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venerdì 20 agosto 2010

Il leitmotiv dei Reggini ignoranti

Quando, tra la fine del '500 e l'inizio del secolo successivo, monsignor Annibale D'Afflitto svolgeva le sue celebri visite pastorali presso le parrocchie italo-greche del Reggino, il pomposo arcivescovo non mancava di segnalare l'apparente ignoranza dei preti ellenofoni.
Similmente, dopo l'Unità d'Italia, i funzionari piemontesi inviati nel Mezzogiorno annotavano immancabilmente il loro disprezzo nei confronti delle genti del Sud, usualmente tacciati di malcostume ed arretratezza culturale.
Ancora ai nostri giorni capita che qualche criticastro, venuto da Settentrione sulle rive dello Stretto mendicando ingaggi e serate pagate dagli enti pubblici per poi atteggiarsi superbamente come se fosse stato supplicato, non disdegni di tracciare un quadro desolato delle condizioni societarie nostrane: un popolo di incolti, dicono i suddetti ciarlatani, lieti di ingozzarsi di pesce e torroncini subito dopo aver dominato il pulpito.
Un irritante luogo comune, quello dei presunti e cronici malesseri culturali del Reggino, il quale si spiega sulla base di una constatazione ovvia: sono i detentori dell'egemonia a potersi permettere di stabilire chi o cosa sia ignorante oppure no. Un vivido esempio attuale è costituito dalla scelta di privilegiare la civiltà comunale di Italia Settentrionale fra l'XI e il XII sec. come espressione retrospettiva della Lega Nord, nonché prefigurazione del potere dei grandi industriali padani; probabilmente dal Giuramento di Pontida partiranno i futuri manuali scolastico-nazionali di storia, con buona pace del periodo greco-romano.
Il possesso del potere determina la scelta della cultura predominante: così, l'arcivescovo D'Afflitto, prelato papista di lingua e rito latino, non poteva che accusare i preti reggini di essere dei somari, abituati com'erano al fluente utilizzo del greco. Non importava molto che questi chierici “ignoranti” contemplassero in biblioteca Erodoto, Tucidide, Aristotele e tutto il repertorio di classici nella lingua di Omero, vero fondamento della nostra civiltà. Il papa romano, in questo caso, tracciava la linea di demarcazione fra il rito latino, superiore in quanto egemone politicamente, e quello greco, perdente in quanto espressione di identità e tradizioni ancestrali della regginità.
I funzionari sabaudi che prendevano servizio nel Meridione dopo il 1861 si trovavano a dialogare con una società mai stata legata, sia culturalmente che economicamente, al circuito padano-settentrionale; senza contare che l'italiano era ancora una lingua esclusivamente letteraria e, i suddetti funzionari sabaudi solevano esprimersi in dialetto piemontese, quando proprio non riuscivano ad essere alla moda, masticando un po' di francese.
Quanto ai criticastri che approdano presso i nostri lidi, scroccando prontamente la munificienza e l'ospitalità delle amministrazioni comunali per poi declamare con naso teso e non troppo celato sdegno verso la presunta marginalità del nostro immenso patrimonio culturale, il discorso da fare è un altro: tali, illustri, cattedratici senza cattedra, affetti dai pregiudizi di Lombroso e compagnia bella, ignorano, formati come sono alla luce della faziosa e parascientifica manualistica scolastica italiana, il glorioso e trimilennario passato dei Reggini, convincendosi infine di poter venire a profetizzare corbellerie in una terra arida ed illetterata.
La verità è che la cultura nostrana giace prigioniera delle strumentalizzazioni politiche e dei luoghi comuni, funzionali a persuadere la popolazione reggina circa l'inevitabilità della propria arretratezza. Fandonie utili a trattare la città di Ibico ed Anassila come bottino di guerra, deprendandone i tesori, Bronzi di Riace in testa.
Ecco perchè servirebbero nuove e coscienziose strategie di divulgazione in grado di coinvolgere e coordinare i più giovani, nella speranza che un domani siano proprio loro a difendere con le armi della dialettica, della libertà e dello spirito critico, l'inviolabile identità ereditata dai Padri.
Si eviterà così che, una volta ancora, qualche ciarlatano sfornato dal circuito culturale egemone longobardo, sentendo parlare di Stesicoro – poeta greco del VI secolo a.C., nativo dell'attuale Gioia Tauro – risponda “Salute!”, scambiando il nome dell'illustre letterato per uno starnuto.

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