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giovedì 29 dicembre 2011

RECENSIONANDO... "Guida alla statuaria reggina" di D. Castrizio



Guida alla statuaria reggina (110 pp., € 13, Falzea editore) di Daniele Castrizio, professore associato di numismatica presso l'Università degli Studi di Messina, è un'opera agile e incalzante che accompagna il lettore alla riscoperta dei più prestigiosi reperti scultorei appartenenti al patrimonio artistico del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, dai Bronzi di Riace al “Filosofo di Porticello”, dalla “Testa di Basilea” al Kouros Reggino.
A differenza delle classiche «guide» il libro di Castrizio risulta corredato da un apparato critico e bibliografico in grado di rendere un testo sostanzialmente didattico al tempo stesso un aggiornato saggio di divulgazione scientifica, senza per questo appesantirne la lettura. Le teorie costruite metodicamente e meticolosamente dallo studioso non potranno infatti essere aprioristicamente o dogmaticamente discusse, bensì soltanto avvalorate o confutate con gli stessi criteri di cui si nutre una ricerca seria: interrogazione delle fonti superstiti, criticismo, metodo storico-comparativo.
Ciò nonostante c'è qualcosa che va al di là della mera scientificità e che le pagine del volume esalano in ogni dove: il richiamo ad un'identità plurimillenaria e indiscutibilmente “reggina” capace di legare endemicamente e indissolubilmente il patrimonio statuario in questione alla città che lo conserva. In questo senso, i Bronzi o la “Testa di Basilea” non appaiono più il portato casuale di una serie di rinvenimenti fortuiti e occasionalmente pubblicizzati al solo fine di stampare qualche depliant turistico, ma come emblemi materiali e profondi di radici antichissime che si intrecciano al respiro stesso della regginità: ecco che i Guerrieri di Riace potrebbero essere parte di un gruppo scultoreo concepito da un artista reggino – Pitagora –, miracolosamente «ritornati» nella patria d'origine del loro autore, così come il Kouros o il “Filosofo” probabilmente rappresentano l'ultima traccia a noi pervenuta dei sontuosi monumenti che adornavano le poleis dello Stretto nel corso del V sec. a.C.
Un'ultima buona ragione per acquistare la Guida alla statuaria reggina consiste nelle sublimi illustrazioni curate dal grafico e fotografo Saverio Autellitano, già blogger e curatore del progetto “Storia di Reggio Calabria” su Wikipedia, un artista capace in passato di “incollare” la scena del teatro di Taormina al Parco Baden-Powell per rendere l'idea visiva dell'antico theatron reggino alla rotonda di San Paolo. Risparmio al lettore l'emozione vibrante che pervade un modesto ricercatore di storia locale nell'ammirare la ricostruzione grafica di Colonna Reggina, il vetusto luogo di imbarco per la Sicilia in epoca greco-romana, sulla spiaggia di Porticello, con tanto di statua colossale del Poseidon troneggiante che guarda dall'altra parte dello Stretto azzurro e scintillante, specchiandosi nello sguardo marmoreo dello Zeus di Capo Peloro, all'imbocco del canale pullulante di lignee triremi.
In fondo, si tratta di emozioni ormai condivisibili con un pubblico sempre più ampio, dal momento che parole e immagini, nell'opera di Castrizio, concorrono nel divulgare e riesumare l'orgogliosa appartenenza a un passato che esige il suo tributo di conoscenza.

Natale Zappalà

venerdì 23 dicembre 2011

Buone feste a tutti i lettori del blog

A prescindere da qualsiasi credo od opinione religiosa, auguro a tutti i 21.943 (ad oggi!) lettori del blog di passare un piacevole periodo festivo... E lo faccio in greco-calabro, nella speranza che il 2012 ormai alle porte porti con sé anche la riscoperta della nostra identità, in fondo l'unico obiettivo di questo modesto spazio virtuale. Grazie di cuore a tutti voi.

Kalà Chistòjenna ce Kalò Chrçno Cinùrio!


Natale Zappalà


sabato 17 dicembre 2011

Garibaldi e l'impresa dei Mille: questione di patria o questione di corna?


Il grande libro della Storia è ricco di biografie di personaggi che, anziché aderire a criteri scientifici di stesura, appartengono al genere fantasy delle agiografie, cioè le gesta dei santi considerati modelli di virtù da seguire. Provare ad applicare un po' di sano criticismo allo studio delle suddette biografie significa spesso attirarsi accuse di oltraggio, sacrilegio o addirittura, come nel caso di Garibaldi, di vilipendio; come se nel mondo esistessero uomini perfetti o infallibili.
I manuali scolastici, quando si soffermano sul Risorgimento, tralasciano di considerare le motivazioni contingenti che indussero l'«Eroe dei due mondi» a impegnarsi in un'impresa apparentemente folle e disperata quale la spedizione dei Mille. Nel gennaio del 1860, solo cinque mesi prima della celebre partenza dallo scoglio di Quarto, Giuseppe Garibaldi era divenuto lo zimbello della Penisola, l'abituale oggetto di scherno nei salotti mondani. Persino Vittorio Emanuele II, che tanto «galantuomo» non era data la scabrosa e per niente segreta relazione intrattenuta con la plebea Rosa Vercellana (la «Bela Rosin»), soleva sbeffeggiare il condottiero nizzardo, forse perché, per una volta, il sempre nutrito gruppo dei pettegoli italici sarebbe stato distolto dai rumors sulla chiacchieratissima vita privata del Re di Sardegna.
L'opinione pubblica nazional-popolare cristallizzerà il mito amoroso di Garibaldi e Anita, quando in realtà il generale visse avventure sentimentali continue e impetuose, tutte caratterizzate da un paradosso evidente: attratto dalle nobili benestanti (fra le tante la duchessa di Sutherland o la baronessa Esperance von Schwartz), finiva per procreare con le popolane. Nel 1859 ebbe una figlia dalla sua cameriera, Battistina Ravello. Ne approfittò per certificare la moglie di Anita, morta dieci anni prima fra le paludi malsane di Comacchio, cercandone e trovandone il cadavere alle foci del Po. Legittimare la sua vedovanza costituiva il via libero legale per contrarre un nuovo matrimonio.
La scelta cadde sulla diciassettenne marchesina Giuseppina Raimondi. L'aveva incontrata nel giugno 1859 sulle rive del romantico lago di Como e lì l'aveva stupida con una cavalleresca dichiarazione d'amore in ginocchio, venendo però respinto dalla fanciulla. Sarà tuttavia la stessa Giuseppina a rifarsi viva qualche mese più tardi, manifestando il suo assenso all'unione; ma questa volta fu Garibaldi a tergiversare, adducendo scuse quali la differenza di età (Garibaldi aveva allora cinquantadue anni) e il suo carattere malinconico. Accadde però che il buon Giuseppe, ospite nella tenuta dei marchesi Raimondi nel Comasco, incorresse in un brutto incidente a cavallo che lo costrinse a rimaniere a letto per tre mesi in casa di Giuseppina, «prigioniero» dell'avvenente fanciulla e del di lei padre, fan sfegatato del generale. Fu così che il 24 gennaio del 1860 i due colombi convolarono a nozze.
Terminata la funzione religiosa nella cappella di famiglia, una volta benedetta solennemente la coppia, Garibaldi ricevette brevi manu una lettera in cui la neo-sposa veniva accusata di infedeltà ripetuta: pare che Giuseppina si intrattenesse con ben due amanti, uno dei quali, il bergamasco Luigi Caroli, l'aveva ingravidata poco tempo prima delle nozze. Era stato presumibilmente il marchese-padre a pianificare il matrimonio-riparatore con l'«Eroe dei due mondi» nelle vesti di marito-fantoccio.
Incalzata dallo sposo, Giuseppina ammise immediatamente la sua colpa. A questo punto, sulle reazioni a caldo di Garibaldi circolano voci contrastanti: per alcuni egli si sarebbe cavallerescamente limitato ad apostrofarla con la frase «Marchesa, voi siete una sgualdrina», ma secondo altri il generale le avrebbe addirittura messo le mani addosso. Fatto sta che i coniugi non si rividero più e per Giuseppe cominciò una sorta di «gogna mediatica» finché il siciliano Francesco Crispi non lo persuase a intraprendere la spedizione più importante della sua vita, cinque mesi dopo.
Garibaldi probabilmente pensò che un'avventura del genere avrebbe certamente riscattato il suo onore ed ebbe ragione: in fondo, oggigiorno, la storiografia ufficiale parla dei suoi Mille e non delle sue corna.

Natale Zappalà 
(Articolo tratto dalla rivista CostaViolaInforma n. 5, Anno 2, Dicembre 2011)

domenica 4 dicembre 2011

Insegnare la storia locale nelle scuole reggine? Forse si può. Intervista alla Prof.ssa Maria Caterina Lo Giudice


Si parla spesso di divulgazione e valorizzazione del patrimonio storico-culturale reggino, ma altrettanto frequentemente tutti i buoni propositi da parte di studiosi, ricercatori ed appassionati vanno ad infrangersi contro una paradossale realtà: all'interno delle scuole reggine non c'è spazio per l'insegnamento della storia locale; come se non bastassero manuali didattici scadenti o faziosi, direttive ministeriali identicide, il crescente svilimento della cultura classica a cui le plurimillenarie radici di questo territorio risultano indissolubilmente intrecciate.
Eppure, non servono chissà quali rivoluzioni per riappropriarci della nostra memoria: basta partire dalle piccole cose ed affidare alla quotidianità un progetto educativo concreto che miri a svelare ai nostri giovani il respiro dei propri antenati.
Ecco perché Maria Caterina Lo Giudice, docente di ruolo presso l'Istituto d’Istruzione Superiore “F. La Cava” sez. Liceo Scientifico di Bovalino ha deciso, da quando le è stato assegnato l'insegnamento della storia alle prime classi, di delineare ai suoi studenti una coscienziosa sintesi evenemenziale incentrata sul passato della loro terra. Per almeno un gruppo di giovanissimi Rhegion, Lokroi, Medma o Metauros non sono più nomi strani o sconosciuti, ma costituiscono il primo passo sul sentiero della riscoperta della nostra identità.
Abbiamo intervistato la Prof.ssa Lo Giudice, nella speranza che il suo esempio sia seguito da molti altri docenti all'interno del circuito scolastico di Reggio Calabria e dintorni.

Da dove nasce l'esigenza di insegnare ai suoi studenti la storia locale?

La conoscenza della storia locale è collegamento immediato con il nostro presente e indispensabile risorsa per il nostro futuro. La nostra storia non deve rimanere lontana o astratta per i nostri discenti. Non si può prescindere dal nostro contesto storico e quindi, dalle nostre origini. A circa 10 Km di distanza da Bovalino, ad esempio, c’è la colonia greca di Lokroi Epizephyrioi, ancora, la Villa romana di Palazzi di Casignana: il richiamo quindi è spontaneo e immediato. Ma non è tutto. Andiamo ancora indietro. Avendo appunto due prime classi, e partendo quindi dalla preistoria, come si può non fare una lezione sui rinvenimenti archeologici di tale età, soprattutto per quanto riguarda la presenza del Neolitico nel nostro territorio? Dalla mia esperienza, ho notato come gli studenti percepiscano la preistoria come lontana da noi, come se il nostro territorio non fosse mai stato toccato da tale periodo. Quindi, per una migliore comprensione di tale età nonché valorizzazione della nostra terra, è immediato il riferimento a Bova Marina che, per quanto riguarda appunto la “sezione” preistorica, custodisce, all’interno del piccolo antiquarium ubicato in zona San Pasquale (contrada Deri), reperti del Neolitico di pregevole fattura, dell’Età del Rame e del Bronzo.

Trova difficoltà a conciliare, dal punto di vista organizzativo, l'insegnamento della storia reggina con lo svolgimento del consueto programma didattico?

Qualche difficoltà è presente, visto la riduzione oraria di tale disciplina, che prevede solo 3 ore settimanali suddivise in storia, geografia e cittadinanza e costituzione. La diminuzione oraria e anche dello stesso nome di tale disciplina ossia geostoria, i libri di testo, che oramai abbreviano concetti e tempi storici, portano, inevitabilmente, al tramonto della preparazione storica locale e non nella sua interezza. Non dimentico però Cicerone: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis.

Perché, secondo lei, i suoi colleghi – mi riferisco naturalmente agli insegnanti di storia – non seguono il suo esempio, almeno accennando delle linee generali di storia locale in classe?

La didattica, oramai, ha tempi serrati (grazie alla riforma!) e le scadenze infra-quadrimestrali o quadrimestrali si pongono in maniera dispotica nei confronti degli approfondimenti culturali. Corre comunque, secondo me, l’obbligo morale di fare richiami, veloci o meno, alla storia del nostro territorio. Non si può tacere dal fornire le notizie storiche di una terra come la nostra che offre, spontaneamente, spettacoli storico-culturali cui noi assistiamo con devota meraviglia. Grecità e romanità si respirano dalla costa jonica alla tirrenica e le evidenze archeologiche stanno lì a testimoniare chi eravamo.

Quali sono i rischi che corrono le future generazioni reggine qualora si rinunciasse del tutto a parlare con i giovani delle nostre radici?

Non conoscere il nostro passato storico, le nostre origini sublima un processo di ignoranza che non lascia spazio a considerazioni pregevoli per il futuro della nostra terra, della nostra storia e quindi dei nostri giovani.

Natale Zappalà

lunedì 14 novembre 2011

A CACCIA DI LUOGHI COMUNI: breve storia delle dissimulazioni religiose al potere

Le religioni per così dire statali (quelle istituzionalizzate, o comunque percepite come “ufficiali” all'interno di un gruppo umano) hanno sempre svolto, da un punto di vista strettamente politico, il delicato ruolo di inquadrare il corpo civico, tenendone a freno e condizionandone il pensiero, attraverso ciechi dogmatismi o formalismi meccanici. D'altro canto, gli uomini di potere, consci di tale pregevole valenza, hanno sempre saputo celare dietro uno spietato pragmatismo un'ipocrita apparenza di pietas; in altre parole, mostrandosi ligi nel seguire ideologie, prescrizioni e ritualismi delle religioni tradizionali agli occhi del popolino, nel privato se la ridevano dell'ignoranza e della creduloneria della gente comune.
Tanto per fare qualche esempio illustre, nell'Egitto della XVIII Dinastia (XIV sec. a.C.), il faraone Akhenaton inventò la prima forma documentata di monoteismo, il culto del disco solare Aton, soprattutto per sottrarre alla casta scribo-sacerdotale devota di Amon-Ra (il sole mitologico) il prestigio derivante dal monopolio delle pratiche religiose connesse con templi, sacrifici e offerte. Questioni politiche ed economiche dunque, sapientemente mascherate dal ricorso all'ultramondano.
All'interno del mondo greco-romano la religione – il cui ciclo di festività aveva anche la funzione di scandire il tempo e ricompattare le cittadinanze attraverso processioni o banchetti rituali – si risolveva essenzialmente in un legame contrattuale fra uomini e dei: i primi onoravano i secondi, riservandogli l'onore (timé) che gli spettava, il tutto al fine di scongiurare un ipotetico castigo divino; questo, almeno, era quello che credevano le masse. Tale aspetto prettamente ritualistico induceva tutti coloro che avvertivano l'esigenza di intrecciare rapporti più “spirituali” con il mondo soprannaturale, a rifugiarsi in culti maggiormente coinvolgenti come quelli misterici, durante i quali i fedeli ritenevano di instaurare un contatto diretto (detto di sympatheia, «patire insieme») con la divinità. Ciò non impediva a personaggi autorevoli come Alcibiade nell'Atene del V sec. a.C. di sbeffeggiare i celebri misteri eleusini, parodiando in casa propria quelle stesse cerimonie, per altro segretissime e aperte ai soli iniziati, in cui i suoi concittadini mostravano di credere così sinceramente.
Ma il primo posto nella speciale classifica dei grandi dissimulatori religiosi dell'antichità spetta sicuramente a Giulio Cesare, capace di conciliare una spiccata e snob laicità fattuale con l'esercizio della massima autorità sacrale romana, il pontificato massimo. In un contesto dove ogni azione pubblica era accompagnata dall'esecuzione di riti beneaguranti, gli auspicia, fu capace, quando inciampò malamente sbarcando in Africa durante la guerra civile, di volgere in positivo il presagio funesto, gridando: «Teneo te, Africa!» («Ti tengo, Africa).
L'avvento del cristianesimo non mutò l'atteggiamento degli uomini di potere: Costantino ne liberalizzò il culto per convenienza politica, avendo scorto nell'organizzazione ecclesiale, naturalmente gerarchizzata e dotata di un controllo capillare sul territorio, un efficace potere suppletivo delle autorità municipali romane in decadenza.Tuttavia, il buon imperatore non ne volle mai sapere di battesimo, se non in punto di morte e, per di più, ricevendo il sacramento da un vescovo ariano, un “eretico” per la Chiesa di Roma.
La lista degli aneddoti sulle dissimulazioni religiose dei potenti sarebbe troppo lunga se si enumerassero tutti i casi che affollano la Storia. Basterà, limitandoci alla Storia dell'Occidente e alla categoria dei papi, precisare che molti di essi, specie i più dotti (come Silvestro II, il “papa-mago” dell'anno Mille o Pio II, al secolo l'umanista, nonché autore di racconti erotici, Enea Silvio Piccolomini), furono tacciati di “ateismo”, proprio perché, al riparo delle esigenze spirituali delle moltitudini, se ne ridevano di dogmi e prescrizioni. Per non parlare poi di tutti quei pontefici – da Bonifacio VIII ad Alessandro VI, i riferimenti pullulano – che fornicarono, procrearono, specularono, raccomandarono e, soprattutto, strumentalizzarono politicamente il proprio primato sui cattolici, con buona pace della povertà evangelica, dei dieci comandamenti e di tutte le norme alle quali i fedeli erano invitati a conformarsi; «fa' come il prete dice, e non come il prete fa!», il motto è azzeccatissimo. Persino oggigiorno i beninformati sono pronti a giurare che nel segreto delle stanze vaticane il teologo Benedetto XVI la pensi diversamente da ciò che sostiene in pubblico circa la transustanziazione, l'omosessualità, il celibato dei preti, i rapporti sessuali prematrimoniali o sull'uso del preservativo.
Un uomo di potere, se si mostra “pio” risulta sovente bene accetto agli occhi del popolo, e questo a prescindere dal ruolo che egli ricopre; non a caso i capi di stato sono soliti farsi riprendere dalle telecamere quando vanno in chiesa o in moschea. Insomma, la Storia non è cambiata, e come sosteneva il cardinale Richelieu «saper dissimulare è la scienza dei re»; specie quando si tratta di religione, aggiungiamo noi.

giovedì 27 ottobre 2011

Alla ricerca della philosophia nella terra di Calabria


Philosophia: un termine greco-antico che significa essenzialmente «amore per la saggezza». Anticamente, quando si parlava di philosophia, non si intendeva una disciplina in particolare – la moderna «filosofia» in altri termini –, ma il sapere umano nel suo complesso, dalla scienza naturale all'astronomia, dalla matematica alla fisica, dall'architettura all'ingegneria. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi: le fonti parlano di sapienza caldea, egizia o addirittura atlantidea, ma le attestazioni più remote di tale «religione della cultura» sembrano rimandare, per ora, al panorama indiano, laddove, inoltre, il sanscrito vedico rimanda linguisticamente alle origini degli idiomi indoeuropei. Presupposto fondamentale della philosophia era, ed è, raggiungere attraverso il ragionamento una forma mentis costituita da alcune virtù essenziali, come il relativismo e la libertà di pensiero; doti, queste ultime, possedute da pochi, allora come oggi, nonostante la pretesa di «educare» l'essere umano, il più stupido fra gli esseri viventi, rimanga un'utopia ereditata dagli Illuministi (non a caso chiamati philosophes nelle fonti del XVIII secolo) che i sapienti di ogni tempo continuano a portare avanti nonostante le batoste ricevute dai propri simili; è ovvio che la speranza muore sempre per ultima.
Ma torniamo alla philosophia, e al criticismo libertario cui è portatrice. Quando il tracollo della Roma Imperiale indusse alla frattura fra un Occidente latino sempre più avvinto al controllo temporale e spirituale del Papato, a sua volta vicario di una religione esclusivista e onnipervasiva come il Cattolicesimo Paolino, e un Oriente bizantino, persiano e islamico, fu quest'ultimo a porsi come erede e tutore del vasto orizzonte di saperi ormai conosciuto come hellenike diagoge, la «vita greca», quella palestra del pensiero utile per orientarsi razionalmente nella vita, attraverso la trasmissione dei testi antichi, ahinoi sempre meno numerosi per l'incuria del tempo e degli uomini.
Per oltre mille anni, dal V al XVI secolo, l'Europa continentale fu privata delle intuizioni dei Pitagorici, delle scoperte scientifiche di Archimede o Eratostene, delle concezioni di Democrito ed Epicuro, ma soprattutto della stessa possibilità di coltivare, attraverso la lettura e la comprensione di quei testi, le virtù essenziali della philosophia: il relativismo e la libertà di pensiero. Chi trasgrediva – vedi Ipazia o Giordano Bruno, tanto per fare qualche nome illustre – veniva ridotto al silenzio, scorticato con gli ostraka (cocci acuminati) o bruciato vivo. Il tutto mentre a Costantinopoli o nelle raffinate corti islamiche Fozio o Averroè tentavano disperatamente di conoscere, valorizzare e divulgare l'antica sapienza.
Un affannoso ricongiungimento fra l'Europa e la hellenike diagoge, a sua volta testimone coerente delle culture ancestrali vediche, mesopotamiche o egizie, avvenne solo con la civiltà umanistico-rinascimentale, previa la riscoperta delle opere letterarie antiche, giunte in Occidente insieme a intellettuali bizantini scampati alla conquista turca del 1453. Ma, prima di allora, un legame significativo fra est e ovest si era intrecciato in un posto evocativo e spesso ignorato dalla Pseudo-Storia, quella scritta dai vincitori per intenderci, la Calabria «Occidente dell'Oriente» e «Oriente dell'Occidente», così come appariva ancora qualche secolo prima che l'egemonia politica, economica, religiosa e culturale mitteleuropea e poi statunitense la relegasse nel profondo sud in senso spregiativo e non geografico del mondo. Si scoprì infatti che ignoti monaci italo-greci avevano copiato i testi classici a Seminara, Squillace, Reggio, Sant'Eufemia, Rossano o Bova, e che intellettuali di spicco come Barlaam o Leonzio Pilato fornivano sistematicamente a Petrarca o Boccaccio, e di conseguenza alla generazione di Bracciolini, Salutati e tutti gli altri umanisti – i fondamenti teorici e scientifici per riallacciarsi, attraverso la grande stagione rinascimentale, a quell'eterna ricerca e custodia della philosophia che, attraverso i razionalisti del Seicento, l'Illuminismo, è giunta fino ai nostri giorni, con buona pace di roghi, propaganda, dogmatismi, fondamentalismi e intolleranze.
Nell'incessante lotta all'oscurantismo che accompagna l'uomo in cerca del Logos anche la martoriata terra di Calabria ha svolto un piccolo, grande ruolo, da troppo tempo condannato all'infamia della dimenticanza. E occhio ai termini: «martoriare» deriva da martyrion, «testimonianza», una testimonianza che i Calabresi hanno consegnato ai posteri soffrendo.

Natale Zappalà

martedì 11 ottobre 2011

Reggio. Asta benefica promossa dalla Lega del Cane

Abbandoni, maltrattamenti e ogni sorta di barbarie commesse ai danni del migliore amico dell'uomo. Giusto l'altra sera apprendevo con orrore la notizia di un cucciolotto bruciato vivo in quel di Pellaro.
Ebbene, io penso che il cane in particolare riesca a sviluppare la più alta e disinteressata forma di affetto nei confronti di chi gli sta accanto, anche se, purtroppo, a stargli accanto sono spesso dei mostri.
Per tale ragione, accolgo con piacere e convinzione l'appello degli amici della Lega per la Difesa del Cane - Sezione di Reggio Calabria, i quali stanno organizzando un'asta benefica nei prossimi giorni a Reggio Calabria, il cui ricavato sarà interamente utilizzato per la costruzione del nuovo rifugio canino a Campo Calabro.
Allego di seguito il comunicato e la locandina dell'evento, pubblicato anche dai portali informativi del circuito provinciale.
Questo blog conta, a oggi, diciottomila lettori; anche se quelli abituali saranno molti di meno, io prego tutti coloro che in questi anni si sono dilettati a leggere di storia, di fare un piccolo sforzo per scrivere un lieto fine alle storie di centinaia di meravigliosi cagnolini.

NZ

Dal 14 al 16 ottobre, di pomeriggio, presso il locale “Care Vigne” sito in via dei Correttori 12 (discesa del Bar De Stefano, in zona Duomo) a Reggio Calabria, la Lega Nazionale per la Difesa del Cane organizza un'asta di beneficenza, il cui ricavato sarà interamente devoluto per finanziare la costruzione della nuova Oasi Canina a Campo Calabro.
Sarà possibile acquistare capi di abbigliamento, calzature, dipinti, porcellane e inoltre l'oggettistica firmata Emilio Pucci e tanti altri gadgets. Ovviamente non mancherà il banchetto dei volontari della Lega, comprensivo di tanti, adorabili, cucciolotti disponibili per l'adozione.
Nel corso dell'evento saranno inoltre disponibili i biglietti per l'estrazione di un simpatico trasportino adatto per i cani di piccola taglia.
Non mancate! Come diceva A. Schopenauer, “chi non ha mai posseduto un cane, non può sapere che cosa significhi essere amato”.

Per info
3404616853

giovedì 29 settembre 2011

Bovesia: alla ricerca dell'identità perduta


Spesso si parte per luoghi esotici e lontani, dimenticando colpevolmente la strada verso casa; si cercano la bellezza o il fascino altrove, quando talvolta la magia che si agogna si trova a due passi da noi.
Paesaggi incantati rimasti sospesi nelle plurimillenarie storie che raccontano, identità smarrite di cui riappropriarsi, gente alla buona, famosa per quella squisita ospitalità un tempo chiamata xenìa: tutto questo, e anche di più, si chiama Bovesia.
Panorama di Bova Marina (RC)
Bova, Bova Marina, Palizzi, borghi antichi e ameni che nulla hanno da invidiare ad altre località peninsulari magari oggetto di flussi turistici costanti. Le istituzioni locali – i comuni, gli enti turistici e culturali e i semplici cittadini – stanno lavorando sodo e in sinergia per attirare nell'Area Ellenofona un pubblico sempre maggiore, organizzando eventi come il “Paleariza” o la novembrina “Festa del Vino” (che si terrà il prossimo 5 novembre al borgo di Bova), seminari di studio finalizzati a divulgare la ricchezza del patrimonio storico archeologico autoctono – particolarmente attivo, nella fattispecie, è il Centro Documentazione del Parco Archeologico “Archeoderi”, laddove sorgono le vestigia della seconda sinagoga più antica d'Italia dopo quella di Ostia – e ogni tipo di iniziativa in grado di rilanciare in grande stile la vocazione attrattiva di una zona che merita attenzioni maggiori e profonde, anche da parte del circuito politico provinciale e regionale.
Panorama di Palizzi
Saperi e sapori da recuperare e valorizzare dunque, per un territorio che appartiene di diritto alla regginità, essendo diretto erede della lingua e della cultura ellenica ivi presenti da tempo immemorabile. Il greco-calabro, infatti, discende dalla lingua di Omero importata dagli apoikoi calcidesi di Rhegion sin dalla fine dell'VIII sec. a.C.; un idioma che ha resistito per secoli alle violenze materiali e immateriali delle orde dei conquistatori venuti dal Settentrione. Ma Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, Spagnoli, Francesi e Piemontesi non sono riusciti a seppellire del tutto gli orgogliosi retaggi di una grecità che in Bovesia emerge in ogni dove: dal fortino di San Salvatore al borgo di Bova, dalla valle dell'Amendolea alla gola profonda in cui si insinuano le acque del Palizzi, passando per la bianca spiaggia di San Pasquale ove la tartaruga caretta-caretta si reca a deporre le sue uova, incantata da tale suggestivo scenario.
Il panorama circostante visto dal Castello Normanno di Bova
Gli antichi Rheghínoi, Elleni per stirpe e per lingua, continuano ad abitare la Bovesia, autentico miracolo di sopravvivenza della nostra identità ancestrale, un posto magico e certamente meritevole di una visita, di un viaggio all'insegna delle proprie, vere, radici, che ogni Reggino di oggi dovrebbe compiere, semplicemente per ritornare a respirare l'aria salubre del proprio passato.


Natale Zappalà

venerdì 16 settembre 2011

La «fatua» Fata Morgana


Il territorio reggino mostra talora delle denominazioni ormai consuete che serbano il ricordo di grossolane imprecisioni e distorsioni storiche, le quali non fanno altro che mettere in pericolo la comprensione e la valorizzazione dell'identità e delle radici culturali rigorosamente autoctone. É il caso del fenomeno ottico, peculiare dell'Area dello Stretto, noto come «Fata Morgana».
Appare lampante constatare che tale definizione si rifà alla mitologia celtica e ai poemi cavallereschi del ciclo bretone aventi per protagonisti Artù, Merlino e, per l'appunto, Morgaine.
Una denominazione che dunque calzerebbe bene in Cornovaglia o in Bretagna, ma che non ha nulla da spartire con il patrimonio di memorie ancestrali reggine. Furono i Normanni, nell'XI sec., a ri-ambientare nell'Area dello Stretto miti e leggende di ascendenza nordica, talvolta manipolando o distorcendo materiali autoctoni, così come dimostra il caso de «La Canzone d'Aspromonte», poema cavalleresco di stesura originaria romeo-bizantina, i cui protagonisti, cavalieri pesanti greci in lotta con gli Arabi di Sicilia e di Africa Settentrionale, furono trasformati dai Normanni nei paladini di Carlo Magno. Un riadattamento arbitrario questo, in grado di spiegare perchè in Sicilia, oltre a esistere il toponimo «Capo d'Orlando», si fabbricano ancora i «pupi» di Rodomonte o Gano, sebbene Carlo Magno non sia mai giunto sulle rive dello Stretto di Messina.
Molte pagine Internet e diverse pubblicazioni del settore riportano racconti e leggende inerenti la Fata Morgana, stando ai quali la bellissima sorellastra di Re Artù si sarebbe stabilita fra l'Etna e il Capo Peloro, ingannando i marinai ivi passanti coi fenomeni ottici di rifrazione: le città di Reggio e Messina si riflettevano sul mare, attirando navi ed equipaggi, convinti di stare per approdare, fra le sue mortifere braccia. Non ci vuole molto tempo per capire che la suddetta storiella rappresenta una maldestra rifunzionalizzazione delle vicende legate ai mostri omerici Scilla e Cariddi, con una sostanziale differenza: Scilla e Cariddi, oltre a costituire una tradizione consolidatasi a partire dalla fine dell'VIII sec. a.C., ambientata nell'Area dello Stretto già da Tucidide alla fine del V sec. a.C., e che, soprattutto, diversamente da quella della Fata Morgana, testimonia avvenimenti storici reali e concreti – l'espansione greca nel Mediterraneo e il ruolo strategico dello Stretto di Scilla (così come allora veniva definito) nell'ambito degli antichi itinerari marittimi –, e non echi di sovrani, popoli e culture stranieri.
In definitiva, la futura pianificazione di opportune strategie di tutela e di valorizzazione dell'identità e della cultura reggina non possono assolutamente conciliarsi con la disinformazione in merito al nostro passato. Il rischio è quello di lasciar naufragare il grande pubblico dalla parziale ignoranza alla totale confusione.

lunedì 12 settembre 2011

BAGNARA. Costaviolaincontra: incontro culturale sull'urgenza della Storia


Martedì 13 Settembre 2011 alle 21 si terrà a Bagnara Calabra (RC), in piazza Matteotti (antistante il Municipio), un incontro-dibattito sul tema “L'urgenza della Storia: ieri verso il domani”.
Nel corso della serata interverranno Natale Zappalà (ricercatore e giornalista divulgatore), Oreste Kessel Pace (scrittore), Saverio Verduci (storico) e Mimmo Raso (antropologo); coordinerà Salvatore Bellantone (Costaviolaonline.it).
Prima, durante e dopo l'incontro gli ospiti saranno allietati dalla musica di Giovanni Fucà e Gianmarco Iaria, i quali proporranno alcuni brani attinenti col tema della serata, rivisitati e riadattati in chiave acustica.
L'evento rientra all'interno del contest “Costaviolaincontra”, una serie di iniziative dedicate all'informazione, alla cultura, alla politica e all'arte che si terranno nella cittadina tirrenica dal 12 al 18 Settembre 2011.

sabato 9 luglio 2011

In uscita "Reggio Calabria e dintorni" di Natale Zappalà

Articolo di Stefania Guglielmo tratto da Costaviolainforma (Anno II, n. 3, Luglio 2011):

Sarà presto disponibile per l'acquisto nelle migliori librerie e su Internet il nuovo volume di Natale Zappalà, storico e giornalista divulgatore, “Reggio Calabria e dintorni. Un viaggio nella memoria storica dell'Area dello Stretto”, opera promossa dalle case editrici Laruffa e Caravilla.
Il libro di Natale Zappalà nasce dall'esigenza di divulgare al grande pubblico il plurimillenario patrimonio storico-culturale di Reggio Calabria e dell'Area dello Stretto.
La prima parte del volume affronta un lungo viaggio insieme al lettore fra i luoghi della memoria del territorio reggino: dalla rocca di Scilla alla magica Bovesia, la bellezza dei paesaggi naturali o urbani rappresenta l'occasione per raccontarne il passato.
Nel corso della seconda parte si presentano, distinti per «categorie» che spaziano dai miti al folklore, dall'antichità classica alla modernità, le pagine più avvincenti e significative di una grande Storia locale, la cui futura valorizzazione non può prescindere da una sua provvida riscoperta.

giovedì 30 giugno 2011

A caccia di luoghi comuni: chi distrusse la Biblioteca di Alessandria?


Si sente spesso affermare che la perdita della Biblioteca di Alessandria ha finito per rallentare di molti secoli, persino di millenni, il progresso scientifico dell'umanità.
Fondata da Tolomeo I Soter alla fine del IV sec. a.C., la «grande biblioteca» non era in realtà un vero e proprio edificio, ma un insieme di scaffali (bibliotheke, in greco, significa appunto «scaffale», «contenitore di libri») distribuiti lungo un corridoio coperto – il «peripato» – all'interno del Museo, il «luogo dedicato alle Muse», uno dei tanti ambienti palaziali di cui si componeva la Reggia, la residenza dei sovrani egizi.
All'interno del Museo potevano accedere solo i dotti previamente autorizzati dai Tolomei, diretti da un soprintendente, i quali avevano pieno accesso alle centinaia di migliaia di rotoli ai quali ammontava il patrimonio librario alessandrino. Una «piccola biblioteca» aperta al pubblico era invece situata presso il Serapeo (il tempio del dio Serapide); essa conteneva libri di carattere generale, divulgativo, del tutto imparagonabili con le rarità e i preziosissimi manoscritti custoditi all'interno del Museo.
A quando risale il celebre incendio che distrusse la «grande biblioteca» alessandrina?
In realtà si verificarono vari incidenti (dolosi e non) nel corso dei secoli. Si può senza dubbio fare giustizia del luogo comune secondo cui Giulio Cesare sarebbe stato uno dei responsabili del rogo del 48 a.C., all'epoca della guerra civile alessandrina: i migliaia di rotoli andati accidentalmente in fiamme nel corso di quell'assedio, immagazinati insieme al grano all'interno di un deposito portuale, facevano presumibilmente parte delle consuete partite di papiri destinati all'esportazione.
Il rogo del 391 d.C. provocato dai fondamentalisti cristiani aizzati dal vescovo Cirillo, recentemente immortalato nell'ottimo film “Agorà” di A. Amenabar (incentrato sulla drammatica vicenda biografica della filosofa Ipazia di Alessandria), riguardò essenzialmente la «piccola biblioteca» pubblica, quella del Serapeo, ben altra cosa rispetto quella del Museo, sebbene il suddetto episodio rimanga un caso esemplificativo della proverbiale idiozia dettata dall'intolleranza religiosa.
Come spesso accade nel corso della Storia, fu l'evento più oscuro e meno reclamizzato a essere determinante e, nella fattispecie, l'assedio alessandrino del 270 d.C., condotto dalla regina Zenobia di Palmira al tempo dell'imperatore Aureliano. In questa occasione venne interamente raso al suolo il quartiere di Bruchion, comprensivo della Reggia, del Museo e delle migliaia e migliaia di rotoli in esso custoditi.
La «grande biblioteca» venne poi affannosamente ricostituita – anche se molte, grandi, opere dell'antichità classica erano già andate irrimediabilmente perdute – e infine devastata da altri monoteisti intolleranti, gli Arabi del Califfo Omar che nel 642 d.C. appiccarono il fuoco ai libri in nome dell'Islam.

mercoledì 15 giugno 2011

Dionisio I e la "depoliticizzazione" di Rhegion

giovedì 2 giugno 2011

A caccia di luoghi comuni: Nerone, genio o tiranno?


Nerone tiranno, maniaco incendiario, matricida e uxoricida, oppure uno spietato pragmatico dall'accentuato egocentrismo al pari di altri uomini di potere, prima e dopo di lui? Facciamo un po' di chiarezza.
La letteratura antica ha trasmesso ai posteri la fisionomia di un imperatore sanguinario e mentalmente disturbato, poi cristallizzatasi nell'immaginario collettivo. A voler ben vedere, tuttavia, tutti gli autori contemporanei o poco posteriori a Nerone (Plinio, Tacito, Svetonio e via dicendo) che scrissero sul princeps appartenevano all'oligarchia senatoria esautorata dal potere politico effettivo qualche decennio prima da Augusto. Nessuno di essi aveva interesse a tramandare un'immagine lucida, critica o veritiera del tanto criticato personaggio. Neppure ai suoi predecessori – Tiberio, Caligola e Claudio –, del resto, furono risparmate accuse infondate e calunnie gratuite dai medesimi scrittori. Ciò che pochi sanno è che Nerone fu invece amatissimo dai ceti meno abbienti, anche perché non mancò di offrire loro panem et circenses.
L'assassinio della madre, Agrippina Minore? Veritiero sì, ma soltanto uno delle migliaia di efferati omicidi politici del passato, per quanto cinica possa apparire la risposta. La stessa Agrippina, d'altra parte, non aveva esitato, qualche anno prima, a «eliminare» l'imperatore Claudio e il di lui figlio Britannico per favorire l'ascesa al trono di Nerone, prima di oltrepassare i limiti nel voler comandare in barba all'autorità del suo pupillo.
Il grande incendio del 64 d.C.? Con tutta probabilità non fu né colpa di Nerone (che, per altro, si trovava ad Anzio quando gli giunse la notizia), né dei cristiani. Roma era una grande città, urbanisticamente irregolare e caotica, nonché costituita prevalentemente da edifici in legno. Non di rado un semplice bivacco digenerava in incendi di vaste proporzioni: e proprio un focolare lasciato acceso innescò il celebre rogo. Certo, da parte di Nerone, dare la colpa alla locale comunità cristiana coincise con un'astuta mossa propagandistica. Egli additò come responsabili quei «cattivi cittadini», invisi alla plebe pagana, che rifiutavano sistematicamente di prendere parte ai riti cittadini, oltraggiando il mos maiorum, i sacri e inviolabili «costumi dei padri» così funzionali, in passato, per compattare il popolo nei ranghi dell'ordine e della tradizione. Per di più, Roma venne ricostruita in base a un sistema urbanistico razionale e abbellita da quei superbi edifici in marmo che tuttora è possibile ammirare nella ricostruzione plastica conservata nei Musei Capitolini. Certamente, Nerone si fece innalzare uno splendido villone (la cosiddetta Domus Aurea) con tanto di laghetto artificiale
Nerone agì, inoltre, da eccellente economista. La sua riforma monetaria, consistente soprattutto nella svalutazione del peso delle monete d'argento (i denarii) e della riduzione del 14% della quantità intrinseca di metallo prezioso contenuta in ogni esemplare, fu talmente geniale che neppure i suoi immediati successori si accorsero della speculazione.
Quanto poi agli atteggiamenti pacchiani e teatrali – dal canto dei versi di Omero davanti a Roma che andava in fiamme alla partecipazione, con tanto di vittoria «pilotata» dei Giochi Olimpici –, magistralmente legittimati da interpretazioni cinematografiche come quella di Peter Ustinov, c'è da dire che Nerone aveva certamente un ego smisurato e notevoli velleità artistiche – anche ai nostri giorni i presidenti del consiglio suonano, cantano e raccontano barzellette –, anche se di fatto, pima della fissazione giuridica delle prerogative imperiali (in altre parole, ciò che un imperatore romano poteva fare per legge) effettuata da Vespasiano (la lex de imperio Vespasiani), nessun princeps, dopo la criptica riforma augustea, sapeva bene cosa fare e compe comportarsi, eccetto grattarsi gli zebedei tutto il giorno, beninteso!

domenica 29 maggio 2011

Salviamo la «mucca dello Stretto»


I provvidenzialisti lo definirebbero un «segno»; i fatalisti un «presagio»; le persone coscienziose parlerebbero semplicemente di «simpatica coincidenza». Perchè la mucca bianca che nuotava fra gli azzurri marosi dello Stretto non poteva che ricordare a tutti coloro che conservano nel cuore la Storia reggina l'origine del nome Italia, il toponimo destinato a identificare la nostra nazione nella sua interezza.
In quel caso, a dire il vero, più che di una mucca si trattava di un vitello appartenuto al re Gerione la cui mandria venne sottratta da Ercole nel corso di una delle sue celeberrime fatiche –, il quale, dopo aver eluso il controllo del semidio, si gettò nelle acque dello Stretto. La riva ove approdò l'animale fuggiasco venne infine chiamata Vitulìa, la «terra del vitello», da cui deriva il termine Italia.
I nostri padri Greci non dubitavano della sacralità della propria mitologia, vera e propria custode dei ricordi ancestrali prima che la comparsa della storiografia riuscisse a cementarne la memoria.
Ecco perché occorre darsi da fare per salvare questa bellissima mucca bianca dal macello, lasciando che la sua incredibile vicenda rammenti ai Reggini le proprie radici, oltre alle imperscrutabili coincidenze di cui consta la vita.
Fra le varie proposte di adozione giunte da ogni dove della penisola, il sindaco di Villa San Giovanni, Rocco Lavalle, ha recentemente proposto di ospitare stabilmente la «mucca dello Stretto» presso la Fattoria Didattica “Amata Sole Luna”.Sembra un'idea geniale. Ci si aspetta solo che venga realizzata in fretta.

domenica 8 maggio 2011

Platone e le mangiate reggine


«[...] Dunque le generazioni umane non si sarebbero mai potute liberare dalle sciagure, finché al potere non fossero giunti i veri e autentici filosofi oppure i governanti delle città non fossero divenuti, per una grazia divina, essi stessi veri filosofi. Questi pensieri avevo in mente quando venni in Italia [l'odierno Sud della Calabria, nell'accezione antica del termine] e in Sicilia per la prima volta».
Platone, Settima Lettera 326 A.

Il celeberrimo fondatore dell'Accademia lasciò Atene nel 399 a.C., in seguito al processo e alla conseguente condanna a morte che i suoi concittadini inflissero a Socrate. Nel corso del decennio successivo, errando fra Megara, Cirene e l'Egitto – le antichissime tradizioni culturali di quest'ultimo, con tutta probabilità, ispirarono a Platone l'allegoria di Atlantide – alla ricerca della «vera filosofia», Platone si avvicinò soprattutto alle sette mistico-religiose dei Pitagorici di Magna Grecia e Sicilia, prima di recarsi a Siracusa, ove tentò tre volte di mettere in pratica il suo modello ideale di governo, la Repubblica guidata dai filosofi.
Che Platone sia giunto anche a Reggio, nel corso nel suo peregrinare, è un'ipotesi comprovata da diversi elementi: in primo luogo, la città dello Stretto divenne, a partire dalla chiusura dei «sinedri» (le «scuole» pitagoriche) indette da Crotone e da altre poleis magnogreche intorno al 450 a.C., il luogo privilegiato di asilo per gli iniziati alle dottrine matematiche, astronomiche, musicali e filosofiche elaborate dai Pitagorici. Inoltre, Platone stesso dovrebbe aver dedicato a un pitagorico reggino suo amico, Teeteto, il primo libro della Scienza.
Chissà se proprio l'imminente conflitto fra Reggio e Siracusa – che si concluse con una tragica sconfitta subita dalla città dello Stretto – indusse l'esule ateniese a recarsi in Sicilia, nel 388 a.C., alla corte di Dionisio I. Per la cronaca, tutti e tre i tentativi di trasposizione pratica della Repubblica – i filosofi al potere – si tradussero in altrettanti fallimenti e, Platone terminò il suo primo viaggio in Occidente venduto come schiavo al mercato dagli sgherri di Dionisio I, che liquidò le idee platoniche come «frutto di un rimbambimento senile».

«Appena giunto mi disgustò la vita che quivi era chiamata felice, piena com'era di banchetti italioti e siracusani, e quel riempirsi lo stomaco due volte al giorno e non dormir mai solo la notte».

Platone (Settima Lettera, 326 B), nel breve tempo in cui soggiornò in Italia – e quindi anche a Reggio –, ebbe modo di notare una peculiarità ancora oggi non passata di moda negli usi e costumi del Mezzogiorno: la longue durée delle mangiate calabresi e siciliane, con l'annessa tendenza di annegare i pensieri della vita fra fiumi di alcool e oceani di vivande come le reggine frittole, curcuci o caddhuraci.
Forse il sommo filosofo, ossessivamente orientato al perseguimento dei propri ideali, si trovò invischiato a malincuore in qualche festa patronale – magari le pagane Artemisie che si svolgevano a Reggio in estate, poi rifunzionalizzate nelle cristianissime Festi ì Maronna – e qualche satizzu gli fu indigesto, oppure egli aveva perfettamente colto nel segno nel descrivere quella deleteria abitudine all'ozio intellettuale che tuttora caratterizza il popolo meridionale? Ai posteri l'ardua sentenza.

giovedì 5 maggio 2011

Anéktoda: Fitone, l'eroe della resistenza reggina


L'aneddoto odierno, attinto dall'inesauribile serbatoio della memoria storica reggina, esemplifica come raramente gli esseri umani rispondono col rispetto all'onore e alla coerenza. Il personaggio di cui si tratterà, il greco Fitone, di onore e di coerenza ne aveva da vendere.
Quando, alla fine del V sec. a.C., Dionisio I – quello del celebre «orecchio», un episodio in realtà apocrifo – instaurò un potere personale assoluto a Siracusa, Fitone si trasferì, insieme ad altri personaggi di spicco ostili al nuovo regime, a Reggio, la più grande avversaria politica della città siceliota. Se, infatti, l'obiettivo di Dionisio I consisteva essenzialmente nel fondare un vasto stato territoriale al di qua e al di là dello Stretto di Scilla, i Reggini intendevano difendere con le unghie e coi denti la propria autonomia.
Nel 388/87 a.C., al termine di una campagna militare diretta contro le poleis magnogreche alleate di Reggio, quest'ultima venne assediata per terra e per mare dalle truppe siracusane. Fitone guidò l'eroica resistenza dei cittadini per undici, lunghissimi, mesi, durante i quali ogni rifornimento alimentare era frutto di una cruenta battaglia per la sopravvivenza, attraverso rischiose sortite effettuate fuori dalla cinta muraria urbica.
Si racconta che gli assediati, ormai allo stremo delle forze, solessero persino cibarsi dell'erba che cresceva sulla piana di Condera, oltre le fortificazioni dell'acropoli – collocata sull'odierna collina del Trabocchetto –, finché i siracusani non portarono delle mandrie di mucche a pascolarvi, depauperando così l'unica risorsa rimasta ai nemici. Lo stesso Dionisio I, che impiegò per l'occasione le ultime innovazioni tecnologiche dell'arte ossidionale, trabucchi e catapulte, venne colpito da una lancia all'inguine nel corso di uno scontro.
Quando i Reggini si arresero (387/86 a.C.), prostrati dalla fame e dalla sete, il tiranno siceliota si vendicò sul leader della resistenza reggina, costrigendolo a una morte atroce: osservare il supplizio del figlio, scaraventato dall'alto delle mura cittadine per poi subire la sua stessa sorte. Come dire, nessun onore per i vinti.

Illustrazione: Resti delle mura greche, Parco Archeologico del Trabocchetto, Reggio Calabria (Fonte: Reggio città d'arte, 2007, p. 18).

domenica 1 maggio 2011

"La Reggio di Anassila" vince il Premio Metauros 2011

Il saggio storico "La Reggio di Anassila" (Leonida Edizioni 2010) ha vinto il Premio Metauros 2011 classificandosi al primo posto della categoria "libro edito di storia locale".
Io non vorrei altro che condividere con i lettori del mio blog questo importante riconoscimento, emblematicamente intitolato al sacro nome dell'antico fiume di confine della Rhegion greca, quel Metauros nato da sette fratelli alla cui foce, secondo il bellissimo poema di Stesicoro, giunse Oreste per purificarsi dalle sue colpe.
Grazie di cuore amici miei. Questo premio è anche vostro.

venerdì 29 aprile 2011

Reggio: segni di una città in campagna elettorale che fuma

La valorizzazione dei beni culturali locali, si sa, sta molto a cuore ai nostri rappresentanti politici o aspiranti tali: questo piccolo reportage fotografico – dell'incresciosa faccenda si sono occupati, in data odierna, anche i colleghi di Strill – lo dimostra. Si tratta della mostra open air “Segni della città che c'era”, ospitante alcuni dei più suggestivi elementi architettonici pertinenti ai palazzi signorili reggini crollati in seguito ai terremoti del 1783 e del 1908.
Ebbene, al fine di evidenziare l'estremo interesse, da parte dei politici reggini in piena campagna elettorale, nei confronti dell'esposizione sul Corso Garibaldi in particolare e dei reperti archeologici in genere, sono stati appositamente inseriti centinaia di «santini» elettorali all'interno delle teche.
D'altra parte, i singoli cittadini hanno legittimato la condotta dei loro candidati affiancando numerosi mozziconi di sigaretta al fianco di colonne smozzicate – l'avranno fatto certamente per questioni di affinità onomatopeica, visto che il mozzicone si abbina perfettamente con le colonne smozzicate! –, frammenti di architravi o antichi emblemi araldici.
Questo spettacolo indecoroso, indicativo del grado nostrano di civiltà, educazione e cultura, viene ognora esibito agli occhi di quei pochi visitatori che giungono sulle rive dello Stretto.

Non c'è che dire: se queste sono le premesse del tanto paventato «rilancio turistico», pur onnipresente all'interno della «lista dei desideri» della popolazione residente o fra gli innumerevoli buoni propositi di cui si compongono i manifesti programmatici delle varie componenti partitiche di destra, manca, alto, basso, ecologia e cristianesimo, c'è davvero da stare freschi!

martedì 19 aprile 2011

Paolo di Tarso e i serpenti reggini


Il cristianesimo delle origini si è spesso appropriato di culti e tradizioni di matrice pagana, talvolta rifunzionalizzandoli in accezione negativa. L'iconografia classica del Diavolo, per esempio, riecheggia le sembianze di Pan – corna, coda, zoccoli caprini e folta peluria –, il selvatico dio greco abitatore dei boschi.
Saul di Tarso, il San Paolo dei cristiani, risulta invece legato, specie all'interno del patrimonio folkloristico del Mezzogiorno italiano, alla supposta immunità dagli animali velenosi come serpenti o tarantole. In Puglia, Calabria e Sicilia sopravvive ancora la leggenda dei «sanpaolari», individui ritenuti discendenti del santo, sui quali non farebbe effetto alcun tipo di tossina. Una credenza mediata da un passo tratto dagli Atti degli Apostoli – c. 28, vv. 3-4, laddove l'evangelista Luca, o chi per lui, racconta che Paolo, morsicato da una vipera alla mano, non riportò alcuna conseguenza –, ambientato a Malta.
A Reggio Calabria si contestualizza una delle più celebri tradizioni relative a Paolo di Tarso, il miracolo della colonna ardente, secondo cui, l'ex fariseo, sbarcato nella città dello Stretto in occasione delle feste Artemisie e avendo chiesto alla cittadinanza il permesso di poter divulgare la buona novella, riuscì a intrattenere il pubblico ben oltre il tempo utile concessogli dalle autorità, lo spegnimento di un mozzicone di candela; infatti, magicamente, il fuoco si sarebbe propagato dalla cera al frammento di colonna templare sulla quale poggiava il lumicino.
Non è un caso che la tradizione collochi lo sbarco di Paolo presso Punta Calamizzi, alla foce dell'Apsia/Calopinace, laddove sorgeva il tempio di Artemide intorno a cui si svolgevano le feste dedicate alla dea. Punta Calamizzi rappresentava, inoltre, il luogo-simbolo delle memorie ancestrali e pagane reggine: ivi erano sbarcati i Greci d'Eubea, fondatori della polis, lì il poeta Stesicoro aveva ambientato la mitica venuta di Oreste – l'eroe che, per altro, avrebbe promosso la stessa edificazione del tempio di Artemide a Reggio – in Occidente, ma, soprattutto, il sacro Pallantion (il nome ellenico di Punta Calamizzi) rievocava il passato più remoto della città, la vicenda di Iocasto, figlio di Eolo, il sovrano ausone che avrebbe ispirato la denominazione del sito, Rhegion, la «città del re» in antica lingua osca. Iocasto morì a causa del morso di un serpente e sul luogo della sua scomparsa, a Punta Calamizzi, fu eretto un tumulo sepolcrale, oggetto di culto eroico in età storica.
La leggenda di Paolo di Tarso a Reggio, in altri termini, appare come una classica rifunzionalizzazione in chiave cristiana di antiche sacralità pagane: un protettore dai serpenti che compie un miracolo presso un luogo segnato da un mito legato ai serpenti; strane coincidenze!
Il folklore reggino ha quindi cristallizzato la centralità – seppur secondo una prospettiva diametralmente opposta – delle credenze legate al serpente, legandole ai due personaggi-cardine della cristianità locale: Paolo di Tarso, il fondatore della prima comunità dei seguaci di Gesù Cristo sulle rive dello Stretto, e San Giorgio, patrono della città, a cui, con l'attributo di Drakoniaratis, cioè «del serpente», era stata eretta una chiesa, sempre a Punta Calamizzi, in età medievale.
Come dire, echi di memorie remote che talvolta risorgono.

lunedì 18 aprile 2011

Quel debito storiografico con il Sud


«L'Italia ha un debito storiografico con il Sud». É raro che un autorevole accademico come Paolo Mieli – presidente del gruppo RCS, ex direttore del Corriere della Sera, nonché docente di storia contemporanea presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Statale di Milano – parli di revisionismo in riferimento al periodo risorgimentale, del Mezzogiorno conquistato con asprezza che dovette rinunziare alle proprie tradizioni storiche e culturali, della necessità di correggere o integrare i manuali scolastici o della fase relativa al «brigantaggio» (1861-65) come di una vera e propria guerra civile.
Fino a qualche anno fa, bastava dubitare della sincerità di Cavour, Garibaldi o Vittorio Emanuele II per essere tacciati di revanscismo. C'è voluto il successo editoriale di coraggiose pubblicazioni controcorrente, da Gigi Di Fiore a Pino Aprile e Giordano Bruni Guerri, per riaprire prepotentemente un dibattito che meritava una soluzione coscienziosa.
Era chiaro che al di là degli estremismi di sorta – ipernazionalismi e neoborbonicismi, sterili ai fini di una rigorosa applicazione del metodo scientifico allo studio del passato – esisteva una Storia scritta dai vincitori, una serie di mistificazioni evenemenziali alimentate per decenni dalla connivenza di accademici – anche meridionali purtroppo – rei di avere barattato l'amore per la verità e l'orgoglio della coerenza con la sicurezza di mantenere cattedre e onoreficenze.
Il grande pubblico non doveva conoscere le modalità di conquista politica, economica e culturale delle desolate lande meridionali, altrimenti avrebbe dubitato di quella stessa, giovane, nazione appena sorta. Eppure, il clamore mediatico suscitato da opere inneggianti a un sempre più evidente «ciclo dei vinti» ha contribuito ad abbattere ogni reticenza.
Se occorre sempre un certo lasso di tempo per scoprire le mille verità della Storia, la colpa ricade spesso su quegli uomini che, per vergona, timore o interesse, cercano di confinare il passato dentro un archivio, nelle forme di propaganda, dietro colossali menzogne. Del resto, l'Italia postunitaria è riuscita nell'intento di addestrare alla luce di letture faziose come “Cuore” di De Amicis, una generazione di soldati che andò a lasciare la vita, fra gli orrori delle trincee crudamente descritte da Lossu e Ungaretti, sugli altipiani intorno a Trento e Trieste nella Grande Guerra; il tutto per completare le «guerre di liberazione», per conquistare dei territori che sarebbero stati ugualmente annessi restando neutrali.
In fondo, la questione risorgimentale era semplice da analizzare: l'Unità rappresentò, schematicamente, un processo elitario (cioè estraneo alle masse popolari) attraverso cui le eterogenee identità locali – statali, geografiche e culturali – della penisola furono accorpate in un unico regno, egemonizzato dagli interessi di quella dinastia Savoia che aveva guidato il processo risorgimentale.
A personaggi come Paolo Mieli resta il merito di aver contribuito a squarciare il Velo di Maya del dogmatismo storiografico sul Risorgimento italiano. Finalmente è giunta l'ora di sostituire le litanie che popolano i manuali scolastici con fatti e riflessioni metodiche, le agiografie coi ritratti impietosi, le leggende con le tragedie. Il momento è finalmente propizio!