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sabato 5 giugno 2010

La logica appiattita delle ricorrenze



Diciottesimi, matrimoni, lauree e festeggiamenti vari; chiunque di voi sia mai stato invitato ad eventi del genere negli ultimi tempi, ha dovuto giocoforza subire il famigerato “stereotipo del festeggiamento”. In altre parole, stiamo parlando della lunga serie di tappe forzate in cui si articola solitamente la celebrazione di un lieto evento; una serie piuttosto dinamica ed aperta a nuove proposte ed inclusioni, dal momento che qualsiasi innovazione escogitata durante l’allestimento di una festa viene immediatamente emulata nel corso delle prossime e simili ricorrenze.
L’esempio classico è costituito dai spesso noiosi ed ipocriti RVM (i filmati montati con foto, audio e video che pretendono di “raccontare” la vita vissuta del festeggiato) che gli invitati devono sorbirsi prima del taglio della torta di una festa per il diciottesimo compleanno. Una trovata inizialmente simpatica ed originale che tuttavia si è presto tramutata in una legge improrogabile, dal momento che ormai non ci sono diciottesimi riusciti senza RVM, semplicemente perché “lo fanno tutti”; d’altronde senza RVM, ci si imbatte nelle critiche feroci da parte degli habitué di cerimonie ed eventi mondani. La stessa manfrina si ripete solitamente anche in occasione delle feste di laurea.
Passiamo agli sposalizi, fiore all’occhiello dell’appiattimento sociale e dello scimmiottamento compulsivo delle mode nostrane o d’oltralpe: le feste matrimoniali, con buona pace della recessione economica – un matrimonio con meno di duecento invitati, specie al Sud, è considerato un pessimo matrimonio, decine di migliaia di euro scialacquate per qualche ora effettiva fra celebrazione e festeggiamento, con buona pace della crisi – durano ormai almeno tre giorni, essendo ormai corredate di iniziative, rituali o stilemi che spaziano dal folkloristico al trash, sino all’osé.
Si comincia col tappezzare la città o il paese di origine degli sposi con manifesti o locandine, decorati con cuoricini, foto ed amorini vari, possibilmente qualche giorno prima del lieto evento; la sera prima della cerimonia si ricorre alla romantica serenata sotto il balcone di casa della morosa; le parenti della sposa raccolgono le decine e decine di corredi (lenzuola, trapunte, tovaglie ed affini) che hanno pazientemente intessuto in vista delle nozze della loro congiunta (ma in casa ci vogliono per forza ventimila corredi? Mai sentito parlare dei coperti o dei fazzolettini di carta?); inoltre, sperando nella buona stella dei convenuti al banchetto, si potrà visionare qualche altro RVM (ancora lui!) prima della torta-gigante assortita.
Ma il vero e proprio capolavoro è rappresentato da un’iniziativa immancabile, esportata direttamente dalle pellicole e dalle serie televisive americane, estranea persino al ricco curriculum delle tradizioni meridionali: l’addio al celibato/nubilato. Si tratta di serate per soli uomini o solo donne, precedenti la cerimonia nuziale, in cui il presunto “addio alla libertà” viene celebrato con l’ausilio di spogliarellisti/e, ballerini/e o sgavettati/e vari/e, mentre ai convenuti vengono distribuiti graziosi souvenirs riproducenti gli organi riproduttivi ed ogni sorta di riferimento allusivo alla promiscuità sessuale. Nei casi in cui la famiglia o gli amici degli sposi dispongano di una certa prosperità pecuniaria, i soli-uomini o le sole-donne vengono senz’altro inviati, per almeno un week-end, presso mete esotiche ove “sfogare” una volta per tutte i propri appetiti sessuali, prima della “condanna eterna” alla monogamia (questo è il sunto della formula matrimoniale-religiosa cattolica, anche se, a giudicare dalle statistiche sulle “coppie che scoppiano” per via di ripetuti tradimenti, molti credenti se ne infischiano altamente dei giuramenti che pronunciano davanti all’altare).
Retaggi delle arcaiche feste dell’abbondanza? Macché, semplicemente amore incondizionato per la libertà; così, almeno, dicono tutti. Peccato che la libertà , in tutto questo complesso di consuetudini omologate, è la sola cosa che, nella maggioranza dei casi, proprio non si riesce a scorgere.
E’ chiaro che ciascuno deve essere libero di festeggiare, comportarsi e spendere come e quanto vuole – nel rispetto della legge – specie quando si tratta di ricorrenze proprie. Ma è altrettanto vero che sarebbe un ragionevole omaggio all’intelligenza ed alla dignità dell’essere umano, quello di agire coerentemente sulla base delle proprie, reali, convinzioni o inclinazioni.
Perché, se addii al nubilato/celibato ed RVM vari costituiscono ormai i dati di fatto dell’apparenza e mai della sostanza, la colpa ricade sull’appiattimento e sull’incapacità di ragionare, di fronte a mode e consuetudini imposte dagli altri, dalla pubblicità o dai settimanali scandalistici, con la propria testa. Si sa, l’uso meccanico finisce prima o poi per logorare il significato intrinseco delle cose; così, quelle poche manifestazioni veritiere di gioia per i propri cari si annullano spesso in cumuli di vuota ritualistica. Ma la purezza dei sentimenti, è chiaro, è ormai svilita dalle logiche della massa e, soprattutto, del mercimonio a cui è soggetta la massa.
Lo fanno tutti”, si dice, ergo “sarei di meno se non lo facessi pure io”. Se ciascuno di voi ritiene utile e necessario, prima di nozze, lauree o diciottesimi, apporre la famigerata banconota all’elastico dello slip danzante dello spogliarellista, allora sia! Il libero arbitrio serve proprio a questo. Ma adattare le proprie ricorrenze all’abitudine e all’altrui emulazione è il fattore che più svuota di importanza le tappe fondamentali della nostra vita. “Lo fanno tutti”, d’accordo, ma siete proprio sicuri che tutti lo facciano coscientemente?

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