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domenica 31 ottobre 2010

Il vino dolce reggino

Scrivendo a proposito di banchetti e simposi, Ateneo di Naucrati lodava le qualità del vino reggino, un vino dolce e liquoroso, la cui commercializzazione nel corso dei primi secoli dell'era cristiana è documentata dai frequenti ritrovamenti delle anfore modello Dressel I, marcate REGINVM VINUM.
Fra il IV e il VII secolo, furono soprattutto i Giudei residenti nell'Area dello Stretto ed a Reggio in particolare – il quartiere ebraico cittadino doveva probabilmente estendersi fra le attuali vie Osanna e Giudecca – a gestire il commercio del vino locale, la cui peculiarità stava nella sua purezza – kasher – condizione che consentiva anche agli ebrei osservanti di attenersi alle norme religiose-alimentari, consumando liberamente tale prodotto. Essi avevano ideato un contenitore per la bevanda che ne costituiva parallelamente un simbolo di riconoscimento ed una garanzia di qualità ed originalità: le anfore Keay LII dal caratteristico doppio manico, presentanti spesso la menorah, il candelabro a sette braccia.
La diffusione spaziale dei rinvenimenti di anfore Keay LII dall'Egitto alla Palestina, sino alle isole britanniche, lascia stupefatti i posteri circa la grande popolarità del vino reggino, onnipresente nel circuito europeo.
Ancora oggigiorno vengono riportati alla luce dagli archeologi nel territorio reggino molti palmenti, i frantoi dove veniva pigiata l'uva, di epoca romeo-bizantina, nonché le antiche fornaci, come quella di Pellaro, luoghi di produzione delle anfore Keay LII.
In definitiva, il business del vino reggino doveva risultare eccezionalmente redditizio; peccato che il volgere dei secoli abbia sottratto vigore alle capacità imprenditoriali nostrane, oltre ad aver drasticamente limitato la rete di scambi, viabilità e comunicazioni, con buona pace della modernità o della tecnologia.
Del resto, come può prosperare un popolo che rimane isolato in loco ai primi rovesci autunnali, un popolo che impiega un'ora e mezza per percorrere trenta chilometri, un popolo costretto a versare cinque euro per attraversare, pur senza veicolo, lo Stretto? Misteri dell'Area Metropolitana!

In foto, un esemplare di anfora Keay LII

domenica 24 ottobre 2010

La nazione italiana: sviluppo storico di un'idea

Cos'è una nazione? Oggigiorno si è definitivamente imposta l'accezione moderna della parola nazione, nel senso di una comunità di individui, residenti in uno spazio geografico coerente, affini per sangue (cioè etnia, stirpe), cultura, lingua e religione.
Si tratta di una interpretazione originariamente coniata nel contesto della Rivoluzione Francese e poi fatta propria dal Romanticismo europeo – e, spiccatamente, da scrittori e filosofi tedeschi come F. Schiller – successivamente adattata alla realtà italiana, nella sua interezza geografica, al volgere del XIX secolo.
Prima delle speculazioni concettuali romantiche, la nazione designava essenzialmente il luogo di nascita, specie se riferito ad un soggetto collettivo. Si parlava di nazione napoletana, ad esempio, per un nativo del Regno delle Due Sicilie. Altre volte questa collocazione territoriale generica poteva riferirsi ad ambiti geografici non necessariamente corrispondenti a specifiche entità statali, soprattutto quando esistevano usi e costumi comuni: è il caso dei Lombardi, sudditi dell'imperatore austriaco, che si rifacevano alla civiltà comunale dei secoli XII-XIII.
Nella nostra penisola, tuttavia, le élites intellettuali – ma non, attenzione, la stragrande maggioranza della popolazione, che non sapeva ancora cosa si intendesse per lingua italiana (si parlava ancora, sino alla diffusione di massa della televisione, negli anni Sessanta del XX secolo, quelli che ora sono i dialetti locali) o Risorgimento, né aveva mai letto Muratori, Vico o Machiavelli (ancora nel 1861 il 74,4 % della popolazione italiana era analfabeta) – si rifacevano spesso ad un labile concetto di koinè culturale, una comunità dotata da secoli di lingua e letteratura comuni – il fiorentino di Petrarca e Boccaccio e le opere di Dante, Bembo, Ariosto, Tasso e Alfieri – che si riteneva figlia ed erede diretta degli antichi Romani.
Sebbene oggi molti diano per scontata l'aprioristica esistenza di una nazione italiana, oggetto del desiderio delle masse ben prima della proclamazione del Regno d'Italia nel 1861, la realtà è che, ancora agli inizi del XIX secolo, la penisola era divisa in molteplici stati con specifiche leggi, tradizioni, storie, territori e lingue, spesso neppure abituati a commerciare l'un l'altro. La comunanza di stirpe, spazio geografico e cultura corrisponde a mitologie ed agiografie costruite a tavolino dopo la conclusione delle guerre risorgimentali: “Fatta l'Italia, ora facciamo gli Italiani”, avrebbe detto, secondo la tradizione, Massimo D'Azeglio. Emerge dunque un'idea di nazione intesa come una creazione artificiale, soggetta, come tutto in questo mondo, al divenire storico.
L'idea di uno stato italiano unitario, prima dell'elaborazione delle speculari proposte costituzionali di Mazzini, Gioberti, Cattaneo e dei teorici affiliati alla Società Nazionale (il progetto di unificazione peninsulare sotto la guida di Casa Savoia destinato ad imporsi nel 1861), matura per la prima volta nel 1796, nella cittadina ligure di Oneglia occupata dai Francesi; ad elabolarla è un rivoluzionario di professione, Filippo Buonarroti, grande estimatore dei giacobini d'Oltralpe.
Ma perchè Italia? Perchè questo toponimo, assai caro alla memoria dei Reggini, che designava anticamente la fascia territoriale compresa fra l'istmo lametino-squillaceo e Capo Spartivento, finì poi, sin dall'epoca romana, per abbracciare la penisola nella sua interezza geografica, dalle Alpi alla balza di Scilla, così come scriveva il Manzoni; così come, del resto, di “espressione geografica”, parlava, malignamente, il principe di Metternich quando gli veniva chiesta la propria opinione in merito alla questione italiana.
Questi brevi cenni etimologici risultano preziosi ai fini di una comprensione esaustiva del fenomeno risorgimentale e delle mitologie create prima, durante e dopo la genesi dell'unificazione politica ed economica della penisola. Del resto, il 150° anniversario dell'unificazione potrebbe essere celebrato degnamente se accompagnato da una serie di studi metodici, coerenti ed immuni alle strumentalizzazioni o agli sterili revanchismi, in modo di divulgare al grande pubblico lo sviluppo storico di un'idea di nazione.

mercoledì 20 ottobre 2010

Cittanova. Ottobre Piovono libri: incontro con l'autore Natale Zappalà

di Stefania Guglielmo

Si è tenuto oggi, 20 Ottobre 2010, presso il Centro Culturale di Piazza Calvario a Cittanova, l'incontro con il Dott. Natale Zappalà, autore del volume “La Reggio di Anassila” (Leonida Edizioni).
L'evento è rientrato all'interno del calendario delle attività promosse nel centro della Piana in occasione della campagna nazionale “Ottobre Piovono Libri”, il cui fine essenziale è quello di incentivare e valorizzare la lettura.
Sono intervenuti per i saluti iniziali il Sindaco di Cittanova, Dott. Alessandro Cannatà, il Vicesindaco, Domenico Bovalino, e l'Assessore alla Cultura, Maria Grazia Sergi, i quali hanno ribadito con forza, dinanzi ad un'attenta e nutrita platea per la maggior parte composta dagli studenti dei locali istituti scolastici, l'importanza della lettura quale strumento di crescita formativa dell'individuo.
Il Dott. Domenico Polito, direttore della Leonida, ha sottolineato l'impegno della Casa Editrice sul versante della divulgazione libraria, ringraziando inoltre l'Amministrazione Comunale di Cittanova per la sensibilità dimostrata sul piano culturale.
La Prof.ssa Annunziata Rositani, docente presso l'Università della Calabria, ha poi introdotto il tema sviluppato dall'autore nel suo saggio storico, una ricerca, metodologicamente basata sul complesso delle fonti letterarie, archeologiche, numismatiche ed epigrafiche, in grado di restituire al lettore un esauriente quadro di sintesi in merito alla Reggio di VI-V secolo a.C. Fra gli spunti più interessanti del volume – secondo la Prof.ssa Rositani – trova sicuramente spazio l'indagine condotta da Zappalà sul rapporto di interscambio continuo che esisteva fra la città vera e propria e la sua chora, il territorio circostante, compresa fra il fiume Petrace e la Bovesia, definito propriamente “un dialogo fra la terra ed il mare”.
Il Dott. Zappalà ha infine illustrato al pubblico le principali dinamiche politiche ed economiche inerenti il periodo anassilaico (494-476 a.C.): la proficua e coerente gestione delle arterie di comunicazione navali e terrestri dell'Area dello Stretto da parte dei Reggini, l'ottimizzazione della funzione di “fortezza” svolta dalla polis italica per tutta l'epoca antica e medievale, i consueti canali di commercializzazione delle risorse aspromontane (pece, legname, olio e vino) e dei prodotti artigianali in bronzo o ceramica. Una relazione accattivante e per nulla tediosa che ha avuto il merito di stimolare l'attenzione e la voglia di scoprire qualcosa di più circa le proprie origini fra i giovani convenuti.
Il ciclo cittanovese degli “Incontri con l'Autore” proseguirà sabato 23 Ottobre (ore 9,30) con il Dott. Achille Concerto, autore del romanzo “Il verme della mela” (Leonida Edizioni), con relazione a cura della Dott.ssa Rosamaria Scarfò.

In foto, da sinistra, Cannatà, Bovalino, Polito, Zappalà, Rositani e Sergi.

domenica 17 ottobre 2010

Garibaldi e l'impresa dei Mille fra mito e realtà

Eroe dei due mondi o pedina nelle mani di Cavour e Vittorio Emanuele II? Filantropo o filibustiere? Le agiografie risorgimentali e il folklore continuano ad offuscare la fisionomia storica di Giuseppe Garibaldi: aneddoti apocrifi ed ogni sorta di reliquia (persino ciocche di capelli o frammenti di unghie) costituiscono gli elementi di un vero e proprio feticismo popolare che compromette la reale comprensione del personaggio. Mitologie e mitografie che talvolta sconfinano in una grottesca interpretazione pseudo-religiosa degli eventi, come attesta la diffusione delle celebri litografie raffiguranti Garibaldi con le fattezze del Cristo Pantocratore, con tanto di mano destra alzata in segno di benedizione.
Ma chi era, in realtà, questo rivoluzionario di professione venuto da Nizza e – soprattutto – quali furono le vere motivazioni che animarono la sua impresa più importante, la spedizione dei Mille?
Garibaldi era essenzialmente un buon marinaio, capitano di lungo corso, ma avventuriero per vocazione: nel corso del lungo periodo che trascorse in Sud America (1835-1848), aveva praticato la pirateria, il commercio degli schiavi e del bestiame, ma soprattutto aveva acquisito una grandissima esperienza sul terreno della guerriglia, combattendo, insieme a molti fuoriusciti politici italiani, in Brasile, Argentina e Uruguay. Pur non disponendo di competenze sufficienti in termini di formazione accademico-militare e capacità strategiche o tattiche, era dotato di una buona intuizione nel “leggere” la battaglia e, soprattutto, coraggio da vendere; per tali ragioni, Garibaldi veniva considerato un capo-carismatico dalle masse popolari e dai suoi soldati, con fama di invincibilità.
Aveva aderito immediatamente al progetto di unificazione politica della penisola italiana, affiliandosi alla Carboneria, alla Massoneria e alla Giovine Italia di Mazzini. Ciò nonostante, egli aveva una certa inclinazione ad abbracciare quelle idee utopiche – la guerra come pleludio necessario all'abbattimento del dispotismo in tutto il pianeta e quindi il raggiungimento della fratellanza universale dei popoli – così care a tutti i rivoluzionari romantici da Byron a Che Guevara, non disdegnando di cambiare spesso opinione. “Non capisce a fondo le cause stesse per cui combatte”, disse di lui Florence Nightingale, fondatrice della Croce Rossa.
Difatti, nel 1857 aveva aderito, accantonando l'iniziale repubblicanesmo mazziniano, alla Società Nazionale Italiana, una setta il cui scopo essenziale consisteva nella creazione di uno stato peninsulare unitario, guidato dalla dinastia Savoia: nel 1861, com'è noto, sarà proprio questa la tesi vincente.
L'impresa dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie, al di là delle romantiche e spesso mendaci ricostruzioni che affollano i manuali scolastici, rappresentò il tronfo della Massoneria e degli interessi economici inglesi, delle velleità di una parte della classe dirigente meridionale – i grandi proprietari terrieri interessati ad occupare le terre demaniali di regia proprietà a danno dei contadini – e delle ambizioni dinastiche di Vittorio Emanuele II e Cavour. Questi ultimi individuarono nei volontari garibaldini un formidabile e versatile strumento di influenza politica: potevano essere appoggiati in segreto dal governo sabaudo fin quando le rivolte andavano a buon fine, oppure sconfessati agevolmente in caso di insuccesso, senza timore di ripercussioni internazionali. Garibaldi, idolo delle folle, non era che l'incarnazione degli ideali di rivoluzione o di unificazione nazionale che facevano presa sul grande pubblico, quasi mai al corrente dei grandi intrighi politici celati dietro uno slogan apparentemente genuino: come scrisse Denis Mack Smith nella sua celebre biografia del nizzardo, “ Il culto di Garibaldi crebbe quasi a sostegno della fiducia nazionale […] La gente era portata a fantasticare su di lui, a farne la proiezione sovrumana di eventi eroici, epici, leggendari.”
L'Inghilterra fu la grande eminenza grigia dietro le vicende dei Mille, essendo interessata alla caduta dei Borboni per diversi aspetti: la prossima apertura del Canale di Suez esigeva un più saldo controllo delle rotte mediterranee e il Regno delle Due Sicilie aveva firmato degli accordi commerciali con l'Impero Russo, diretto concorrente dei britannici; inoltre, il sovrano napoletano non aveva aderito alla Lega Doganale Italiana, condizione che irritava non poco gli inglesi, fautori, per propria convenienza, del libero scambio; l'approdo dei Mille a Marsala, la cui popolazione locale contava più inglesi che siciliani per ragioni legate allo sfruttamento economico delle miniere di zolfo (altra motivazione secondaria dell'appoggio inglese a Garibaldi), fu consentito dalla presenza delle cannoniere britanniche Angus ed Intrepid, che si frapporranno fra i cannoni borbonici e le navi Piemonte e Lombardo (fornite dal massone Fouché, procuratore dell'armatore Rubattino), trasportanti i garibaldini.
Legami assai stretti con i politici e con i fondi britannici che finanzieranno in gran parte le iniziative garibaldine – piastre d'oro turche ammontanti a circa tre milioni di franchi, versate dai massoni di Edimburgo furono impiegate per corrompere le autorità borboniche – aveva la cancrena vergognosa della Massoneria, i cui affiliati erano infiltrati ovunque fra le maglie dello stato duosiciliano: burocrati, ufficiali, magistrati.
Massoni erano il giudice Tommaso Nardella e il colonnello Antonio Plutino, responsabili dell'occupazione dell'ufficio telegrafico e della sottrazione delle casse comunali di Melito Porto Salvo, il centro costiero ionico da cui Garibaldi, già conquistatore e dittatore della Sicilia per conto di Vittorio Emanuele II, inizierà la marcia di avvicinamento verso Napoli nel continente.
L'Eroe dei due mondi, in tutta la faccenda, imponeva le mani sulle folle festanti come un provvidenziale Messia, promettendo redistribuzioni di terre proprio mentre il suo luogotenente Bixio fucilava i contadini poveri a Bronte (bellissima e sconvolgente la novella verghiana sull'episodio). Sporche pagine di una storia dimenticata, il cui senso profondo sta nel bisogno di divulgare la verità fattuale.
Il modo migliore per commemorare i primi centocinquanta anni dell'Unità d'Italia, in fondo, è quello di esaminare questa ed altre vicende del Risorgimento secondo prospettive reali e non inquinate da distorsioni e strumentalizzazioni dei fatti. Del resto, gli errori di cui si macchiano gli uomini non sono che condizioni naturali ed inevitabili dell'imperfezione dell'umanità rispetto alla purezza delle proprie idee. In fondo, fu lo stesso Garibaldi a precisare che “quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del parlamento italiano durante il Risorgimento, vi troveranno cose da cloaca”.

In foto, Garibaldi “benedicente” nelle vesti di Cristo Pantocratore, litografia del 1850.

sabato 16 ottobre 2010

“Ottobre Piovono Libri” a Cittanova: incontro con Natale Zappalà

Mercoledì 20 Ottobre 2010, alle ore 9,30, presso il Centro Culturale Polivalente di Piazza Calvario a Cittanova, nell'ambito delle iniziative promosse nel centro della Piana in occasione di “Ottobre Piovono Libri”, si terrà l'incontro con il Dott. Natale Zappalà, autore del volume “La Reggio di Anassila” (Leonida Edizioni).
Lo storico reggino sarà introdotto dalla Prof.ssa Annunziata Rositani, Direttrice della Collana “Dall'Università. Ricerche universitarie e tesi di laurea” della Leonida Edizioni.
All'evento parteciperanno gli studenti dei locali istituti scolastici.

Stefania Guglielmo

domenica 10 ottobre 2010

Federico II di Svevia: dal mito all'uomo

La storia, quella con la “s” minuscola scritta dai vincitori o sui manuali scolastici senza criteri scientifici né coerenza, ha decisivamente contribuito alla divulgazione del mito di Federico II di Svevia (1194-1250), quale preconizzatore dell'Europa Unita, fondatore della “scuola poetica siciliana”, detto stupor mundi per via della sua inestinguibile sete di cultura.
Un personaggio di cui, tolta la tara delle inesattezze, dei luoghi comuni e delle santificazioni postume sul suo conto, il grande pubblico, di vero, conosce realmente poco, con buona pace delle assurdità redatte da certa letteratura storiografica nel corso dei secoli.
Talvolta si è costruita l'improbabile immagine di un sovrano “siciliano”, cresciuto per i moreschi quartieri di Palermo, seppure Federico risiedette relativamente poco nella capitale isolana, non esistendo per altro, nel XIII secolo, la consuetudine di fissare una residenza regale definitiva, essendo le corti essenzialmente itineranti.
Fondatore della “scuola poetica siciliana”, nel senso di un luogo fisico ove forgiare letterati ed artisti raffinati? La “scuola siciliana” rappresentò essenzialmente un mero esercizio intellettuale di corte che ricalcava le mode del tempo. Se Iacopo da Lentini (inventore o ri-scopritore del sonetto), Pier delle Vigne ed altri scelsero il volgare siciliano, lingua letteraria ed assolutamente non parlata dal popolo (in realtà aperto anche ad elementi del volgare pugliese e della lingua provenzale), questa decisione dipese da criteri estetici; Dante stesso, nel De Vulgari Eloquentia, riteneva che il siciliano-letterario costituisse il modello linguistico più vicino al concetto di volgare illustre, ancor di più del fiorentino, progenitore della lingua italiana.
Federico II fondatore dell'Europa moderna? Bella ed anacronistica scemenza! Sì, egli fu contemporaneamente Rex Siciliae e Sacro Romano Imperatore, ma secondo le leggi del periodo si trattava di due titoli distinti, di due diverse amministrazioni e di due diverse categorie di sudditi, che Federico coordinava a livello personale, in omaggio al diritto feudale. Semmai, de facto, le prospere finanze del Mezzogiorno d'Italia furono spesso impiegate per supportare le continue guerre intraprese dall'imperatore in Oriente, contro i papi ed i sovrani stranieri, o nell'ottica degli scontri che lo opposero ai Comuni del Settentrione.
L'economia del Regnum Siciliae venne dunque subordinata, attraverso un legame innaturale, alle pretese ed agli interessi politico-militari di Federico che, pur parlando molte lingue da buon sovrano colto, rimaneva sempre l'erede, in linea paterna, del casato svevo degli Hohenstaufen, figlio di Enrico VI e nipote del Barbarossa. Sua madre, Costanza d'Altavilla, lo aveva casualmente partorito a Jesi, nel corso del viaggio da lei intrapreso verso Palermo, ove era da poco avvenuta l'incoronazione del marito (1194).
In ambito numismatico, Federico II è noto per il fiasco che fece quando si mise in testa di coniare una nuova moneta d'oro circolante nei suoi domini, i cui standards, in termini di peso e di quantità di metallo prezioso intrinseco, risultavano assolutamente incompatibili con il mercato mediterraneo con cui da secoli interagivano la Sicilia ed il Mezzogiorno. Magra consolazione: il suo Augustale (che raffigurava al diritto l'aquila degli Hohenstaufen, il che la dice lunga sulla sicilianità di Federico!), se il valore dei soldi si potesse misurare in criteri estetici, rimarrebbe certamente la più bella moneta medievale.
In conclusione, Federico II fu sostanzialmente un uomo del suo tempo che agì pragmaticamente ai fini di salvaguardare e portare avanti i suoi interessi. Intelligente, spregiudicato e colto, ma sicuramente non dotato di quella filantropia e di quelle capacità di astrazione e prefigurazione del futuro ad egli attribuite dai suoi ingenui sostenitori postumi. Quando fondò uno studium (università) a Napoli nel 1224, il sovrano intendeva soprattutto plasmare un nuovo ceto di notai, giuristi e burocrati in grado di elaborare legittimazioni continue della sua autorità e di curare la propaganda imperiale; e, specie della propaganda, Federico si servì nel corso dell'annosa guerra di libelli, accuse infamanti ed invettive maturate in vista dello scontro politico e dialettico con papa Gregorio IX. Si pensi che lo Svevo morì scomunicato, un anatema che ereditarono persino i suoi eredi, Corrado e il dantesco Manfredi.
Un essere umano con pregi e difetti, diverso dal mito elaborato nei secoli successivi da certa storiografia tedesca che ne fece un campione dell'ottocentesco spirito nazionalistico. Fu tollerante in misura proporzionale alla fedeltà dimostratagli dai suoi sudditi: se i musulmani di Sicilia mettevano in discussione la sua autorità venivano estradati a Lucera di Puglia, altrimenti erano ben accetti.
Anche Reggio reca le tracce dell'imperatore tedesco, il quale ampliò e rinsaldò quell'ex donjon (torrione) normanno, sorto a sua volta su di una precedente fortificazione romeo/bizantina, che poi divenne il Castello Aragonese. Sulle rive dello Stretto rimane inoltre la testa di una statua marmorea raffigurante probabilmente il controverso Stupor Mundi, custodita presso il Piccolo Museo San Paolo.
In compenso, se i luoghi che a Reggio parlano di Federico II sono pochi, immense sono le fesserie impartite ai nostri figli a scuola, grande merito di un sistema didattico come quello meridionale, mai al passo con i progressi della ricerca, che spesso si accosta allo studio del passato con un ingiustificato complesso patologico di inferiorità preconcetta, quando non scimmiotta persino le manipolazioni storiografiche elaborate da tutti coloro che intendono sempre e comunque farci passare per... Terroni! Pino Aprile docet.

In foto, l'Augustale, la moneta d'oro coniata da Federico II di Svevia, ed un ritratto raffigurante lo stesso imperatore.

venerdì 1 ottobre 2010

Le origini dei mali storici del Reggino

Accade spesso, nel corso di seminari, incontri e convegni dedicati alla divulgazione o alla valorizzazione delle radici storiche reggine, di sentir rivolgere una immancabile domanda ai relatori, “Ma come e quando inizia la decadenza della nostra terra?”
La risposta non è univoca, essendo la Storia un continuo divenire di cambiamenti per lo più impercettibili, fermo restando che l'indifferenza del coevo popolo reggino nei confronti del proprio plurimillenario patrimonio di memorie rimane la principale responsabilità di questa deleteria tendenza alla rimozione dell'identità.
Certamente, volendo banalizzare, le fondamenta dei mali secolari che affliggono la città dello Stretto ed il territorio circostante – criminalità organizzata nei fatti e nella mentalità, mancanza di una classe dirigente, stato di latitante ignoranza popolare, malcostumi e clientelismi di ogni sorta ecc. – vengono gettate a partire da un avvenimento preciso, la conquista normanna del 1059.
Saranno tali ex-mercenari violenti ed arraffoni a cominciare ad imporre nel Reggino riti e clero cattolico, vendendo spudoratamente la redditizia carica arcivescovile cittadina a personaggi di dubbio valore spirituale. I Normanni promuoveranno inoltre l'immigrazione massiccia di numerosi nobili franchi senza terra né denaro, ai danni delle ricche famiglie greche autoctone (che prosperavano grazie ai commerci di seta grezza, lana vino, legname, pece e molti altri prodotti); un'immissione capillare di stranieri squattrinati che si tradurrà, con conseguenze rovinose sull'economia locale, nell'afflusso di migliaia di Angioini ed Aragonesi nei secoli successivi, i quali, una volta approdati a Reggio, rimarranno stupiti delle ricchezze del luogo, cominciando presto ad attuare delle lunghissime serie di sfruttamenti e ruberie.
Nel periodo che intercorre fra la dominazione normanna e quella aragonese (dalla fine dell'XI al XIII secolo inoltrato) si definisce inoltre l'importazione di forme giuridiche e di consuetudini legate al feudalesimo di matrice franca, proprio mentre nel resto del continente si assiste alla graduale scomparsa del fenomeno, per di più in una regione che non conosceva neppure il significato del rapporto vassallatico-beneficiario.
Nella contaminazione feudale delle Calabrie si coglie l'origine di costumanze ed atteggiamenti rapportabili all'odierna criminalità organizzata: rapporti di clientelismo e corruzione, instaurati fra signore e vassalli; creazione di clans familiari, svincolati dalle leggi e dal potere statale centrale, ben radicati in porzioni di territorio piuttosto piccole, con i quali cominciano gli scandali relativi all'appaltocrazia (uno sventurato appalto porterà allo sprofondamento di Punta Calamizzi nel 1562, rovinando per sempre la funzione portuale di Reggio, un tempo alla base delle fortune economiche della città) e le lotte intestine volte al conseguimento dell'egemonia locale; i contadini liberi si trasformeranno rapidamente in servi della gleba (o paddechi, come venivano chiamati in grecanico, espressione che deriva dal greco classico paroikoi).
Non che i sovrani stranieri intendessero gestire ragionevolmente e coerentemente il novello Regnum Siciliae (così si chiamava quel regno comprendente la Sicilia ed il Mezzogiorno italiano, fondato dai Normanni per grazia ed autorizzazione papale). Le finanze del regno furono subordinate agli interessi politici e militari svevi ed angioini, supportando le continue guerre scatenate dai governanti: è il caso di Federico II detto “Stupor Mundi” che, con buona pace dei tanti sostenitori della favoletta con protagonista un imperatore illuminato (che per altro, se proprio ci teniamo al bigottismo, morì col marchio della scomunica papale), inventore dell'odierna idea di Europa moderna e della scuola poetica siciliana (in realtà mero esercizio intellettuale di corte), la cui imbelle riforma monetaria, per esempio, oltre a scatenare l'ilarità di tutto il Mediterraneo, contribuì a danneggiare l'economia del Sud.
A Carlo d'Angiò, nuovo braccio armato del papa – vero sovrano feudale del Regnum Siciliae sulla base della falsissima documentazione giuridica nota come la “Donazione di Costantino” – e vincitore del dantesco Manfredi e di Corradino di Svevia, si deve invece il colpo di grazia definitivo al sistema monetario meridionale, da secoli basato su standars allineati alle peculiarità mercantili del circuito mediterraneo. Egli sostituisce valori e pesi consolidati da romani, arabi e bizantini con un “copia ed incolla” delle monete francesi, incompatibili con l'area commerciale locale, coniando Carlini o Saluti d'oro e d'argento, poi rimasti sostanzialmente invariati nel corso dei secoli, quando già il danno era stato compiuto e legittimato.
Tali complesse dinamiche identicide e favorevoli alle tasche degli invasori-vincitori furono accompagnate da più o meno complesse manovre volte alla distruzione scientifica della cultura e della lingua ancestrali reggine, prima fra tutte l'imposizione del rito latino: i grandi monasteri italo-greci vennero accorpati in un unico ordine, quello basiliano (mai fondato da San Basilio), seppure il rito ortodosso coninuò ad essere praticato per secoli (ancora alla fine del '500 Monsignor D'Afflitto annotava di preti greci che solevano sposarsi e celebrare in greco), prima che l'avvento dell'Inquisizione e la fondazione sistematica di abbazie o nuove chiese in punti strategici del Reggino prima, e l'applicazione delle direttive gerarchizzanti del Concilio di Trento poi, riducessero le comunità elleniche alla stregua di enclaves (ne esistono ancora, nella Bovesia soprattutto, ma non solo, per fortuna), il cui destino è in qualche modo paragonabile a quello dei nativi americani.
Queste e molte altre sono le ragioni storiche del nostro declino politico, economico e culturale, già evidente nella seconda metà del XIX secolo, quando inizia quel moderno dibattito sulla “questione meridionale”, recentemente riaperto in occasione del 150° anniversario dell'unità nazionale e dalla pubblicazione di opere revisioniste quale il recente volume di Pino Aprile.
Lo scopo di tale, modesto, scritto, d'altronde, è quello di aggiornare i lettori già coscienti della pregevole pubblicazione di Aprile alla luce di un dato sostanziale: le ragioni della decadenza, per noi Reggini, risultano ancora più radicate nel tempo rispetto al complesso periodo risorgimentale, solitamente oggetto del suddetto dibattito. Il tutto a fini divulgativi, al di là di revanchismi ed assurdi vagheggiamenti di un passato che non tornerà giammai, ma solo per ribadire con forza, a tutti coloro che ci accusano di essere un “popolo senza radici”, che una Storia esiste e ci guarda con compassione dall'alto di tremila anni e di centinaia di generazioni, interrogandosi mestamente circa le cause – quelle sì, incomprensibili – dell'indifferenza dei posteri.

In foto, un'illustrazione di Reggio Calabria dopo il terremoto del 1783.