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venerdì 1 ottobre 2010

Le origini dei mali storici del Reggino

Accade spesso, nel corso di seminari, incontri e convegni dedicati alla divulgazione o alla valorizzazione delle radici storiche reggine, di sentir rivolgere una immancabile domanda ai relatori, “Ma come e quando inizia la decadenza della nostra terra?”
La risposta non è univoca, essendo la Storia un continuo divenire di cambiamenti per lo più impercettibili, fermo restando che l'indifferenza del coevo popolo reggino nei confronti del proprio plurimillenario patrimonio di memorie rimane la principale responsabilità di questa deleteria tendenza alla rimozione dell'identità.
Certamente, volendo banalizzare, le fondamenta dei mali secolari che affliggono la città dello Stretto ed il territorio circostante – criminalità organizzata nei fatti e nella mentalità, mancanza di una classe dirigente, stato di latitante ignoranza popolare, malcostumi e clientelismi di ogni sorta ecc. – vengono gettate a partire da un avvenimento preciso, la conquista normanna del 1059.
Saranno tali ex-mercenari violenti ed arraffoni a cominciare ad imporre nel Reggino riti e clero cattolico, vendendo spudoratamente la redditizia carica arcivescovile cittadina a personaggi di dubbio valore spirituale. I Normanni promuoveranno inoltre l'immigrazione massiccia di numerosi nobili franchi senza terra né denaro, ai danni delle ricche famiglie greche autoctone (che prosperavano grazie ai commerci di seta grezza, lana vino, legname, pece e molti altri prodotti); un'immissione capillare di stranieri squattrinati che si tradurrà, con conseguenze rovinose sull'economia locale, nell'afflusso di migliaia di Angioini ed Aragonesi nei secoli successivi, i quali, una volta approdati a Reggio, rimarranno stupiti delle ricchezze del luogo, cominciando presto ad attuare delle lunghissime serie di sfruttamenti e ruberie.
Nel periodo che intercorre fra la dominazione normanna e quella aragonese (dalla fine dell'XI al XIII secolo inoltrato) si definisce inoltre l'importazione di forme giuridiche e di consuetudini legate al feudalesimo di matrice franca, proprio mentre nel resto del continente si assiste alla graduale scomparsa del fenomeno, per di più in una regione che non conosceva neppure il significato del rapporto vassallatico-beneficiario.
Nella contaminazione feudale delle Calabrie si coglie l'origine di costumanze ed atteggiamenti rapportabili all'odierna criminalità organizzata: rapporti di clientelismo e corruzione, instaurati fra signore e vassalli; creazione di clans familiari, svincolati dalle leggi e dal potere statale centrale, ben radicati in porzioni di territorio piuttosto piccole, con i quali cominciano gli scandali relativi all'appaltocrazia (uno sventurato appalto porterà allo sprofondamento di Punta Calamizzi nel 1562, rovinando per sempre la funzione portuale di Reggio, un tempo alla base delle fortune economiche della città) e le lotte intestine volte al conseguimento dell'egemonia locale; i contadini liberi si trasformeranno rapidamente in servi della gleba (o paddechi, come venivano chiamati in grecanico, espressione che deriva dal greco classico paroikoi).
Non che i sovrani stranieri intendessero gestire ragionevolmente e coerentemente il novello Regnum Siciliae (così si chiamava quel regno comprendente la Sicilia ed il Mezzogiorno italiano, fondato dai Normanni per grazia ed autorizzazione papale). Le finanze del regno furono subordinate agli interessi politici e militari svevi ed angioini, supportando le continue guerre scatenate dai governanti: è il caso di Federico II detto “Stupor Mundi” che, con buona pace dei tanti sostenitori della favoletta con protagonista un imperatore illuminato (che per altro, se proprio ci teniamo al bigottismo, morì col marchio della scomunica papale), inventore dell'odierna idea di Europa moderna e della scuola poetica siciliana (in realtà mero esercizio intellettuale di corte), la cui imbelle riforma monetaria, per esempio, oltre a scatenare l'ilarità di tutto il Mediterraneo, contribuì a danneggiare l'economia del Sud.
A Carlo d'Angiò, nuovo braccio armato del papa – vero sovrano feudale del Regnum Siciliae sulla base della falsissima documentazione giuridica nota come la “Donazione di Costantino” – e vincitore del dantesco Manfredi e di Corradino di Svevia, si deve invece il colpo di grazia definitivo al sistema monetario meridionale, da secoli basato su standars allineati alle peculiarità mercantili del circuito mediterraneo. Egli sostituisce valori e pesi consolidati da romani, arabi e bizantini con un “copia ed incolla” delle monete francesi, incompatibili con l'area commerciale locale, coniando Carlini o Saluti d'oro e d'argento, poi rimasti sostanzialmente invariati nel corso dei secoli, quando già il danno era stato compiuto e legittimato.
Tali complesse dinamiche identicide e favorevoli alle tasche degli invasori-vincitori furono accompagnate da più o meno complesse manovre volte alla distruzione scientifica della cultura e della lingua ancestrali reggine, prima fra tutte l'imposizione del rito latino: i grandi monasteri italo-greci vennero accorpati in un unico ordine, quello basiliano (mai fondato da San Basilio), seppure il rito ortodosso coninuò ad essere praticato per secoli (ancora alla fine del '500 Monsignor D'Afflitto annotava di preti greci che solevano sposarsi e celebrare in greco), prima che l'avvento dell'Inquisizione e la fondazione sistematica di abbazie o nuove chiese in punti strategici del Reggino prima, e l'applicazione delle direttive gerarchizzanti del Concilio di Trento poi, riducessero le comunità elleniche alla stregua di enclaves (ne esistono ancora, nella Bovesia soprattutto, ma non solo, per fortuna), il cui destino è in qualche modo paragonabile a quello dei nativi americani.
Queste e molte altre sono le ragioni storiche del nostro declino politico, economico e culturale, già evidente nella seconda metà del XIX secolo, quando inizia quel moderno dibattito sulla “questione meridionale”, recentemente riaperto in occasione del 150° anniversario dell'unità nazionale e dalla pubblicazione di opere revisioniste quale il recente volume di Pino Aprile.
Lo scopo di tale, modesto, scritto, d'altronde, è quello di aggiornare i lettori già coscienti della pregevole pubblicazione di Aprile alla luce di un dato sostanziale: le ragioni della decadenza, per noi Reggini, risultano ancora più radicate nel tempo rispetto al complesso periodo risorgimentale, solitamente oggetto del suddetto dibattito. Il tutto a fini divulgativi, al di là di revanchismi ed assurdi vagheggiamenti di un passato che non tornerà giammai, ma solo per ribadire con forza, a tutti coloro che ci accusano di essere un “popolo senza radici”, che una Storia esiste e ci guarda con compassione dall'alto di tremila anni e di centinaia di generazioni, interrogandosi mestamente circa le cause – quelle sì, incomprensibili – dell'indifferenza dei posteri.

In foto, un'illustrazione di Reggio Calabria dopo il terremoto del 1783.


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