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lunedì 19 luglio 2010

Quaranta anni fa la rivolta di Reggio


Esattamente quaranta anni fa divampava la rivolta a Reggio Calabria.
Si sono versati fiumi di inchiostro su questo avvenimento, innescato dall'assegnazione del capoluogo di regione alla città di Catanzaro, ma soltanto da poco tempo si parla e si scrive con criticismo, verità e libertà, al riparo delle molteplici distorsioni storiche di cui è stata vittima la calda estate del 1970 in riva allo Stretto. A ben vedere, la causa profonda del malcontento non fu soltanto l'assegnazione del capoluogo regionale a Catanzaro; in realtà, tale direttiva venne percepita come l'ennesimo scippo ai danni del futuro e delle speranze dei Reggini. Dietro la scintilla dell'insurrezione c'era soltanto l'ira funesta di una città dimenticata dallo stato, vittima dei politici di mestiere, privata del suo passato e della sua identità.
Nonostante tutto, la classe dirigente italiana e i mezzi di comunicazione nazionali bollarono la rivolta di Reggio come un tentativo di golpe fascista: un'accusa infondata – sebbene non mancarono certamente iniziative, talvolta violente, patrocinate dall'allora Movimento Sociale Italiano e da gruppi extra-parlamentari o affiliati alla criminalità organizzata, volte a strumentalizzare per fini politici i moti, anche se in seconda battuta rispetto allo scoppio della protesta popolare – il cui fine essenziale era soprattutto quello di defraudare i Reggini della spontaneità (almeno nei primi giorni della rivolta) e della legittimità delle loro rivendicazioni.
Eppure, la maggioranza dei manifestanti, le centinaia di donne vestite di nero che scendevano in piazza coi faddali (grembiuli) sgualciti e sporchi di olio o farina, sapevano poco o nulla di destra e sinistra, di sindacalisti, burocrati e politicanti; si ribellavano, dolenti ed ardenti, all'ennesimo sgarbo, all'ultimo schiaffo inferto alla propria terra, all'eco secolare di un organismo statale che cercava di colmare i bisogni dei meridionali con la propria ingombrante assenza.
E' il 13 Luglio 1970, il Consiglio Regionale si riunisce per la prima volta a Catanzaro: a Reggio, nel centro storico, esplode l'ira della folla, quell'ira tinta di disperazione ed irrazionalità che spesso contraddistingue il grido delle masse popolari in fermento.
La televisione nazionale, incredibilmente ed inspiegabilmente, ignora l'episodio. Quando la voce dei Reggini diverrà troppo veemente, il premier Emilio Colombo invierà, fra luglio ed ottobre, ben undici mila soldati per reprimere la rivolta. Un leit-motiv al quale lo Stato Italiano ha ormai abituato gli uomini del Sud: quando, nei primi anni dopo l'Unità d'Italia, venne soffocato nel sangue il malcontento dei meridionali alle ruberie dell'ex Regno di Sardegna, gli organi di stampa ufficiali parlarono di “brigantaggio”. I “briganti”del 1970 saranno chiamati “fascisti”, ma il senso della scomunica è il medesimo.
La situazione a Reggio non degenera in conflitto civile soprattutto grazie alla lungimiranza del questore Santillo, il quale proibisce decisamente di sparare sulla folla che assediava il suo palazzo. Tanto per fare un po' di ucronia (o “What if”, come viene chiamato tale genere letterario negli USA), tanto cara agli anglosassoni, possiamo facilmente immaginare cosa sarebbe potuto succedere a Reggio se insieme a Santillo si fosse trovato un Bava Beccaris, un Cialdini o un Alfonso La Marmora.
Ma al di là delle barricate, delle molotov e delle sassaiole, cosa rappresentò, oggettivamente, la rivolta reggina?
Nient'altro che una risposta, commprensibile anche se inconcludente, alle imbelli direttive promanate dalla classe politica dirigente dell'epoca, con la significativa inclusione dei rappresentanti calabresi, orientati insieme nella realizzazione della “trilogia della barzelletta”, quel tentativo, astorico e velleitario, di dividere la regione Calabria in tre grandi aree di sviluppo: a Catanzaro il capoluogo e gli annessi uffici, a Cosenza l'Università e il settore culturale, a Reggio le industrie ancora da inventare.
La rabbia dei Reggini verrà sedata, come sempre accade dalle nostre parti, per mezzo del compromesso politico. Il governo promette migliaia di posti di lavoro, da ricavare attraverso l'edificazione di un centro siderurgico a Gioia Tauro e della tristemente celebre Liquilchimica di Saline; il primo non verrà mai costruito, la seconda non sarà mai operativa.
Questo è il vero che si nasconde dietro la vicenda. Della rivolta non rimane che il ricordo o, chissà, il rimpianto; probabilmente, se paragoniamo il presente col passato, l'unica cosa rimasta invariata a Reggio è la povertà, presto tradottasi in indifferenza: una colpa non soltanto nostra.

lunedì 12 luglio 2010

La Grotta di San Sebastiano a Bagnara: memorie e misteri da valorizzare


Davanti ad essa, le bianche spume marine; intorno, gli alti scogli dai riflessi violacei e le impervie salite verso i soprastanti Piani alla Corona, ove sorgeva un villaggio dell'Età del Bronzo; nell'aria si esalano gli echi di un passato misterioso e plurimillenario ancora da decifrare: ecco riassunte efficacemente le peculiarità della Grotta di San Sebastiano, un sito di elevatissimo interesse storico ed archeologico che sorge all'interno del territorio comunale di Bagnara (RC), fra gli ameni litorali della Costa Viola (lungo le antichissime rotte commerciali tirreniche passanti per lo Stretto), laddove, verso Palmi, l'arco di roccia detto “del Monaco” sorveglia una piccola insenatura su cui si erge (circa 50 metri s.l.m.) l'accesso al sito, sormontato dal pianoro di Granaro.
L'ambiente, di origine tettonica, il cui vano di ingresso ha un'estensione di circa 20 metri per 15, presenta una forma ad imbuto, con piccoli antri ed una nicchia comunicante con l'esterno a mò di “camino”, è caratterizzato dalla formazione di stalattiti; veniva inoltre utilizzato, nei secoli scorsi, come ovile dai pastori locali.
Le indagini in loco, svolte nel 1998-99 e dirette dalle dott.sse Rossella Agostino e Maria Clara Martinelli, a loro volta coadiuvate da un team di volontari locali facenti capo al compianto Antonino Raneri (allora priore dell'Arciconfraternita bagnarese del S.S. Carmelo e poi nominato Ispettore Onorario dallo stesso ente di ricerca), per conto della Soprintendenza Archeologica della Calabria, hanno dimostrato che la Grotta di San Sebastiano rappresenta un antichissimo luogo di culto, con reperti databili dall'Eneolitico al Bronzo Antico e, nel proseguio di tempo, all'Età del Ferro e all'epoca greco-romana. Fra di essi – ossa umane ed animali, ossidiana importata dalle frontistanti isole Eolie, frammenti vascolari ceramici ed oggettistica varia – spiccano le tracce di enigmatici rituali ancestrali quali il rinvenimento di feti coperti da una coppa (alcuni di questi reperti sono esposti al Museo “Angelo Versace”, presso la Chiesa del SS. Carmelo di Bagnara Calabra), segno indelebile di una religione atavica di cui è ormai smarrito il ricordo.
A distanza di oltre un decennio il sito risulta ancora parzialmente scavato a causa dell'esaurimento delle risorse finanziarie, ma la sensazione è che, qualora le indagini archeologiche verranno riprese, potrebbe davvero riaffiorare qualche ritrovamento eccellente, capace di rischiarare definitivamente la Storia più remota del territorio reggino.
Le potenzialità attrattive della Grotta di San Sebastiano, qualora si decidesse di investire in quest'ottica, sono immense: misteri da svelare, fascino da vendere, scenari paradisiaci da presentare agli occhi dei turisti. Basterebbe rimettere in sicurezza i sentieri un tempo utilizzati da contadini e pastori che dalla zona del porto di Bagnara (Cacilì-Jancuja) conducono, costeggiando il litorale, alla Grotta in pochi minuti (nel corso delle indagini, il gruppo era costretto a raggiungere la Grotta servendosi dei carrelli di manutenzione delle Ferrovie dello Stato, arrivando in loco attraverso la strada ferrata), provvedere all'ottimizzazione dei servizi ricettivi e di accesso al sito (illuminazione elettrica, recinti, staccionate, già a suo tempo allestiti dai volontari e successivamente “cannibalizzati” da anonimi ladruncoli locali), per inaugurare in grande stile un parco archeologico all'avanguardia e senza uguali nella nostra provincia, comprensivo di itinerari naturalistici da abbinare alle visite guidate. Si pensi ad escursioni giornaliere in barca, con la possibilità di trascorrere qualche ora piacevole presso le incantevoli ed indisturbate spiagge che sorgono nei dintorni, come quella detta “del Leone”.
E i fondi? Quelli ci sono, eccome. L'UE, attraverso il POR Calabria 2007-13 (l'Asse 2, espressamente dedicato alla valorizzazione dei beni culturali locali), sovvenziona progetti (da presentare mediante la compilazione di esaustivi business-plans) del genere; ci sono ancora tre anni di tempo prima che questi milioni di euro, che tanto potrebbero giovare al rilancio del turismo nostrano, tornino al mittente. Gli enti pubblici e privati bagnaresi possono dunque attivarsi, il presente articolo vale come accorato appello.
Frattanto, i giovani studenti reggini potrebbero disporre di un patrimonio immenso di notizie da divulgare, per mezzo di ricerche storiche ed archeologiche da pubblicare tramite tesi di laurea, saggistica e qualsiasi altro mezzo di informazione.
Altrove farebbero tesoro, in senso culturale e materiale, di cotanta ricchezza; non lasciamo dunque che il tempo divori, ancora una volta, un luminoso futuro e la nostra irrefrenabile voglia di crescere come comunità.

Si ringrazia sentitamente il Sig. Giuseppe Barbaro, all'epoca volontario del team di scavo guidato da Antonino Raneri, per la cortese collaborazione fornita alla stesura dell'articolo.
Si ringrazia inoltre lo staff dell'Archivio Storico Fotografico Bagnarese da cui è tratta la foto che ritrae l'interno della Grotta di San Sebastiano.

lunedì 5 luglio 2010

La Reggio di Anassila: Elenco Librerie Reggine ove acquistare il volume

Se siete interessati all'acquisto del volume "La Reggio di Anassila. Storia, Economia e Società", edito dalla Leonida Edizioni di Reggio Calabria, potete recarvi in una delle seguenti librerie reggine, fermo restando che è possibile comperare online il libro, direttamente dal sito della Casa Editrice (www.editrice-leonida.com):


1) Libreria AVE, Via Corso Garibaldi n. 206 – 89125 Reggio Calabria.
2) Libreria Amaddeo Daniele, Via De Nava Giuseppe n. 114 – 89123 Reggio Calabria.
3) Edicola Cogliando Francesco, Via Piazza Castello – 89100 Reggio Calabria.
4) Libreria Mondadori, Viale Calabria – 89100 Reggio Calabria.
5) Libreria Culture, Via Zaleuco - 89100 Reggio Calabria.

domenica 4 luglio 2010

La storia di San Cipriano Calamizzi


 Al tempo di San Cipriano (1110-1190 c.ca), Reggio era già soggetta da diversi decenni agli invasori Normanni: una città cosmopolita ancora aperta all'affluenza di arabi, franchi, ebrei ed orientali, grande produttrice di seta grezza, agrumi e legname, nonostante il graduale declino politico ed economico presto inaugurato dalle spoliazioni materiali e culturali operate dai barbari conquistatori.
La convivenza fra gli indigeni Greci e i francofoni Normanni era disciplinata dalle mura di cinta che circoscrivevano e separavano due diversi quartieri: quello romeo/bizantino intorno all'attuale Piazza Italia (ove si trovava originariamente la cattedrale Cattolica dei Greci), e quello Normanno, costruito ex novo, nell'area limitrofa all'attuale Duomo, oltre il Castello; inoltre, presso via Giudecca risiedevano i mercanti ebrei.
Il reggino Cipriano visse in tale contesto storico, quale insigne rappresentante di un mondo e di una cultura antichissima – quella greco-calabra – destinata a soccombere sotto i colpi degli stranieri che ne riscriveranno arbitrariamente la Storia. Figlio di un medico, studiò a sua volta la disciplina di Ippocrate per poi prendere i voti ed iniziare la sua attività spirituale presso il Monastero del Santissimo Salvatore di Calanna.
Ben presto, la sua fama di ottimo medico si diffuse fra i centri circostanti, facendo affluire carovane continue di persone che si recavano sulle alture di Calanna per avvalersi delle cure di Cipriano; questi era un medico anagiro, cioè non esigeva denaro per le sue prestazioni, in un'epoca in cui i compensi per l'attività di cerusici o archiatri (gli antesignani dei moderni medici ospedalieri) erano proporzionali alla reputazione o alla specializzazione del singolo professionista.
Cipriano divenne in seguito responsabile del prestigiosissimo monastero reggino di San Nicola Calamizzi, uno dei più celebri scriptoria del Sud (quanto la civiltà umanistico-rinascimentale ed il pensiero moderno debbano ai copisti reggini in termini di gratitudine è un capitolo a parte!), ove si diede ad un'infaticabile assistenzialismo sociale a beneficio della comunità, accudendo gli infermi, amministrando il monastero a dispetto delle continue ingerenze dei Normanni e dei chierici latini (i quali solevano comperare le cariche religiose, a partire da quella arcivescovile, dalle autorità normanne per poi non compiere uno straccio di attività caritatevole), ed infine studiando e pregando in ossequio alla propria, autentica, fede.
Cipriano morì il 20 novembre 1190, giorno in cui viene commemorato dalla Chiesa Greco-Ortodossa: la sua tomba divenne oggetto di fervida venerazione da parte dei Reggini. Il monastero di San Nicola sprofondò in mare nel 1562, insieme al promontorio su cui poggiavano i ricordi di Giocasto, Artemide e di tutte le memorie ancestrali cittadine, oggi perdute.
Delle spoglie mortali, così come della vita di Cipriano, i posteri sanno poco o nulla. Si sa, i vincitori – siano essi Normanni, Svevi, Angioni, Aragonesi, Francesi o Piemontesi hanno riscritto la nostra Storia; ma forse si è trattato di un oltraggio di minore empietà rispetto a quello di cui i discendenti si sono macchiati nei confronti dei propri Padri: barattare l'onore e l'identità con la quiescenza alla frusta degli invasori.
Chissà, probabilmente Cipriano di Calamizzi ha fatto in tempo a vedere tempi migliori!