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domenica 4 luglio 2010

La storia di San Cipriano Calamizzi


 Al tempo di San Cipriano (1110-1190 c.ca), Reggio era già soggetta da diversi decenni agli invasori Normanni: una città cosmopolita ancora aperta all'affluenza di arabi, franchi, ebrei ed orientali, grande produttrice di seta grezza, agrumi e legname, nonostante il graduale declino politico ed economico presto inaugurato dalle spoliazioni materiali e culturali operate dai barbari conquistatori.
La convivenza fra gli indigeni Greci e i francofoni Normanni era disciplinata dalle mura di cinta che circoscrivevano e separavano due diversi quartieri: quello romeo/bizantino intorno all'attuale Piazza Italia (ove si trovava originariamente la cattedrale Cattolica dei Greci), e quello Normanno, costruito ex novo, nell'area limitrofa all'attuale Duomo, oltre il Castello; inoltre, presso via Giudecca risiedevano i mercanti ebrei.
Il reggino Cipriano visse in tale contesto storico, quale insigne rappresentante di un mondo e di una cultura antichissima – quella greco-calabra – destinata a soccombere sotto i colpi degli stranieri che ne riscriveranno arbitrariamente la Storia. Figlio di un medico, studiò a sua volta la disciplina di Ippocrate per poi prendere i voti ed iniziare la sua attività spirituale presso il Monastero del Santissimo Salvatore di Calanna.
Ben presto, la sua fama di ottimo medico si diffuse fra i centri circostanti, facendo affluire carovane continue di persone che si recavano sulle alture di Calanna per avvalersi delle cure di Cipriano; questi era un medico anagiro, cioè non esigeva denaro per le sue prestazioni, in un'epoca in cui i compensi per l'attività di cerusici o archiatri (gli antesignani dei moderni medici ospedalieri) erano proporzionali alla reputazione o alla specializzazione del singolo professionista.
Cipriano divenne in seguito responsabile del prestigiosissimo monastero reggino di San Nicola Calamizzi, uno dei più celebri scriptoria del Sud (quanto la civiltà umanistico-rinascimentale ed il pensiero moderno debbano ai copisti reggini in termini di gratitudine è un capitolo a parte!), ove si diede ad un'infaticabile assistenzialismo sociale a beneficio della comunità, accudendo gli infermi, amministrando il monastero a dispetto delle continue ingerenze dei Normanni e dei chierici latini (i quali solevano comperare le cariche religiose, a partire da quella arcivescovile, dalle autorità normanne per poi non compiere uno straccio di attività caritatevole), ed infine studiando e pregando in ossequio alla propria, autentica, fede.
Cipriano morì il 20 novembre 1190, giorno in cui viene commemorato dalla Chiesa Greco-Ortodossa: la sua tomba divenne oggetto di fervida venerazione da parte dei Reggini. Il monastero di San Nicola sprofondò in mare nel 1562, insieme al promontorio su cui poggiavano i ricordi di Giocasto, Artemide e di tutte le memorie ancestrali cittadine, oggi perdute.
Delle spoglie mortali, così come della vita di Cipriano, i posteri sanno poco o nulla. Si sa, i vincitori – siano essi Normanni, Svevi, Angioni, Aragonesi, Francesi o Piemontesi hanno riscritto la nostra Storia; ma forse si è trattato di un oltraggio di minore empietà rispetto a quello di cui i discendenti si sono macchiati nei confronti dei propri Padri: barattare l'onore e l'identità con la quiescenza alla frusta degli invasori.
Chissà, probabilmente Cipriano di Calamizzi ha fatto in tempo a vedere tempi migliori!

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