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lunedì 23 agosto 2010

Bagnara: applausi per i Musicofilia


Si è tenuto ieri sera – 22 agosto 2010, in piazza Matteotti – il concerto bagnarese dei Musicofilia, band bovese che da diversi anni opera sul versante della sperimentazione musicale legata al secolare patrimonio folkloristico dell'Area Grecanica del Reggino.
Ottima affluenza di pubblico per Aldo Gurnari e compagni, il cui merito più evidente è stato quello di saper toccare, vibrando le corde di strumenti ancestrali quali la lira calabrese, il mai sopito senso di appartenenza che si cela nell'animo dei Reggini. Basta poco per risvegliare l'odore dei millenni e della Storia dei Padri che ci appartiene.
Ascoltare le note e i versi in grecanico (alcuni dei quali costituiscono antiche poesie ritmate a cura del gruppo bovese) dei Musicofilia rappresenta un ulteriore passo di avanti sul terreno della valorizzazione dell'arte e della cultura nostrane.
Un sentiero da seguire in maniera capillare, il cui successo è stato esemplificato, ieri sera, dallo spontaneo momento catartico venutosi a creare nel corso della serata: al secondo bis richiesto dalla platea ai musicisti, si è “scatenata” un'improvvisa ballata di gruppo, durante la quale uomini, donne e, soprattutto, bambini, si sono misurati in una coinvolgente tarantella.
Come dire, passato, presente e futuro insieme, meravigliosamente avvinti al ricordo indelebile della vera identità reggina; qualcuno, in Piazza Matteotti, si è commosso al pensiero. Charis Musicofilia!

venerdì 20 agosto 2010

Trani: che i cittadini ignorino l'appello di Mons. Babini


«I cattolici farebbero bene ad occupare la piazza della cattedrale di Trani per protesta contro Elton John. Incredibile che canti davanti ad una chiesa. Non se ne può più degli omosessuali».
«Meglio non nascere che vivere certe esistenze». (Monsignor Giacomo Babini da www.pontifex.roma.it)

Il presupposto da cui partire al fine di inquadrare coscienziosamente la vicenda legata alla infelice esortazione di Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, in merito al concerto di Elton John in Piazza del Duomo di Trani, è il seguente: il popolo italiano non dovrebbe dare peso ad affermazioni del genere, in quanto chi ha detto o scritto frasi ignominiose come queste, non risulta affatto ispirato da alcuna entità soprannaturale; si tratta di un essere umano, imperfetto ed incline all'errore al pari di tutti gli uomini, sebbene rivestito dai paramenti vescovili (un potere che non avrebbe avuto in natura, se qualcuno più grande di lui non gliel'avesse concesso, secondo la celebre replica evangelica di Gesù di Nazareth a Ponzio Pilato).
In secondo luogo, un vescovo non ha la facoltà di impedire l'allestimento di qualsivoglia evento sul suolo pubblico, gestito da un comune. Semmai, l'invito ai cattolici di Trani ad occupare la Piazza del Duomo per protesta – protestare nientemeno per l'esibizione di un cantautore omosessuale, quelle affaire! – oltre ad essere un'aperta ingerenza, rappresenta un'istigazione al sovversivismo, in quanto lo stato italiano, laico ed aconfessionale, tollera il credo religioso del singolo cittadino, finché esso non induca al turbamento dell'ordine pubblico; una eventuale manifestazione non autorizzata dalle autorità competenti significherebbe violare la legge statale e sovrana.
Se proprio si vuole esaminare la questione sul piano etico, nessuna dottrina morale può permettersi il lusso di ritenersi esclusivista o depositaria di una supposta verità universale, valida per tutti gli esseri viventi; sostenere l'immoralità dell'omosessualità rappresenta un'espressione di relativismo, per altro facilmente confutabile, sia a livello etico che scientifico.
Inoltre, l'intolleranza non dovrebbe neppure rispondere ai criteri caritativi propri dell'insegnamento di Gesù di Nazareth, il quale sedeva con pubblicani e prostitute, perdonava le adultere e predicava ai pagani, talvolta visitandone persino le abitazioni.
In definitiva, la pretesa del Babini risulta inadeguata ed inaccettabile sulla base di principi giuridici, etici e cristiani (intesi quantomeno nel senso di “seguaci del Cristo” e non dell'apparato gerarchico che spesso rinnega le sue origini con il cattivo esempio dei comportamenti, del resto la Chiesa è fatta di uomini imperfetti, cosa aspettarsi di più?) e, non merita alcuna credibilità, così come tutti gli oltraggi alla libertà ed alla tolleranza non legittimati dal ricorso alla Giustizia, al rispetto delle diversità ed al criticismo.
Infine, un appello ai cittadini di Trani: Elton John, artista capace di scrivere dei veri e propri inni all'Amore come “Your Song” – inni all'Amore in sé e non all'amore gay, visto che l'Amore è tale senza distinzioni dettate dal sesso – non è un cantautore omosessuale, ma un cantautore e basta. Un grande cantautore per giunta e, se andrete a vederlo, a Piazza del Duomo o al Monastero Colonna (chissà cosa deciderà l'amministrazione comunale di Trani in proposito?), passerete certamente una piacevole serata all'insegna della musica; che non ha preferenze sessuali, per fortuna!

Il leitmotiv dei Reggini ignoranti

Quando, tra la fine del '500 e l'inizio del secolo successivo, monsignor Annibale D'Afflitto svolgeva le sue celebri visite pastorali presso le parrocchie italo-greche del Reggino, il pomposo arcivescovo non mancava di segnalare l'apparente ignoranza dei preti ellenofoni.
Similmente, dopo l'Unità d'Italia, i funzionari piemontesi inviati nel Mezzogiorno annotavano immancabilmente il loro disprezzo nei confronti delle genti del Sud, usualmente tacciati di malcostume ed arretratezza culturale.
Ancora ai nostri giorni capita che qualche criticastro, venuto da Settentrione sulle rive dello Stretto mendicando ingaggi e serate pagate dagli enti pubblici per poi atteggiarsi superbamente come se fosse stato supplicato, non disdegni di tracciare un quadro desolato delle condizioni societarie nostrane: un popolo di incolti, dicono i suddetti ciarlatani, lieti di ingozzarsi di pesce e torroncini subito dopo aver dominato il pulpito.
Un irritante luogo comune, quello dei presunti e cronici malesseri culturali del Reggino, il quale si spiega sulla base di una constatazione ovvia: sono i detentori dell'egemonia a potersi permettere di stabilire chi o cosa sia ignorante oppure no. Un vivido esempio attuale è costituito dalla scelta di privilegiare la civiltà comunale di Italia Settentrionale fra l'XI e il XII sec. come espressione retrospettiva della Lega Nord, nonché prefigurazione del potere dei grandi industriali padani; probabilmente dal Giuramento di Pontida partiranno i futuri manuali scolastico-nazionali di storia, con buona pace del periodo greco-romano.
Il possesso del potere determina la scelta della cultura predominante: così, l'arcivescovo D'Afflitto, prelato papista di lingua e rito latino, non poteva che accusare i preti reggini di essere dei somari, abituati com'erano al fluente utilizzo del greco. Non importava molto che questi chierici “ignoranti” contemplassero in biblioteca Erodoto, Tucidide, Aristotele e tutto il repertorio di classici nella lingua di Omero, vero fondamento della nostra civiltà. Il papa romano, in questo caso, tracciava la linea di demarcazione fra il rito latino, superiore in quanto egemone politicamente, e quello greco, perdente in quanto espressione di identità e tradizioni ancestrali della regginità.
I funzionari sabaudi che prendevano servizio nel Meridione dopo il 1861 si trovavano a dialogare con una società mai stata legata, sia culturalmente che economicamente, al circuito padano-settentrionale; senza contare che l'italiano era ancora una lingua esclusivamente letteraria e, i suddetti funzionari sabaudi solevano esprimersi in dialetto piemontese, quando proprio non riuscivano ad essere alla moda, masticando un po' di francese.
Quanto ai criticastri che approdano presso i nostri lidi, scroccando prontamente la munificienza e l'ospitalità delle amministrazioni comunali per poi declamare con naso teso e non troppo celato sdegno verso la presunta marginalità del nostro immenso patrimonio culturale, il discorso da fare è un altro: tali, illustri, cattedratici senza cattedra, affetti dai pregiudizi di Lombroso e compagnia bella, ignorano, formati come sono alla luce della faziosa e parascientifica manualistica scolastica italiana, il glorioso e trimilennario passato dei Reggini, convincendosi infine di poter venire a profetizzare corbellerie in una terra arida ed illetterata.
La verità è che la cultura nostrana giace prigioniera delle strumentalizzazioni politiche e dei luoghi comuni, funzionali a persuadere la popolazione reggina circa l'inevitabilità della propria arretratezza. Fandonie utili a trattare la città di Ibico ed Anassila come bottino di guerra, deprendandone i tesori, Bronzi di Riace in testa.
Ecco perchè servirebbero nuove e coscienziose strategie di divulgazione in grado di coinvolgere e coordinare i più giovani, nella speranza che un domani siano proprio loro a difendere con le armi della dialettica, della libertà e dello spirito critico, l'inviolabile identità ereditata dai Padri.
Si eviterà così che, una volta ancora, qualche ciarlatano sfornato dal circuito culturale egemone longobardo, sentendo parlare di Stesicoro – poeta greco del VI secolo a.C., nativo dell'attuale Gioia Tauro – risponda “Salute!”, scambiando il nome dell'illustre letterato per uno starnuto.

mercoledì 11 agosto 2010

Il Progetto Agoghé


Agoghé un progetto folle, apolitico ed aconfessionale, che mira a coinvolgere tutti i ragazzi dai quindici ai venti anni interessati a scrivere.
Non ci sono condizionamenti di qualsivoglia natura, né direttive predefinite: potete scrivere qualsiasi cosa vi passi per la mente, a patto di non offendere nessuno.
Potete esprimere opinioni, redigere articoli, saggi, poesie o racconti, pubblicare video musicali, tutto ciò che avete da dire, da fare o da scrivere può essere divulgato attraverso questo modesto spazio.
L'idea di fondo è quella di individuare, valorizzare e coordinare le opinioni, le proposte e le prospettive dei giovanissimi, cercando possibilmente di stimolare un dibattito costruttivo sul futuro di tutti noi.
Chiunque sia interessato a collaborare scriva a nata82@live.it

martedì 10 agosto 2010

"La Reggio di Anassila" di N. Zappalà - Recensione di Salvatore Bellantone


La Reggio di Anassila non è una biografia del tiranno reggino ma una spettrografia della situazione politica, economica e strutturale della Reggio tra il VI e V secolo a.C. In altre parole, è una lente d’ingrandimento sulla storia di una polis troppo dimenticata dalla critica e dalla ricerca storica; una città che al tempo di Anassila, ma non solo, diviene potente e prestigiosa tanto quanto – se non in modo maggiore – Siracusa, Crotone, Locri, Zancle, Atene e simili: Reggio.
L’opera di Natale Zappalà è la prima fonte critico-documentale relativa all’antica Reggio. Incastonando perfettamente tutte le fonti, primarie e secondarie, relative alla storia della città durante gli anni di Anassila, Zappalà strappa all’oblio – ricostruendola e presentandola con un linguaggio semplice e conciso – una vicenda dell’antichità decisiva per comprendere l’identità, le radici, l’evolversi della storia – se non dell’umanità – dell’Occidente. Decodificando e riedificando la storia di Rhegion, Zappalà fornisce i ricercatori e gli appassionati di studio del passato di un baluardo utile per rivedere, dunque per riscrivere, la storia antica anche e soprattutto alla luce della vicenda di Reggio prima, durante e dopo la tirannide anassilaide.
La puntualità dei riferimenti bibliografici intertestuali ed extratestuali non impediscono al lettore di addentrarsi nel testo: piuttosto, la forma stilistica fluida e chiara quasi come un romanzo, consente al lettore non solo di trovarsi proprio dentro l’antica Rhegion, ma anche di fare esperienza della scientificità, della criticità, della rigorosità e del buon senso necessari per la ricostruzione storica di ogni avvenimento del passato. In breve, dà al lettore tutti gli strumenti utili per fare anch’egli i primi passi nella ricostruzione dell’antichità e nell’appassionante riscoperta del passato dell’Occidente.


Salvatore Bellantone
http://disoblio.blogspot.com/2010/08/la-reggio-di-anassila-di-natale-zappala.html

domenica 8 agosto 2010

I Bronzi in tournée? Canteranno o balleranno?


Si può discutere su tutto fuorché sulla regginità dei Bronzi di Riace. I Bronzi sono inconfutabilmente reggini – e non ci riferiamo soltanto all'ipotesi ricostruttiva che attribuisce la paternità delle due statue allo scultore Pitagora di Rhegion – in quanto come tali vengono trattati, perennemente rivendicati come bottino di guerra o, peggio ancora, in qualità di souvenirs acquisiti al grande mercato delle speculazioni politiche ed economiche.
L'ultima trovata in ordine di tempo, legata alla sconsiderata prospettiva di un tour dei Guerrieri al di là dello Stretto, è di Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale ed ex manager della catena Mc Donald (l'ipotetico nesso intercorrente fra le due attività potrebbe essere oggetto di una trattazione scientifica...), il quale ha candidamente dichiarato che i Bronzi non fanno altro che prendere polvere a Reggio.
La “bomba” di Resca è stata immediatamente supportata da Vittorio Sgarbi che ha – senza alcun dato di fatto volto a legittimare ciò che ha affermato – individuato nella 'Ndrangheta l'eminenza grigia che si celerebbe dietro il mancato spostamento dei Guerrieri di Riace da Reggio; una sentenza che sa tanto di terrorismo verbale, al quale potrebbero e dovrebbero seguire delle azioni legali.
Parole mendaci, scriteriate ed offensive per la dignità dei Reggini, capaci di rievocare i celebri motti proferiti dai funzionari sabaudi a proposito del Mezzogiorno all'indomani dell'Unità d'Italia, quando coi fallacei pretesi del brigantaggio, dell'analfabetismo e quant'altro si operò la spoliazione sistematica delle risorse della nostra terra. A ciò si aggiunga che il Dott. Sgarbi, evidentemente assuefatto alle peculiarità delle arene televisive alle quali partecipa costantemente, deve aver scambiato la questione della valorizzazione del patrimonio culturale nostrano con la platea de “La Pupa e il Secchione”, programmi dove chi la spara più grossa fa odiens e percepisce cospicui gettoni di presenza.
Ma perché sarebbe assurdo spostare i Bronzi da Reggio? In primis perché ci sono delle ricerche in corso al Laboratorio di Restauro di Palazzo Campanella, in grado probabilmente di dirci molto di più di quanto sappiamo attualmente sui Guerrieri. I due capolavori non saranno “in piedi” prima del Marzo 2011, periodo in cui le nuove acquisizioni scientifiche dovranno essere necessariamente divulgate al pubblico attraverso meticolosi progetti didattici e nuovi scenari di fruizione e valorizzazione dei reperti. L'eccellente lavoro della Soprintendenza diretta dalla Dott.ssa Simonetta Bonomi, una figura eminente, finalmente all'altezza dei tesori archeologici reggini, lascia ben sperare, in questo senso, per il futuro.
C'è poi da considerare il problema legato alla conservazione e quindi all'incolumità delle statue: quali originali bronzei di V secolo a.C., oggigiorno, vengono sottoposti a lunghe tournée, neppure fossero cantanti o ballerini moderni? Senza contare l'assoluta antieconomicità del paventato spostamento dei Bronzi. Il venir meno della presenza dei più grandi catalizzatori di visite alla nostra città provocherebbe un sensibile crollo delle utenze turistiche ai danni di negozi, ristoranti, albergatori e via dicendo.
Infine la tanto declamata pretesa filantropica di “esportare la regginità nel mondo” attraverso il tour dei Bronzi. A tal proposito occorrerebbe documentarsi sulla concezione di regginità posseduta dai fautori dello spostamento delle statue, spesso incapaci di distinguere Giulio Cesare da Vercingetorige, oppure semplicemente alla ricerca spasmodica di pubblicità, voti e lauti guadagni tanto da vomitare accuse infondate, inconcludenti e mistificatorie della verità.
Se questi tizi hanno così a cuore il futturo di Reggio e della Calabria, allora si diano da fare per contribuire all'ottimizzazione di infrastrutture, strategie di valorizzazione in loco e mentalità coscienziose: prima di esportare al mondo una qualsivoglia immagine, è necessario adoperarsi per edificarla.
La cosa più triste di questa vicenda, in conclusione, sta nella principale colpa dei Reggini, l'indifferenza o l'inconsapevolezza nei confronti delle proprie radici storiche e della propria identità, condizioni che consentono ai tanti personaggi pittoreschi che di tanto in tanto si esprimono sui Bronzi, di mantenere uno straccio di credibilità agli occhi dell'opinione pubblica. Il clamore, di questi tempi, paga più del rispettoso silenzio: che peccato!

sabato 7 agosto 2010

La rivoluzione di velluto dei giovanissimi

Aspiranti calciatori più propensi alla tenuta del ciuffo o alla depilazione-laser piuttosto che a mettere cuore e gambe sul terreno duro del campetto di periferia; ballerine o presunte tali, attente alla percentuale di epidermide che fuoriesce dalla scollatura vertiginosa piuttosto che al duro lavoro di perfezionamento aerobico quotidiano; cantanti senza voce, incapaci di distinguere l'arte pura dalle speculazioni e dall'imperante superficialità che animano il mercato; teen-agers empi di vuoto ritualismo sociale, incapaci di approfondire qualsivoglia discorso che non abbracci la scarpa di moda o la matita per le labbra.
Sarebbero questi i giovani, lo zoccolo duro del mondo che verrà? Nossignori – o, meglio – non solo.
A voler ben vedere, non mancano delle meravigliose anomalie, delle eccellenze fra gli adolescenti, quelle individualità capaci di risollevare le speranze di miglioramento del domani semplicemente esistendo. Anche perché ormai le generazioni precedenti, compresi i quasi trentenni ricchi di chiacchiere e vane speranze, hanno miseramente fallito, risultano irrimediabilmente conniventi con la cultura dei favoritismi e delle raccomandazioni, con mentalità ed atteggiamenti spiccatamente “mafiosi”, nel senso deteriore del termine.
Certamente, molti giovanissimi eccellenti rischiano di appiattirsi nella maggioranza rumorosa della mediocrità che li attornia se non verranno pianificati degli opportuni interventi di coordinamento e valorizzazione di tali, rare, realtà. Sarebbe necessario localizzare e coinvolgere su larga scala questi ragazzi, invitarli a fare gruppo coi più grandi, condividere con essi dei progetti formativi in grado di mostrare al resto del pubblico il volto coscienzioso della gioventù che il coevo sistema mediatico sta tentando di devastare scientificamente, dalle fondamenta.
La scuola e tutti gli enti di aggregazione (associazioni culturali, redazioni di giornali, circoli ecc.) dovranno poi accentuare i criteri di selezione al fine di plasmare delle reti di aristoi, i migliori per virtù; e la virtù cui si fa riferimento non può che coincidere con la coerenza, la facoltà di agire conformemente agli ideali positivi che ispirano la vera libertà degli esseri umani. Fermo restando l'inalienabile uguaglianza giuridica di tutti i cittadini davanti alla Legge, la prospettiva irrealistica di una società di uguali in senso morale e volgarmente cameratistico – con buona pace di queste fallacee dottrine egualitarie, la vita è irrimediabimente complessa, ed ogni essere umano è irrimediabilmente diverso dall'altro – è un palliativo che offende la meritocrazia e spesso nasconde i sotterfugi di chi lega la propria, penosa, sopravvivenza a vivere sulle spalle del prossimo; per dirla alla Orwell, si rischia di fare la fine della Fattoria degli Animali, dove “tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale dell'altro”.
Serve dunque una rivoluzione di velluto, non contaminata da strumentalizzazioni politiche o religiose (ogni credo, nel rispetto reciproco delle diversità, è un fattore soggettivo ed ininfluente ai fini della crescita civile di una comunità davvero libera), che si fondi esclusivamente sul criticismo, sul disperato bisogno di recuperare le radici illuministe (nel senso filantropico e non manualistico del termine) della società europea, sepolte sotto secoli di mistificazioni e reiterati tentativi di controllo e condizionamento degli individui (pensate alla pubblicità, efficace veicolo di inquadramento ed appiattimento sociale).
Solo così si riuscirà a scongiurare la proliferazione di nuovi modelli idioti di tronisti sgrammaticati o sgavettate capaci di far notizia semplicemente per essere andate a letto con qualche potente. Solo così, probabilmente, si creeranno le condizioni ideali affinché gli adulti del domani possano finalmente cambiare canale, registro e mentalità.

domenica 1 agosto 2010

La bufala della papessa


Della papessa Giovanna trattarono, dando per scontata la sua effettiva consistenza storica, autori come Boccaccio, il Platina e Giuseppe Gioacchino Belli; Lutero scrisse di aver visto la statua della donna-pontefice nel corso del suo disastroso pellegrinaggio a Roma. In realtà, si tratta della solita, abusata, leggenda metropolitana, per di più caratterizzata da aspetti certamente affascinanti al punto da ispirare romanzi, racconti e films (fra cui il recente lungometraggio di Sonke Wortmann, attualmente in proiezione nelle migliori sale cinematografiche).
Sulla donna che nel IX sec. divenne vescovo di Roma esistono molteplici fonti, sebbene di gran lunga posteriori al contesto storico entro cui sarebbe vissuta la papessa: Mariano Scoto (XI sec.), Sigisberto di Gembloux (XI-XII sec.), Boccaccio e Geoffroy de Courbon (XIV sec.), Jacopo da Varagine, il Platina e così via, sino ai tempi moderni. Vi sono inoltre diverse varianti in merito alla leggenda, ma la maggior parte delle narrazioni insiste su un particolare: Giovanna, nata a Magonza e figlia di un monaco inglese, dotata di immensa cultura, astuzia ed una certa propensione alla promiscuità sessuale, travestitasi da uomo ed eletta al soglio pontificio col nome di Giovanni VIII, avrebbe rivelato la sua vera natura nel corso di una processione sacra, durante la quale avrebbe dato alla luce un figlio. La tradizione popolare collocava inoltre, fra il Colosseo e la Chiesa di San Clemente, il luogo esatto ove Giovanna avrebbe partorito, il vicus Papissae.
La verità è che nessuna donna salì mai sul trono di Pietro nell'855 e, un Giovanni VIII sarà eletto solo nell'872, ma non si trattava certo di una donna. Il famigerato vicus Papissae esisteva sì, ma rievocava soltanto il cognomen dell'antica famiglia romana dei Papa. Non sarà fuorviante sottolineare che, ai nostri giorni, le sorelle Papa si sono distinte nella misteriosa vendita di un appartamento, anch'esso situato nei pressi del Colosseo, all'ex ministro Scajola, a suo dire incosapevole dell'affare. Nomen omen?
Quanto alla statua della papessa Giovanna vista a Roma da Martin Lutero ai primi del '500, possiamo tranquillamente chiarire che si trattava di un'antica statua raffigurante una divinità pagana; ad ogni modo – spesso si pretende di combattere l'idozia con altrettanta idiozia, notoriamente contagiosa – papa Sisto V, pur capace di distruggere con un'ascia un presunto crocifisso sanguinante (“Come Cristo ti adoro, come legno ti spacco”, avrebbe esclamato il pontefice, svelando così il trucco inscenato da qualche truffatore interessato ad arrabbattare cospicue offerte), qualche anno dopo, la fece senz'altro gettare nel Tevere.
Il caso della papessa, in buona sostanza, altro non è che una mera leggenda messa in giro dagli ambienti anti-clericali romani, i quali presero sicuramente spunto dalle sedie stercorarie, un antico rituale pontificale che consisteva nel far sedere il nuovo papa su di uno scranno di porfido con un buco centrale, attraverso il quale un coraggioso inserviente “controllava” il sesso del nuovo eletto; quest'ultimo, inoltre, divaricava le gambe a mo' di partoriente, un'allusiva allegoria del concetto di Mater Ecclesia.
Una bufala dunque, tornata prepotentemente di moda in seguito all'uscita del film di Wortmann. Risulta irritante constatare che la pubblica opinione cattolica non esprime quasi mai il proprio dissenso nei confronti di libri o pellicole basate su balordaggini evidenti quali “Il Codice Da Vinci” o “La Papessa”, per poi bandire grossolane levate di scudi contro opere come “Agorà” di A. Amenabar, basato sulla biografia della filosofa Ipazia di Alessandria, ovvero sulla riattualizzazione del vecchio contrasto fra l'oscurantismo dogmatico e il libero pensiero indigesto alle gerarchie ecclesiasiche. Si sa, la conoscenza è fonte di scandalo per alcuni, molto di più di quanto non lo sia l'ignoranza.
Altro spunto di riflessione: perchè mai dovrebbe essere così oltraggiosa la prospettiva di una donna-pontefice? La plurimillenaria misoginia del mondo antico, ereditata da Santa Romana Chiesa col tramite di Paolo di Tarso ed Agostino di Ippona dopo che le donne avevano svolto un ruolo decisivo nelle comunità cristiane delle origini, è ancora così attuale? Se si sviluppasse finalmente, ed in maniera coscienziosa, tale dibattito, allora benvenga persino la bufala della papessa Giovanna.

In foto miniatura del 1600 (G. Wolff) illustrante il rituale dell'accertamento del sesso del sesso del nuovo pontefice.