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domenica 10 ottobre 2010

Federico II di Svevia: dal mito all'uomo

La storia, quella con la “s” minuscola scritta dai vincitori o sui manuali scolastici senza criteri scientifici né coerenza, ha decisivamente contribuito alla divulgazione del mito di Federico II di Svevia (1194-1250), quale preconizzatore dell'Europa Unita, fondatore della “scuola poetica siciliana”, detto stupor mundi per via della sua inestinguibile sete di cultura.
Un personaggio di cui, tolta la tara delle inesattezze, dei luoghi comuni e delle santificazioni postume sul suo conto, il grande pubblico, di vero, conosce realmente poco, con buona pace delle assurdità redatte da certa letteratura storiografica nel corso dei secoli.
Talvolta si è costruita l'improbabile immagine di un sovrano “siciliano”, cresciuto per i moreschi quartieri di Palermo, seppure Federico risiedette relativamente poco nella capitale isolana, non esistendo per altro, nel XIII secolo, la consuetudine di fissare una residenza regale definitiva, essendo le corti essenzialmente itineranti.
Fondatore della “scuola poetica siciliana”, nel senso di un luogo fisico ove forgiare letterati ed artisti raffinati? La “scuola siciliana” rappresentò essenzialmente un mero esercizio intellettuale di corte che ricalcava le mode del tempo. Se Iacopo da Lentini (inventore o ri-scopritore del sonetto), Pier delle Vigne ed altri scelsero il volgare siciliano, lingua letteraria ed assolutamente non parlata dal popolo (in realtà aperto anche ad elementi del volgare pugliese e della lingua provenzale), questa decisione dipese da criteri estetici; Dante stesso, nel De Vulgari Eloquentia, riteneva che il siciliano-letterario costituisse il modello linguistico più vicino al concetto di volgare illustre, ancor di più del fiorentino, progenitore della lingua italiana.
Federico II fondatore dell'Europa moderna? Bella ed anacronistica scemenza! Sì, egli fu contemporaneamente Rex Siciliae e Sacro Romano Imperatore, ma secondo le leggi del periodo si trattava di due titoli distinti, di due diverse amministrazioni e di due diverse categorie di sudditi, che Federico coordinava a livello personale, in omaggio al diritto feudale. Semmai, de facto, le prospere finanze del Mezzogiorno d'Italia furono spesso impiegate per supportare le continue guerre intraprese dall'imperatore in Oriente, contro i papi ed i sovrani stranieri, o nell'ottica degli scontri che lo opposero ai Comuni del Settentrione.
L'economia del Regnum Siciliae venne dunque subordinata, attraverso un legame innaturale, alle pretese ed agli interessi politico-militari di Federico che, pur parlando molte lingue da buon sovrano colto, rimaneva sempre l'erede, in linea paterna, del casato svevo degli Hohenstaufen, figlio di Enrico VI e nipote del Barbarossa. Sua madre, Costanza d'Altavilla, lo aveva casualmente partorito a Jesi, nel corso del viaggio da lei intrapreso verso Palermo, ove era da poco avvenuta l'incoronazione del marito (1194).
In ambito numismatico, Federico II è noto per il fiasco che fece quando si mise in testa di coniare una nuova moneta d'oro circolante nei suoi domini, i cui standards, in termini di peso e di quantità di metallo prezioso intrinseco, risultavano assolutamente incompatibili con il mercato mediterraneo con cui da secoli interagivano la Sicilia ed il Mezzogiorno. Magra consolazione: il suo Augustale (che raffigurava al diritto l'aquila degli Hohenstaufen, il che la dice lunga sulla sicilianità di Federico!), se il valore dei soldi si potesse misurare in criteri estetici, rimarrebbe certamente la più bella moneta medievale.
In conclusione, Federico II fu sostanzialmente un uomo del suo tempo che agì pragmaticamente ai fini di salvaguardare e portare avanti i suoi interessi. Intelligente, spregiudicato e colto, ma sicuramente non dotato di quella filantropia e di quelle capacità di astrazione e prefigurazione del futuro ad egli attribuite dai suoi ingenui sostenitori postumi. Quando fondò uno studium (università) a Napoli nel 1224, il sovrano intendeva soprattutto plasmare un nuovo ceto di notai, giuristi e burocrati in grado di elaborare legittimazioni continue della sua autorità e di curare la propaganda imperiale; e, specie della propaganda, Federico si servì nel corso dell'annosa guerra di libelli, accuse infamanti ed invettive maturate in vista dello scontro politico e dialettico con papa Gregorio IX. Si pensi che lo Svevo morì scomunicato, un anatema che ereditarono persino i suoi eredi, Corrado e il dantesco Manfredi.
Un essere umano con pregi e difetti, diverso dal mito elaborato nei secoli successivi da certa storiografia tedesca che ne fece un campione dell'ottocentesco spirito nazionalistico. Fu tollerante in misura proporzionale alla fedeltà dimostratagli dai suoi sudditi: se i musulmani di Sicilia mettevano in discussione la sua autorità venivano estradati a Lucera di Puglia, altrimenti erano ben accetti.
Anche Reggio reca le tracce dell'imperatore tedesco, il quale ampliò e rinsaldò quell'ex donjon (torrione) normanno, sorto a sua volta su di una precedente fortificazione romeo/bizantina, che poi divenne il Castello Aragonese. Sulle rive dello Stretto rimane inoltre la testa di una statua marmorea raffigurante probabilmente il controverso Stupor Mundi, custodita presso il Piccolo Museo San Paolo.
In compenso, se i luoghi che a Reggio parlano di Federico II sono pochi, immense sono le fesserie impartite ai nostri figli a scuola, grande merito di un sistema didattico come quello meridionale, mai al passo con i progressi della ricerca, che spesso si accosta allo studio del passato con un ingiustificato complesso patologico di inferiorità preconcetta, quando non scimmiotta persino le manipolazioni storiografiche elaborate da tutti coloro che intendono sempre e comunque farci passare per... Terroni! Pino Aprile docet.

In foto, l'Augustale, la moneta d'oro coniata da Federico II di Svevia, ed un ritratto raffigurante lo stesso imperatore.

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