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lunedì 7 giugno 2010

Storie di Guerra Reggina - Prima Parte - L'assedio di Reggio del 387/86 a.C.


Il progetto “Storie di guerra reggina” si propone di raccontare ai lettori alcuni degli episodi bellici più affascinanti e coinvolgenti, legati alla plurimillenaria Storia di Reggio e del suo territorio.
L'assedio di Reggio del 387/86 a.C. è il primo di una serie di tre articoli, pubblicati a frequenza settimanale, indicativi dell'orgoglio e della fierezza perduta che contraddistingueva il modus vivendi dei nostri Padri.
Recuperare queste radici, magari incominciando ad appassionare i più giovani alle mille pagine epiche del passato di questa terra con proposte innovative e mai tediose, potrebbe costituire una risposta coerente al globale processo di annichilimento culturale a cui, da qualche tempo, è soggetto il nostro popolo.

Il porto, dall'Artemision sino al Tempio di Apollo alla Pangalla (nell'area dell'attuale Lido Comunale) è bloccato dalle navi siracusane; dalla piana di Condera, i mercenari di Dionisio attaccano l'acropoli, fieramente arroccato sulle Colline del Salvatore: i Reggini non possono rifornirsi né d'acqua né di viveri in alcun modo. Ma fra gli abitanti, chiusi entro le mura possenti, non c'è panico: il coraggio e la dignità sono gli unici alimenti di cui si nutrono i Reggini.
Nell'aria si ode la voce sommessa di una città che non intende piegarsi al volere di un rude tiranno, amico dei Barbari senza civiltà, capace di incriminare persino il proprio fratello, solo perché Leptines aveva osato soccorrere i naufraghi di Turi, greci come lui, dopo che quelli erano stati sconfitti dai Lucani e si erano gettati a mare per trovare scampo, avendo scambiato la flotta nemica siracusana per gli alleati Reggini. Un uomo sprezzante di leggi, tradizioni e consuetudini, al quale gli Ateniesi – proprio loro, i più superbi di tutta l'Ellade – concederanno, per piaggioneria, un premio nel corso della competizione letteraria delle feste Dionisie.
Dionisio vuole controllare lo Stretto, intende impadronirsi di Reggio. Ha già chiesto in sposa un'aristocratica reggina, ma la cittadinanza era disposta a concedergli soltanto la figlia del boia, uno schiavo pubblico. Il tiranno ha segnato nella sua mente questo affronto, e non se ne dimenticherà facilmente.
Il suo astio per i Reggini è incrementato nel corso degli anni, anche perché la città dello Stretto ha aperto le sue porte ai principali oppositori di Dionisio a Siracusa, fra cui Eloride ed il valoroso Fitone, i quali ora guidano le truppe assediate.
I Numi sono stati avversi ai Reggini, e l'alleanza anti-siracusana, che raccoglieva le più grandi poleis della Magna Grecia, si è infranta sul monticciolo presso il fiume Elleporo, vicino Caulonia; lì, l'esercito italiota è stato circondato da quello nemico, senza alcuna via di scampo. Dionisio ha liberato tutti i prigionieri, senza esigere alcun riscatto: vuol vendicarsi soltanto dei Reggini, che ora assedia per terra e per mare, fidando sull'ausilio dei loro eterni rivali, i Locresi.
Ma Reggio non cade, nonostante l'enorme dispendio di vite umane e di risorse imposte da quasi undici mesi di blocco forzato. Qualche meteco (mercante straniero) specula sulle condizioni di emergenza in cui versa la popolazione, vendendo un pugno di grano per una mina d'argento.
Così, gli opliti reggini rischiano ogni giorno la vita per nutrirsi dell'erba che cresce alta, oltre la cinta muraria; ogni sortita può essere l'ultima. Ma Dionisio, pur di affamare ulteriormente i suoi nemici, reca con sé mucche e capre per far loro brucare, insieme a quei pochi fili verdi, le residue speranze di sopravvivenza dei cittadini.
Un efebo (giovane) di guardia sulle torri di avvistamento è riuscito a colpire il tiranno, mentre dirigeva il tiro di un oxybeles – insieme al gastraphetes, costituivano le nuove armi da lancio perfezionate dagli ingegneri sicelioti al servizio di Dionisio – contro l'acropoli. Ma, disgraziatamente, quel vigliacco non è morto, sebbene la lancia dell'efebo, vibrata violentemente, l'avesse colpito all'inguine.
Il consiglio di guerra siracusano ha tentato, a più riprese, di convincere Dionisio a levare un assedio che sta prosciugando uomini e denari, senza che i Reggini si arrendano. I feroci guerrieri celti e campani che compongono l'armata del tiranno sono rimasti senza paga, ma Dionisio ha promesso loro di spartire le terre dei Reggini, una volta caduta la città: la fertile Taisia (Taureana), il porto di Argeades, la rocca di Scilla e la splendente Leucopetra.
Infine la tenacia di Dionisio viene premiata e i Reggini, ormai ridotti alla stregua di scheletri per via delle numerose privazioni, si arrendono e consegnano l'acropoli, non senza aver venduto cara la pelle, per quasi un anno intero.
Non c'è pietà per gli sconfitti: l'eroico Fitone, il capo della resistenza reggina, viene gettato da uno strapiombo, dopo esser stato costretto ad assistere al supplizio del figlio. Dalla Grecia si alzano le voci di protesta per l'eccidio dei Reggini; l'oratore Lisia accusa duramente il cattivo vincitore.
Ma Reggio risorgerà, forte come prima. Le mura e le case si ricostruiscono, blocco su blocco, mattone su mattone. Del resto, allora i nostri Padri contavano su dei valori che oggi non contraddistinguono i posteri: l'orgoglio di essere figli di questa Terra e il dovere di difenderla dai nemici; persino quando i nemici siamo noi.

Per chi volesse approfondire le vicende storiche legate all'assedio di Rhegion del 387/86 a.C. può consultare i seguenti volumi:
Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, Libro XI
C. Raccuia, Messana, Rhegion e Dionysios I dal 404 al 398 a.C., RSA, 11, 1981, 15-32.
C. Sabatini, Aspetti della politica di Dionisio I in Italia: note sul testo diodoreo, RSA, 16, 1986, 31-48.

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