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lunedì 14 giugno 2010

Storie di guerra reggina – II Parte - La conquista normanna di Reggio


Quando verrà espugnata la fortezza di Reggio, tutta l'Italìa cadrà inevitabilmente in mano ai nemici. Per più di mille anni il sistema difensivo calabrese aveva funzionato correttamente: gli eserciti invasori, se la città dello Stretto resisteva, non riuscivano mai a mantenere a lungo l'occupazione di una regione dall'ardua viabilità e per di più geograficamente schiacciata fra la terra e il mare, ove gli approvigionamenti potevano giungere agevolmente solo fidando sul controllo di un porto.
Così Pirro attacca Reggio e viene respinto; Annibale tenta per due volte la scalata delle mura della Collina degli Angeli; Alarico si spaurisce davanti alla statua di Poseidone a Porticello. Per quasi un secolo l'avanzata araba si infrange contro San Niceto, Anomeri, Gallico e San Cirillo, ovvero il circuito difensivo delle “motte”, dislocate intorno alla città .
Ma i barbari Normanni, questi incivili predoni di professione, sono dotati della sagacia diplomatica e delle virtù belliche necessarie per attecchire la libertà dei Greci di Calabria. La cavalleria pesante normanna conta su una forza d'urto esplosiva grazie al sapiente utilizzo di staffe ed arcioni da parte dei catafratti, mentre la mobilità e la capacità di dividersi ed attaccare con piccole unità li rende abili ad assediare persino i centri interni, riuscendo a sostentarsi coi frutti del terrore e delle razzie ai danni delle popolazioni autoctone.
Essi non cercano che la legittimazione politica delle loro conquiste: la strumentalizzazione giuridica dei favori a loro concessi dalle autorità locali costituisce la causa prima dello stanziamento normanno nel Mezzogiorno d'Italia. Da volgare capo-mercenario assoldato nel corso delle contese fra Romei e Longobardi, Guglielmo Braccio di Ferro riesce infine a farsi riconoscere in qualità di vassallo del principe di Salerno; nel 1059 (Concordato di Melfi), dopo aver sconfitto le truppe papali a Civitate (1053), i fratelli Altavilla – Roberto il Guiscardo (termine che significa essenzialmente “farabutto”, in seguito abilmente tradotto con “astuto” dalla storiografia filo-normanna) e Ruggero detto Bosso – diventano feudatari del vescovo di Roma Nicolò II, investiti di autorità per tutte le conquiste passate, presenti e future. Il Farabutto ottiene così i titoli, puramente nominali dal momento che il papa non detiene alcuna prerogativa giuridica sul Mezzogiorno d'Italia (a parte qualche falso documento prodotto ad hoc come la Donazione di Costantino, smascherato definitivamente nel corso dell'Umanesimo), di Duca di Puglia, Calabria e Sicilia, tutti territori ancora da conquistare.
Il popolo ortodosso di Calabria è ora alla mercé di questi ladroni francofoni: nei Normanni, il papa scorge la daga insanguinata che porterà il soglio pontificio a guadagnare le ricche diocesi del Sud, sottrandole finalmente all'Imperatore Romano di Costantinopoli. A partire dal 1056, i fratelli Altavilla prendono ad una ad una, in un delirio di morte e furore, tutte le roccaforti della Calabria romea – Mileto, Gerace, Oppido – mentre solo Reggio riesce a respingere gli invasori.
Dallo Stretto, agli ordini del vescovo e del vice-stratego, si leva un'armata disperata di Elleni, disposta a barattare con la vita l'ultima occasione per battere i Normanni. La piana di San Martino segna il triste epilogo delle resistenza armata greca al giogo dei conquistatori. Ora la strada verso Reggio è spianata: lo stratego, comandante della guarnigione reggina, onde evitare un ulteriore massacro fra i civili, decide di consegnare la città a Roberto il Guiscardo, riconfermato Duca di Calabria sul sagrato della Cattolica dei Greci. Oltre le mura meridionali del kastron (dall'attuale Piazza Camagna, verso sud), i Normanni edificheranno nuovi quartieri e la nuova Cattedrale, a beneficio delle migliaia di mercenari, predoni e diseredati che giungeranno presto dal Nord, con il loro carico di clientelismo, ignoranza e mentalità di stampo spiccatamente malavitoso. La carica vescovile reggina sarà venduta al migliore offerente, mentre scrittori e pseudo-intellettuali al servizio degli Altavilla inizieranno a confezionare ex novo la Storia dei Vincitori. I cavalieri romei trionfatori sugli Arabi di Sicilia, immortalati fra le strofe della Canzone d'Aspromonte, verranno trasformati nei pupi di Carlo Magno a Roncisvalle (sostanzialmente una sassaiola occorsa fra i Franchi e i baschi, e non con gli Arabi, con buona pace di Rolando e della sua Durlidana); sulle acque dello Stretto si specchierà la Fata Morgana (che non ci azzecca nulla con la mitologia greca, vera radice delle tradizioni ancestrali locali) e si dirà che i Reggini furono soggetti alla “dominazione bizantina” e all'imposizione di una lingua, il greco, che in realtà parlavano ininterrottamente dai tempi di Omero ( a meno che la lingua grecanica della Bovesia non sia da identificare come uno di quei “miracoli” attraverso i quali, gli esseri umani riescono a parlare idiomi sconosciuti).
I secoli sono trascorsi ma, a ben vedere, i conquistatori non sono del tutto riusciti a cancellare la memoria dei Greci di Calabria, se è vero che sopravvive ancora l'antico idioma nella Bovesia, se è vero che i monaci ortodossi trasmisero ai posteri il patrimonio di cultura e tradizioni ancestrali con l'infaticabile lavoro di copiatura negli scriptoria nostrani, “inventando” l'Umanesimo e il Rinascimento come e più di Petrarca, Bracciolini e compagnia bella.
Il ricordo del nostro passato grandioso risorge nonostante tutto, seppur come flebile fiaccola nei racconti dei pochi che ne conservano gli echi nel cuore. Un racconto che merita di essere valorizzato, se non altro per omaggiare la memoria di quelle centinaia di soldati romei che si fecero massacrare, l'uno dopo l'altro, ad Anomeri, a San Niceto, a Calanna ed in tutte le “motte” del circondario reggino, nei primi anni della dominazione normanna: inviso alla schiavitù della spada e dei libri, un gruppo di eroi si sacrificò orgogliosamente, preferendo la morte ad una sopravvivenza infamante ed asservita alle logiche dei conquistatori. Una sorta di prefigurazione dell'odierna fuga dei cervelli; in fondo, si emigra sempre e comunque per recarsi in altri mondi!

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