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giovedì 2 settembre 2010

Leo di Africo: il santo-commerciante


Di San Leo Rosaniti di Africo si sa molto poco a livello di notizie biografiche: egli visse probabilmente nella seconda metà dell'XI sec., durante la prima età della dominazione normanna nel Reggino.
Un periodo infausto per la storia e la cultura nostrana, come del resto dimostra la grande fioritura di santi italo-greci fra i secoli XI e XII, a testimonianza della celebre espressione di B. Brecht, secondo cui “è sventurata quella terra che ha bisogno di eroi”; coi Normanni inizia infatti il secolare processo di demolizione dell'identità, dell'economia e del patrimonio di memorie che aveva contraddistinto da sempre il territorio reggino.
Sinteticamente, si può affermare che il comune denominatore della vita di San Leo è quello che identifica la peculiarità stessa del modello di santità italo-greca: l'inscindibile connubbio fra la preghiera, la ricerca spirituale e l'erudizione mediante l'ascesi e gli studi, e il grande assistenzialismo sociale a beneficio delle comunità circonvicine.
Così, San Leo portò avanti un meticoloso processo di commercializzazione della pece aspromontana, celebre sin dall'antichità e menzionata da autori come Plinio o Dionisio di Alicarnasso, i cui proventi venivano interamente devoluti in beneficienza. Era lo stesso Leo a recarsi in Aspromonte per fare scorta di resina, poi trasportata e venduta sino a Messina, il vecchio porto falcato del mito di Urano che i Normanni fecero diventare fiorente a scapito della prospiciente Reggio, troppo greca, linguisticamente e religiosamente, per i loro gusti, e quindi pericolosa nell'ottica delle mire (ormai realizzate, a distanza di diversi secoli) di latinizzazione forzata a scapito dell'Italia Meridionale, promosse dai papi e realizzate con le armi dei predoni venuti da Nord.
Oggigiorno, figure come il santo di Africo sono note al grande pubblico esclusivamente quando i loro nomi finiscono per coincidere con la toponomastica moderna: San Leo, per esempio, viene ricordato soprattutto in qualità di denominazione di una frazione reggina e di uno svincolo superstradale collocato nei pressi di un nuovo centro commerciale. Quantomeno il suo nome è rimasto legato al commercio, seppur non più benefico.
Le spoglie mortali del santo si trovano a Bova, città di cui, insieme ad Africo, Leo è patrono. Si racconta che quando venne costruita la chiesa a lui dedicata, tutte le campane del paese si misero a suonare da sole; tuttora si ritiene che, quando qualcuno ha bisogno dell'ausilio di San Leo, tutte le campane di Bova vengono fatte suonare al fine di invitare i fedeli alla preghiera.
Frattanto il pubblico continua ad ignorare la storia di tali, grandi, figure di spicco della Calabria romea. Si sa, nessun popolo è più bravo dei Reggini a smarrire, o a lasciarsi estirpare, le proprie radici.

In foto, la chiesetta di San Leo ad Africo

2 commenti:

  1. ok, Natale, però non facciamo i provinciali, purtroppo e per fortuna non siamo "i più bravi di tutti" in nessun senso, neanche in quelli negativi.

    Strano che la chiesa di san Leo sia tanto più a sud del porto di Reggio, forse quel posto era il terminale di qualche via di attraversamento aspromontana? per esempio scendeva da una delle motte?

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  2. Ci mancherebbe altro Filippo. Se fossimo i più bravi certamente riusciremmo a conoscere qualcosa di più in merito alla nostra Storia o a valorizzare la nostra economia.
    Se utilizzo certe espressioni è solo per via dell'assoluta indifferenza con cui si tratta la storia bizantina (io preferisco chiamarla Romea) di Reggio.
    Quanto alla tua domanda, anche se Bova è abbastanza lontana dal porto di Reggio, c'è da dire che lì sorgeva sin dall'età greco-romana un chorion (centro fortificato) fra il mare e le alture aspromontane, dove facilmente potevano confluire i legnami e la pece dei monti, attraverso le discese circonvicine ai corsi d'acqua. -non c'era una motta, ma delle fortificazioni belle e buone, ancora visibili.
    Grazie per avermi letto,
    un caro saluto
    NZ

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