sulla frammentazione regionale e comunale, propone l’idea di un federalismo repubblicano che differisce profondamente sia dall'idea repubblicana ed unitaria di Mazzini che dal neoguelfismo o dai liberali-moderati, rimanendo tuttavia legato ai dati reali piuttosto che alle dissertazioni filosofiche o retoriche.
In definitiva, come spesso accade nel corso della Storia, l'Unità d'Italia si presenta come il portato di una serie complessa di prospettive, in merito alle quali si è cercato, seppur cursoriamente, di fare chiarezza, al riparo da mitizzazioni o revisionismi di sorta, nella speranza che soprattutto i giovani comprendano i valori della metodicità e della chiarezza, essenziali per intraprendere il lungo cammino alla ricerca delle proprie origini.

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