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lunedì 21 giugno 2010

Storie di guerra reggina - III parte - Garibaldi a Reggio


La spedizione dei Mille rappresenta lo stereotipo dell'avvenimento storico inquinato dalle retoriche nazionalistiche; un episodio indicativo della difficoltà, da parte degli studiosi, di ricercare ed esprimersi in maniera critica, in omaggio a quel metodo scientifico perennemente svincolato dalla propaganda e dalle strumentalizzazioni, oggi smarrito dalla manualistica scolastica e dalla pubblica opinione. Limitiamoci dunque, onde evitare le bieche accuse di revanscismo che vengono frequentemente lanciate a tutti coloro che decidono di trattare il periodo risorgimentale italiano secondo prospettive metodiche, alla narrazione degli eventi bellici che coinvolsero i Reggini nella fatidica estate del 1860.
Garibaldi, dittatore di Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, comincia a prepararsi per lo sbarco in Calabria ai primi dell'agosto del 1860; frattanto, il giovane re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, sperando di salvare il salvabile, aveva riesumato la Costituzione del 1848 (25/06/1860, contravvenendo così alle direttive paterne), col risultato di favorire l'ingresso di numerosi personaggi di tendenza filo-piemontese, spesso affiliati alla Massoneria – che, insieme all'Inghilterra, costituiva il "motore" finanziario della spedizione garibaldina – nei settori chiave dell'esercito, della giustizia e della politica. A Napoli, noti esponenti della malavita locale diventano improvvisamente importanti funzionari del regno, tanto da giustificare il conio dell'espressione "camorra di stato" per designare questo periodo.
Dalla costa siciliana, numerose imbarcazioni di garibaldini – si tenga presente che le camicie rosse, ufficialmente, erano un corpo volontario senza uno stato di riferimento, seppur non troppo velatamente appoggiato dal Regno di Sardegna e dall'Inghilterra per motivazioni politiche ed economiche (Vittorio Emanuele II e Cavour volevano espandere il proprio regno, mentre l'Inghilterra, nell'imminente apertura del Canale di Suez, intendeva liberarsi di un concorrente scomodo nel circuito mercantile del Mediterraneo, che per altro aveva già firmato un trattato di intesa commerciale con la Russia) – cominciarono ad attraversare lo Stretto in modo da costituire delle teste di ponte nel territorio reggino. Centinaia di garibaldini approdano dunque a Cannitello, Bovalino, Bianco e Melito, riuscendo a rifugiarsi sulle alture soprastanti con l'ovvia connivenza dell'esercito borbonico, ormai in gran parte guidato da ufficiali collusi con la causa dei Savoia. In effetti, il ministro della guerra napoletano, Pianel, viene informato dal generale Melendez circa i movimenti delle camicie rosse, ma non prende alcun provvedimento.
Il 19 agosto, Garibaldi e Bixio, imbarcati sulle navi battenti bandiera americana Franklin e Torino, sbarcano sulla spiaggia di Rombolo (presso Melito), eludendo la sorveglianza del duosiciliano Salazar. A Melito, intanto, i massoni Tommaso Nardella, giudice, ed Antonio Plutino, colonnello, si impossessano dell'ufficio telegrafico e delle casse comunali, mettendo il tutto a disposizione dei Mille.
Il continente è difeso da circa ventimila uomini, inspiegabilmente dislocati dal comandante in capo, generale Giambattista Vial, in ampie zone, senza alcuna utilità strategica. Il generale Marra, che accusa il Vial di inettitudine, viene destituito ed avvicendato col massone Fileno Briganti, posto alla guida della 3ª Brigata di Linea, di stanza al Castello Aragonese di Reggio.
Alcune navi piemontesi – si ricordi che i sabaudi non hanno consegnato alcuna dichiarazione di guerra ufficiale al Borbone – sbarcano uomini e mezzi sulle spiagge reggine, mentre il prefetto Liborio Romano, massone anche lui, introduce ovunque funzionari di sua fiducia, assoldando inoltre nella Guardia Nazionale Borbonica gli sgherri dei "galantuomini" locali; questi ultimi erano favorevoli al disfacimento del Regno delle Due Sicilie in quanto desiderosi di accaparrarsi ampi poteri locali e terre demaniali col beneplacito dei nuovi padroni, i Savoia.
In questa prospettiva, la presa di Reggio – avamposto fortificato di Italia e Sicilia (sono parole del geografo antico Strabone), capace di resistere, nel corso dei millenni, a Dionisio, Pirro, Annibale, Alarico, agli Arabi e ai Normanni – diventa una barzelletta, per lo più tinta di disonore in rapporto al suo glorioso passato.
Accade infatti che il 14° Reggimento, anziché essere impiegato per stanare le avanguardie garibaldine presenti sul posto, venga inutilmente utilizzato per delle perlustrazioni cittadine; al suo comandante, colonnello Antonio Dusmet, vengono offerti ben trentamila ducati – Garibaldi e i suoi dispongono, fra gli altri fondi, di due milioni di franchi in oro turco da utilizzare appositamente per "comprare" gli ufficiali borbonici – ma questi rifiuta: la pagherà carissima.
La sera del 20 agosto, il 14° di linea subisce un'imboscata dai garibaldini, entrati in città grazie alla copertura della Guardia Nazionale Borbonica, in Piazza Duomo. Il Dusmet viene assassinato insieme al figlio, mentre il generale Gallotti rifiuta di aprire le porte del Castello Aragonese ai suoi commilitoni in fuga; con le sue navi ancorate a Pentimele, il Salazar, non muove un dito in aiuto della guarnigione, che si arrende il giorno seguente alle camicie rosse.
Si combatterà ancora e, talvolta, i soldati duosiciliani venderanno cara la pelle, sul litorale di Favazzina, sulle alture di Solano e a Piale. Eppure, in sostanza, Garibaldi riuscirà ad entrare a Napoli, per poi consegnare il bottino a Vittorio Emanuele II, presso Teano.
Le storie di guerra reggine finiscono qui. Il resto, fra brigantaggi, malcostume, mafia e sottosviluppo economico, sono i capitoli recenti che affliggono una terra disperatamente bisognosa di recuperare la propria identità culturale, insieme alla smarrita capacità di ragionare coscienziosamente sul futuro di tutti noi.

In foto, i garibaldini che attraversano lo Stretto di Messina.

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