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domenica 17 ottobre 2010

Garibaldi e l'impresa dei Mille fra mito e realtà

Eroe dei due mondi o pedina nelle mani di Cavour e Vittorio Emanuele II? Filantropo o filibustiere? Le agiografie risorgimentali e il folklore continuano ad offuscare la fisionomia storica di Giuseppe Garibaldi: aneddoti apocrifi ed ogni sorta di reliquia (persino ciocche di capelli o frammenti di unghie) costituiscono gli elementi di un vero e proprio feticismo popolare che compromette la reale comprensione del personaggio. Mitologie e mitografie che talvolta sconfinano in una grottesca interpretazione pseudo-religiosa degli eventi, come attesta la diffusione delle celebri litografie raffiguranti Garibaldi con le fattezze del Cristo Pantocratore, con tanto di mano destra alzata in segno di benedizione.
Ma chi era, in realtà, questo rivoluzionario di professione venuto da Nizza e – soprattutto – quali furono le vere motivazioni che animarono la sua impresa più importante, la spedizione dei Mille?
Garibaldi era essenzialmente un buon marinaio, capitano di lungo corso, ma avventuriero per vocazione: nel corso del lungo periodo che trascorse in Sud America (1835-1848), aveva praticato la pirateria, il commercio degli schiavi e del bestiame, ma soprattutto aveva acquisito una grandissima esperienza sul terreno della guerriglia, combattendo, insieme a molti fuoriusciti politici italiani, in Brasile, Argentina e Uruguay. Pur non disponendo di competenze sufficienti in termini di formazione accademico-militare e capacità strategiche o tattiche, era dotato di una buona intuizione nel “leggere” la battaglia e, soprattutto, coraggio da vendere; per tali ragioni, Garibaldi veniva considerato un capo-carismatico dalle masse popolari e dai suoi soldati, con fama di invincibilità.
Aveva aderito immediatamente al progetto di unificazione politica della penisola italiana, affiliandosi alla Carboneria, alla Massoneria e alla Giovine Italia di Mazzini. Ciò nonostante, egli aveva una certa inclinazione ad abbracciare quelle idee utopiche – la guerra come pleludio necessario all'abbattimento del dispotismo in tutto il pianeta e quindi il raggiungimento della fratellanza universale dei popoli – così care a tutti i rivoluzionari romantici da Byron a Che Guevara, non disdegnando di cambiare spesso opinione. “Non capisce a fondo le cause stesse per cui combatte”, disse di lui Florence Nightingale, fondatrice della Croce Rossa.
Difatti, nel 1857 aveva aderito, accantonando l'iniziale repubblicanesmo mazziniano, alla Società Nazionale Italiana, una setta il cui scopo essenziale consisteva nella creazione di uno stato peninsulare unitario, guidato dalla dinastia Savoia: nel 1861, com'è noto, sarà proprio questa la tesi vincente.
L'impresa dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie, al di là delle romantiche e spesso mendaci ricostruzioni che affollano i manuali scolastici, rappresentò il tronfo della Massoneria e degli interessi economici inglesi, delle velleità di una parte della classe dirigente meridionale – i grandi proprietari terrieri interessati ad occupare le terre demaniali di regia proprietà a danno dei contadini – e delle ambizioni dinastiche di Vittorio Emanuele II e Cavour. Questi ultimi individuarono nei volontari garibaldini un formidabile e versatile strumento di influenza politica: potevano essere appoggiati in segreto dal governo sabaudo fin quando le rivolte andavano a buon fine, oppure sconfessati agevolmente in caso di insuccesso, senza timore di ripercussioni internazionali. Garibaldi, idolo delle folle, non era che l'incarnazione degli ideali di rivoluzione o di unificazione nazionale che facevano presa sul grande pubblico, quasi mai al corrente dei grandi intrighi politici celati dietro uno slogan apparentemente genuino: come scrisse Denis Mack Smith nella sua celebre biografia del nizzardo, “ Il culto di Garibaldi crebbe quasi a sostegno della fiducia nazionale […] La gente era portata a fantasticare su di lui, a farne la proiezione sovrumana di eventi eroici, epici, leggendari.”
L'Inghilterra fu la grande eminenza grigia dietro le vicende dei Mille, essendo interessata alla caduta dei Borboni per diversi aspetti: la prossima apertura del Canale di Suez esigeva un più saldo controllo delle rotte mediterranee e il Regno delle Due Sicilie aveva firmato degli accordi commerciali con l'Impero Russo, diretto concorrente dei britannici; inoltre, il sovrano napoletano non aveva aderito alla Lega Doganale Italiana, condizione che irritava non poco gli inglesi, fautori, per propria convenienza, del libero scambio; l'approdo dei Mille a Marsala, la cui popolazione locale contava più inglesi che siciliani per ragioni legate allo sfruttamento economico delle miniere di zolfo (altra motivazione secondaria dell'appoggio inglese a Garibaldi), fu consentito dalla presenza delle cannoniere britanniche Angus ed Intrepid, che si frapporranno fra i cannoni borbonici e le navi Piemonte e Lombardo (fornite dal massone Fouché, procuratore dell'armatore Rubattino), trasportanti i garibaldini.
Legami assai stretti con i politici e con i fondi britannici che finanzieranno in gran parte le iniziative garibaldine – piastre d'oro turche ammontanti a circa tre milioni di franchi, versate dai massoni di Edimburgo furono impiegate per corrompere le autorità borboniche – aveva la cancrena vergognosa della Massoneria, i cui affiliati erano infiltrati ovunque fra le maglie dello stato duosiciliano: burocrati, ufficiali, magistrati.
Massoni erano il giudice Tommaso Nardella e il colonnello Antonio Plutino, responsabili dell'occupazione dell'ufficio telegrafico e della sottrazione delle casse comunali di Melito Porto Salvo, il centro costiero ionico da cui Garibaldi, già conquistatore e dittatore della Sicilia per conto di Vittorio Emanuele II, inizierà la marcia di avvicinamento verso Napoli nel continente.
L'Eroe dei due mondi, in tutta la faccenda, imponeva le mani sulle folle festanti come un provvidenziale Messia, promettendo redistribuzioni di terre proprio mentre il suo luogotenente Bixio fucilava i contadini poveri a Bronte (bellissima e sconvolgente la novella verghiana sull'episodio). Sporche pagine di una storia dimenticata, il cui senso profondo sta nel bisogno di divulgare la verità fattuale.
Il modo migliore per commemorare i primi centocinquanta anni dell'Unità d'Italia, in fondo, è quello di esaminare questa ed altre vicende del Risorgimento secondo prospettive reali e non inquinate da distorsioni e strumentalizzazioni dei fatti. Del resto, gli errori di cui si macchiano gli uomini non sono che condizioni naturali ed inevitabili dell'imperfezione dell'umanità rispetto alla purezza delle proprie idee. In fondo, fu lo stesso Garibaldi a precisare che “quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del parlamento italiano durante il Risorgimento, vi troveranno cose da cloaca”.

In foto, Garibaldi “benedicente” nelle vesti di Cristo Pantocratore, litografia del 1850.

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