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mercoledì 29 settembre 2010

Reggio: l'Anassilaos ha celebrato l'anniversario della battaglia di Maratona

Si è svolta presso l'accogliente cornice della Saletta di San Giorgio al Corso, a Reggio Calabria, la commemorazione del 2500° anniversario della battaglia di Maratona, promossa dall'Associazione Culturale Anassilaos – Sezione Giovani.
Nel corso dell'incontro sono stati proiettati vari spezzoni di films e documentari incentrati sull'epico scontro che, nell'estate del 490 a.C., ha opposto gli Ateniesi di Milziade e Callimaco ai Persiani del Gran Re Dario, guidati da Dati ed Artaferne.
Il Dott. Stefano Iorfida, presidente dell'Anassilaos, ha analizzato vari argomenti correlati al conflitto, quali la vincente tattica oplitica impiegata dai Greci per mezzo della geniale manovra avvolgente, eseguita con disciplina dai fanti ellenici, e le strumentalizzazioni propagandistiche del combattimento in termini di dualismo fra Occidente ed Oriente, riprese nei secoli successivi dalla letteratura e soprattutto da recenti pellicole come “300” di Zack Snyder. L'intervento di Iorfida è stato accompagnato dalla lettura della più autorevole fonte storiografica su Maratona, il VI libro delle Storie di Erodoto.
La Prof.ssa Francesca Neri, docente di letteratura italiana, ha poi illustrato al numeroso ed attento pubblico presente l'influenza che la battaglia di Maratona continuò ad esercitare su poeti e scrittori di epoche posteriori, primo fra tutti Ugo Foscolo, il quale paragonò, nel carme I Sepolcri, gli italici illustri sepolti nella chiesa fiorentina di Santa Croce ai Greci caduti nella difesa della patria dai Persiani.
Il Dott. Natale Zappalà, storico antichista, ha infine evidenziato i parallelismi esistenti fra le vicende politiche e militari culminate nello scontro di Maratona e la conquista di Zancle realizzata da Anassila nello stesso 490 (o il terzo anno della 71ma Olimpiade, secondo il calendario ellenico). Il tiranno reggino rifonderà la città della sponda siceliota dello Stretto, chiamandola Messene in ricordo delle sue origini familiari (i suoi avi provenivano dalla Messenia del Peloponneso, una regione della Grecia continentale), assicurandosi l'ambito ed effettivo controllo del Basso Tirreno, anticipando così di circa duemilaecinquecento anni l'idea di Area Metropolitana.
L'Associazione Anassilaos farà dono di una speciale moneta commemorativa dell'evento, coniata in Grecia, a tutti coloro che sono intervenuti al convegno.

Stefania Guglielmo

lunedì 27 settembre 2010

Il primo storico di Occidente

Di Ippi, cittadino di Reggio fra VI e V secolo a.C., politico, oratore e storiografo, sono pervenute esclusivamente informazioni sporadiche, per lo più risalenti ad epoche successive.
La stesura delle sue opere può essere datata all'epoca delle guerre persiane (490-479 a.C.); probabilmente, prima del 494 a.C., anno dell'instaurazione della tirannide di Anassila nella città dello Stretto, egli partecipa alla conduzione governativa della polis in ossequio alla costituzione vigente, essendo uno dei Mille membri del Consiglio locale che, per censo, godevano dei pieni diritti politici.
Il lessico Suda, un'antica enciclopedia universale in lingua greca redatta nel X sec. in ambiente romeo/bizantino, tramanda i titoli delle opere che l'autore avrebbe scritto: Ktiseis (cioè una storia delle fondazioni di città, con ogni probabilità la storia delle fondazioni delle città greche di Sicilia ed Italia) in cinque libri, Sikelikà (Storia della Sicilia) in cinque libri, Chronikà (una sorta di storia universale basata su criteri annalistici) in cinque libri, Argolikà (storia della regione ellenica dell'Argolide) in tre libri.
Se l'attività letteraria di Ippi Reggino può essere circoscritta nei primi due decenni del V sec. a.C., egli costituisce dunque il primo storico (per ora conosciuto) di tutto l'Occidente, anteriore persino a coloro che vengono considerati come i “padri” della disciplina, Erodoto e Tucidide, i quali scrissero nella seconda metà del V secolo.
Il problema è rappresentato dal fatto che Dionigi di Alicarnasso (I sec. a.C.) non include Ippi nell'elenco degli storiografi antichi, né il suo nome viene citato dagli altri autori che si occupano delle vicende relative alla Magna Grecia o alla Sicilia.
La spiegazione più plausibile di tale enigma è che gli storiografi più recenti preferirono utilizzare come fonti gli scrittori siracusani come Antioco (V sec. a.C.) o Filisto (IV sec. a.C.) Siracusa era a quei tempi la città più influente dell'isola – e, successivamente, delle opere meno dettagliate ma maggiormente divulgative come le Storie di Timeo di Tauromenio o la Biblioteca Storica di Diodoro Siculo.
Del resto, le informazioni fornite da Ippi erano talmente minuziose da abbracciare persino delle menzioni circa l'importazione di un particolare tipo di vino in Sicilia, così come recita uno dei pochi frammenti dell'autore reggino riportati ne “I Deipnosofisti” di Ateneo (III-II sec. a.C.):
"Ippi di Reggio afferma che il vino denominato 'groviglio' era conosciuto come Biblian, e che Pollis di Argo – il quale divenne tiranno di Siracusa – lo importò dall'Italia."
Le continue scoperte, talvolta fortuite, di frammenti papiracei, ci rendono speranzosi circa la possibilità di saperne di più su Ippi, ma, per ora, ci si accontenti di divulgare che Reggio diede i natali al primo storico di Occidente; ammesso che la divulgazione della Storia Patria diventi finalmente un obiettivo alla portata delle iniziative e della preparazione del corpo docente locale.

sabato 25 settembre 2010

Reggio: l'Associazione Anassilaos ricorda la battaglia di Maratona

Il 12 settembre del 490 a.C. (secondo altri calcoli il 12 agosto) si svolse nella pianura di Maratona, in Attica, una battaglia forse mediocre per le forze in campo, ma di importanza incalcolabile per il futuro dello sviluppo della civiltà greca e, se si vuole, Occidentale. All’evento nel 2500° anniversario (490 a.C.-2010 p.C.) l’Associazione Culturale Anassilaos Sezione Giovani dedica un incontro che si terrà martedì 28 settembre alle ore 18,00 presso la Saletta di San Giorgio al Corso (a Reggio Calabria), durante il quale sarà attentamente analizzato il libro VI delle Storie di Erodoto che è quasi l’unica fonte storica sulle cosiddette Guerre Persiane.
Nel corso dei secoli, fino a giungere al recente film “Trecento”, Maratona e più tardi (480 a.C.) Salamina sono state considerate le due battaglie che hanno salvato la civiltà greca dalla barbarie persiana anche se Erodoto per primo ci fa comunque comprendere come gli stessi greci del tempo non avessero piena consapevolezza della posta in gioco presi come erano da contrasti interni e pronti a lasciarsi convincere dall’oro persiano. Lo stesso storico greco ammira l’organizzazione statuale dei Persiani, elogia in più d’una occasione la clemenza e la lealtà di Dario, stigmatizza la litigiosità dei capi greci dediti ai tradimenti e ai voltafaccia per il loro personale tornaconto. Senza dubbio un grande impero, organizzato in maniera ferrea, ma pur tollerante delle diverse religioni presenti nel suo vastissimo territorio che dall’India andava fino in Egitto e rispettoso delle autonomie delle venti satrapie, che aveva adottato come lingua ufficiale dell’amministrazione non il persiano, lingua dei vincitori, ma l’aramaico, presentava dei caratteri che in ogni caso male si conciliavano con la libertà delle poleis, di Atene e Sparta soprattutto, che furono poi quasi le uniche città che affrontarono l’urto militare persiano riuscendo a bloccare per sempre l’espansione persiana verso occidente. Maratona fu comunque solo una vittoria ateniese dovuta alle doti strategiche di Milziade che seppe imporre agli altri strateghi e al polemarco la sua strategia di attacco frontale. Per la prima volta, scrive Erodoto, fu usata la tattica dell’assalto di corsa. “La battaglia ingaggiata a Maratona durò lungo tempo. E al centro, dove erano schierati i Persiani e i Saci, loro alleati, avevano la meglio i barbari: sicché da questa parte essi vincevano e, sgominate le file avversarie, inseguivano i nemici all'interno. Alle due ali invece erano più forti Ateniesi e Plateesi. Ma questi, pur essendo vincitori, non si diedero ad inseguire la parte dei barbari che sfuggiva, mentre, facendo una conversione delle due ali, presero a combattere contro quelle truppe che in quel momento avevano la meglio sugli Ateniesi al centro, e la vittoria così arrise agli Ateniesi.”
All’incontro interverrà anche il Dr. Natale Zappalà che analizzerà talune vicende coeve alla battaglia di Maratona avvenute nell’antica Reggio.

Fonte: Associazione Culturale Anassilaos (www.anassilaos.it)

giovedì 23 settembre 2010

Reggio: Convegno promosso dal Circolo Culturale ''G. Calogero''

video
(Video-Intervista tratta da TeleReggioNews del 24/09/2010)

Si è tenuto ieri, 22 settembre, alle ore 17,30, nella Terrazza della Cultura sita in via S. Caterina 62 a Reggio Calabria, il convegno “Il tema della Regginità in relazione alle origini della città, al periodo romeo, al processo risorgimentale e al riscatto meridionalistico”, promosso dal Circolo Culturale “G. Calogero” e dal Centro Studi “F. Grisi”.
L'On. Fortunato Aloi, già Sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione, ha fatto gli onori di casa, illustrando al nutrito pubblico presente in sala il filo conduttore dell'incontro: la regginità, ovvero le peculiarità sociali, culturali ed economiche che hanno contraddistinto la città dello Stretto ed i suoi abitanti in circa tremila anni di storia, dalle origini greche al Medioevo romeo, sino al XIX secolo ed alla Rivolta del 1970. Con questa iniziativa si è concluso – ha dichiarato l'On. Aloi – il ciclo di attività del Circolo “Calogero” per l'anno 2010.
Il Dott. Natale Zappalà, storico ed autore del volume “La Reggio di Anassila” (Leonida Edizioni), si è espresso in merito al concetto di regginità nel VI-V sec. a.C. : una precisa categoria giuridica che designava i cittadini di pieno diritto politico (Rheghínoi, in greco antico) e quindi in grado di partecipare al governo della polis, ma soprattutto modalità di gestione e di valorizzazione delle risorse e delle potenzialità politiche, economiche e strategiche locali. Modalità di gestione e di valorizzazione delle risorse territoriali reggine – ha proseguito Zappalà – che raggiungono l'apice, in termini di lucidità e coerenza di intenti, durante la signoria di Anassila (494-476 a.C.), quando la città dello Stretto, attraverso la conquista di Messina, di parte della piana di Gioia Tauro e di Capo Spartivento, si garantisce un effettivo controllo ambidirezionale delle rotte marittime dirette al Tirreno ed al Canale di Otranto, rafforzando inoltre la propria funzione di “avamposto fortificato nei confronti della Sicilia e della penisola italica”, così come scrisse (sul finire del I sec. a.C.) il geografo Strabone.
Il Prof. Daniele Castrizio, archeologo e docente dell'Università di Messina, si è poi soffermato sulle caratteristiche politiche e mercantili cittadine in età romeo/bizantina, quando la commercializzazione del vino dolce reggino in tutto il bacino mediterraneo ed il monopolio della seta grezza garantirono cospicue ricchezze ai Nostri Padri, prima che le razzie compiute dai Normanni con l'avallo dei vescovi di Roma e l'afflusso di migliaia di nobili stranieri senza soldi e senza terra, in epoca angioina ed aragonese, comportassero la graduale decadenza economica nostrana, insieme allo smarrimento ed allo svilimento delle vere radici storiche della nostra terra.
L'intervento dell'On. Aloi si è basato sulla rievocazione delle vicende cittadine nel periodo risorgimentale per poi concludersi con una profonda riflessione sulla Rivolta del 1970, probabilmente l'ultima, spontanea, rivendicazione della regginità, di un'identità perduta e calpestata alla cui riscoperta risulta imprescindibilmente legata la speranza di poter scrivere un futuro diverso e finalmente roseo, a beneficio dei posteri.

In foto, da sinistra a destra, Zappalà, Aloi e Castrizio.

martedì 21 settembre 2010

Reggio Calabria: il "Tema della Regginità" alla Terrazza della Cultura

Mercoledì 22 Settembre 2010, alle ore 17,30, nella Terrazza della Cultura di Reggio Calabria – via S. Caterina, 62 (RC) – organizzato dal CIRCOLO CULTURALE “G. CALOGERO” - CENTRO STUDI “F. GRISI” – si terrà il convegno: «Il tema della Regginità in relazione alle origini della città, al “periodo romeo”, al processo risorgimentale e al riscatto meridionalistico» – Itinerario storico-culturale di Reggio attraverso il dominio di Anassila, la fase medievale, l'Unità d'Italia e i Fatti del '70.

Interverranno:
  • On. Fortunato Aloi, già sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione;
  • Prof. Daniele Castrizio, docente dell'Università di Messina;
  • Dott. Natale Zappalà, autore del volume “La Reggio di Anassila” (Leonida Edizioni).

La S.V. è invitata a partecipare.

venerdì 17 settembre 2010

Il Reggino che trionfò con Giulio Cesare

A settentrione c’era un colle che, a causa dell’ampiezza del perimetro, i nostri non avevano potuto cingere con un muro: di necessità avevano posto l’accampamento in un luogo non proprio favorevole e leggermente in pendenza. Occupavano questi luoghi con due legioni i legati Gaio Antistio Regino e Gaio Caninio Rebilo”.
Cesare, De Bello Gallico, VII, 83, 2-3

Anno 52 a.C.: il brano, tratto dal De Bello Gallico cesariano, descrive una fase saliente di uno dei più celebri assedi della Storia, quello di Alesia (da localizzare, secondo gli ultimi studi, con l'attuale Chaux-des-Crotenay, nella Franca Contea). Gaio Giulio Cesare, futuro padrone dell'Urbe e capostipite della prima dinastia di imperatori romani, riesce ad espugnare la città gallica in condizioni di elevata inferiorità numerica, costruendo una duplice circonvallazione di fortificazioni; la prima circonda Alesia (difesa da 65.000 fanti e 15.000 cavalieri) bloccandone l'afflusso dei rifornimenti alimentari, la seconda protegge lo stesso esercito romano (circa 50.000 uomini in tutto) dagli attacchi di un nutrito contingente nemico, 240.000 fanti ed 8.000 cavalieri, reclutato da Vercingetorige in tutta l'area celtica che si è ribellata al proconsole.
Una battaglia epica, ma soprattutto uno dei più riusciti capolavori dell'ingegneria militare antica, ancora oggi oggetto di interesse didattico all'interno delle accademie militari, in cui si distingue un nostro antico concittadino, il legatus (luogotenente) al comando dell'XI Legione, Gaio Antistio Regino.
La patria del comandante in questione risulta esplicitamente indicata dal cognomen; il nomen (l'onomastica latina era basata sul sistema dei tria nomina: il praenomen, grossomodo corrispondente col moderno concetto di nome proprio, il nomen, che si riferiva alla gens, cioè al clan familiare di appartenenza ed il cognomen, in origine un semplice soprannome che, in età repubblicana ed imperiale designava un nucleo familiare più piccolo all'interno della gens), inerente il clan familiare di appartenenza, rimanda alla gens Anthestia, di ascendenza greca, le cui origini risalgono alla prima età repubblicana (fine VI sec. a.C.), caratterizzata da spiccati interessi economici nel Mezzogiorno italico.
Antistio Regino si trova a presidiare una posizione nevralgica del sistema difensivo romano, oggetto di violenti attacchi gallici condotti da Vercassivellauno, ma la disciplina e la coriacea resistenza dei soldati dell'XI Legione, insieme all'ausilio dei rinforzi inviati in loco da Cesare, finiscono per vanificare le manovre dei nemici, che perdono infine la battaglia. Il giorno seguente Vercingetorige si arrenderà a Cesare, gettando le sue armi ai piedi del conquistatore delle Gallie, in una famosa scena più volte immortalata da pittori ed incisori.
Quanto al legatus Gaio Antistio Regino, egli seguirà Cesare anche dopo la conclusione delle campagne galliche, varcando il Rubicone ed appoggiando il dittatore nel Bellum Civile contro Pompeo, Catone Uticense e gli altri fautori della legalità repubblicana, mentre i suoi discendenti si distingueranno per carriere politiche di tutto rispetto, al tempo di Ottaviano Augusto e dei successivi principes.
Si invitano dunque tutti i docenti di lingua e letteratura latina degli istituti superiori della provincia di Reggio Calabria, affinché, nel corso dello studio e delle traduzioni dei celebri brani del De Bello Gallico, incontrando il nome di Gaio Antistio Regino, provvedano ad informare gli studenti che un loro illustre conterraneo ha contribuito decisivamente alla vittoria di una delle più grandi battaglie dell'antichità. Raccomandazioni doverose e necessarie per un popolo che disdegna lo studio della propria Storia.

In foto, "Vercingetorige getta le armi ai piedi di Cesare", dipinto di Lionel-Noël Royer (1899).

giovedì 9 settembre 2010

San Filarete di Seminara

Filarete, al secolo Filippo, nasce nella Val Demone siciliana, regione caratterizzata da uno spiccato senso di appartenenza alla lingua ed alla cultura greca dei Padri che resistette alle invasioni islamiche e normanne, intorno al 1020.
La sua gioventù risulta segnata da avvenimenti politici di estrema rilevanza per quanto concerne la Storia del Meridione, primo fra tutti l'estremo tentativo di riconquista della Sicilia araba da parte dell'imperatore romano Michele IV Paflagone (1034-1041). L'impresa, condotta dal grande generale macedone Giorgio Maniace – recentemente accusato di essere responsabile di stupri, saccheggi e razzie, realmente mai avvenuti, nel corso di una simpatica quanto strumentalizzata puntata tratta dalla serie di brevi documentari televisivi “Pazzi per la Storia”, una produzione finanziata, guardacaso, dalla Regione Lombardia ed andata in onda su History Channel – culminata nella vittoria militare di Troina (1040), rappresenta, tuttavia, un successo effimero e la famiglia di Filippo decide di trasferirsi nel Reggino, presso Sinopoli; dopo qualche tempo, a venticinque anni, il giovane decide di intraprendere la vita ascetica e spirituale, recandosi al Monastero Imperiale delle Saline sul Monte Aulinas (corrispondente all'odierna altura di Sant'Elia di Palmi), fondato da Elia di Enna (da non confondere con l'omonimo Speleota, il cui monastero sorgeva presso Melicuccà), con il patrocinio dell'imperatore Leone IV il Sapiente nell'884. Non sarà superfluo sottolineare che i monasteri greco-ortodossi, a differenza di quelli di rito latino, erano per lo più dei cenobi (luoghi dove i monaci praticavano istituzioni e vita in comune) distribuiti su una superficie estesa e costituiti da diverse chiese e diversi edifici, anche distanti fra loro; un modello che, in effetti, ricorda la polis, la città ellenica, costituita da un centro urbano principale (asty, con l'acropolis) e da diverse “frazioni” sparse nel territorio compreso entro i confini della stessa, la chora.
Sul Monte Aulinas Filarete si distingue per virtù ed operosità, ricavando da un fazzoletto di boscaglia un orto rigoglioso (il santo è noto come “l'ortolano”), il cui raccolto in eccedenza viene donato ai bisognosi, negli anni di durissima carestia provocata dalle continue razzie dei Normanni che nel 1059 occuperanno Reggio, iniziando poi la lenta ma graduale conquista della Sicilia. Ciò, del resto, rispecchia gli accordi stabiliti fra il pontefice Niccolò II e Roberto il Guiscardo, capo dei predoni francofoni: la legittimazione papale delle conquiste passate, presenti e future, nel Mezzogiorno e in Sicilia, in cambio dell'imposizione forzosa del rito latino in quelle regioni; e poco importa se il vescovo romano non dispone della minima autorità giuridica per imporre un ricatto del genere, essendo i Meridionali sudditi dell'Impero Romano di Costantinopoli, ma, si sa, la Storia viene sovente riscritta dai vincitori.
Filarete muore negli anni '70 dell'XI secolo, mentre già i Normanni stanno provvedendo a sradicare il culto greco-ortodosso dalla Calabria a favore di quello latino-papista, favorendo la fondazione di abbazie benedettine nel territorio reggino, una delle quali, quella di Sant'Eufemia d'Aspromonte, si vedrà presto assegnata la proprietà del Monastero Imperiale delle Saline, in seguito intitolato ad Elia il Giovane ed allo stesso Filarete, la cui sede principale si trova oggi a Seminara di Palmi.
L'associazione di questi due grandi santi italo-greci, vissuti in due epoche diverse, viene effettuata sulla base di una credenza popolare, la guarigione di una donna affetta da una patologia oculare che, consigliata in sogno da Elia il Giovane, si reca a pregare presso la tomba di Filarete, ove avviene il miracolo.
Le reliquie di Filarete, ritrovate dopo il terremoto del 1693, sono oggigiorno divise fra la Chiesa palermitana di San Basilio e quella della Madonna dei Poveri, a Seminara.
Il consueto ostracismo operato, nel corso dei secoli, da parte della cultura egemone ed invaditrice latina ai danni delle tradizioni ancestrali greche di Calabria, nel caso di Filarete, risulta evidente dalla differente etimologia che gli uni e gli altri attribuiscono al nome scelto dal santo: “pescatore” secondo i latini, “amante della virtù”, a parere degli Elleni.
Misteri della Storia dei Padri, dimenticata ed oltraggiata! Quale sarà il corretto significato di Filarete? Se c'è qualcuno interessato a saperlo, le biblioteche del Reggino pullulano di informazioni su queste ed altre, grandi, figure del nostro passato plurimillenario.

In foto, il monastero dei Santi Elia di Enna e Filarete a Seminara.

giovedì 2 settembre 2010

Leo di Africo: il santo-commerciante


Di San Leo Rosaniti di Africo si sa molto poco a livello di notizie biografiche: egli visse probabilmente nella seconda metà dell'XI sec., durante la prima età della dominazione normanna nel Reggino.
Un periodo infausto per la storia e la cultura nostrana, come del resto dimostra la grande fioritura di santi italo-greci fra i secoli XI e XII, a testimonianza della celebre espressione di B. Brecht, secondo cui “è sventurata quella terra che ha bisogno di eroi”; coi Normanni inizia infatti il secolare processo di demolizione dell'identità, dell'economia e del patrimonio di memorie che aveva contraddistinto da sempre il territorio reggino.
Sinteticamente, si può affermare che il comune denominatore della vita di San Leo è quello che identifica la peculiarità stessa del modello di santità italo-greca: l'inscindibile connubbio fra la preghiera, la ricerca spirituale e l'erudizione mediante l'ascesi e gli studi, e il grande assistenzialismo sociale a beneficio delle comunità circonvicine.
Così, San Leo portò avanti un meticoloso processo di commercializzazione della pece aspromontana, celebre sin dall'antichità e menzionata da autori come Plinio o Dionisio di Alicarnasso, i cui proventi venivano interamente devoluti in beneficienza. Era lo stesso Leo a recarsi in Aspromonte per fare scorta di resina, poi trasportata e venduta sino a Messina, il vecchio porto falcato del mito di Urano che i Normanni fecero diventare fiorente a scapito della prospiciente Reggio, troppo greca, linguisticamente e religiosamente, per i loro gusti, e quindi pericolosa nell'ottica delle mire (ormai realizzate, a distanza di diversi secoli) di latinizzazione forzata a scapito dell'Italia Meridionale, promosse dai papi e realizzate con le armi dei predoni venuti da Nord.
Oggigiorno, figure come il santo di Africo sono note al grande pubblico esclusivamente quando i loro nomi finiscono per coincidere con la toponomastica moderna: San Leo, per esempio, viene ricordato soprattutto in qualità di denominazione di una frazione reggina e di uno svincolo superstradale collocato nei pressi di un nuovo centro commerciale. Quantomeno il suo nome è rimasto legato al commercio, seppur non più benefico.
Le spoglie mortali del santo si trovano a Bova, città di cui, insieme ad Africo, Leo è patrono. Si racconta che quando venne costruita la chiesa a lui dedicata, tutte le campane del paese si misero a suonare da sole; tuttora si ritiene che, quando qualcuno ha bisogno dell'ausilio di San Leo, tutte le campane di Bova vengono fatte suonare al fine di invitare i fedeli alla preghiera.
Frattanto il pubblico continua ad ignorare la storia di tali, grandi, figure di spicco della Calabria romea. Si sa, nessun popolo è più bravo dei Reggini a smarrire, o a lasciarsi estirpare, le proprie radici.

In foto, la chiesetta di San Leo ad Africo