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giovedì 10 giugno 2010

In pupa vinces!


Non c'è niente di più sterile al mondo del moralismo: ecco perché, in buona sostanza, se il mercato corrente richiede e privilegia individui del calibro di pupe, tronisti e gieffini – i quali riescono a guadagnare (oltre agli alti compensi ad essi già versati dalle case di produzione televisive), migliaia di euro per una comparsata in discoteca – le responsabilità ricadono immediatamente ed inevitabilmente sui gusti e sulle esigenze dei consumatori. Non si tratta dunque di “colpe”, ma di consuetudini e ragioni spiccatamente economiche. Stiamo sicuri che se grosse porzioni di pubblico gradissero Socrate e Platone, il sistema mediatico produrrebbe filosofi a iosa.
Valutiamo dunque il cursus honorum, in altri termini quali sono i requisiti adatti per rientrare nelle suddette e ben retribuite categorie: il titolo di studio è indifferente, mentre servono una certa dose di esibizionismo ed avvenenza fisica, senza contare quella naturale predisposizione al proferimento o al compimento di idiozie, non importa se veritiere o semplicemente simulate per suscitare clamore. Più la si spara grossa, più si rimane sulla cresta dell'onda: strani paradossi di una società apparentemente tendente verso l'estetismo che in realtà valorizza le brutture.
Conveniamo tutti sulla democraticità di tali requisiti; del resto, il messaggio vincente di questi prodotti è proprio quello di essere alla portata di tutti.
Esaminiamo ora il percorso inverso, relativo ai giovani inclini a praticare l'altra strada, quella della formazione culturale e professionale orientata alla spasmodica ricerca di un lavoro. La durata media dei tempi di studio e specializzazione è ormai ultra-decennale: cinque anni di scuola superiore, più cinque anni di università (mille euro annui, in media, di tasse universitarie da pagare, insieme ai non indifferenti costi di mantenimento, trasporto, acquisti di libri ed altri materiali per studiare), più eventuali specializzazioni semestrali, annuali o biennali mediante frequentazioni di masters (dai mille alle svariate migliaia di euro, ed ovviamente non stiamo parlando dei cartoni animati con protagonista He-Man o Skeletor), stages (anch'essi sovente a carico dei frequentanti) o tirocini (spesso volontari e non retribuiti). Dopo di che, se l'ente/azienda ha percepito abbastanza denaro da parte dei tirocinanti/specializzandi/stagisti, vengono offerti loro contratti di formazione del lavoro, assunzioni a tempo determinato e, solo in rari casi, ingaggi definitivi (specie quando il master/stage/tirocinio aveva lo scopo non dichiarato della messa in vendita dell'impiego).
La maggioranza dei giovani accetta passivamente questi itinera, anche perché l'abbondante percentuale di disoccupati sfornati dagli atenei italiani accentua la competizione e la disperazione dei ragazzi, costretti a piegarsi al seguente ricatto morale: “Se non lo vuoi fare tu, ci sono altri centomila concorrenti pronti a prendere il tuo posto”.
Le cause di questa congiuntura storica, sociale ed economica, sono tante e complesse ed occorrerebbero studi metodici ed approfonditi per conferire ad esse l'attenzione che meritano. Volendo sintetizzare e banalizzare, per amore di completezza, aspetti e problematiche di una difficoltà e di una tristezza disarmanti, diremo che tale quadro desolante è determinato da vari fattori interdipendenti: decenni di stillicidi e mercimoni degli impieghi pubblici; sopravvivenza di lobbies, associazioni a delinquere e logge massoniche che dettano legge in ogni settore pur infischiandosene delle leggi vere (quelle scritte, per intenderci, seppure resti valido quel celebre proverbio che paragona l'applicazione della legge agli stiramenti della pelle nella zona scrotale); un contesto contemporaneo dominato da costumi, mode e mentalità deleterie, nonché dal parossismo prodottosi durante gli anni del boom economico (in sostanza, servendoci di una simpatica metafora biblica, negli anni di “vacche grasse”, anziché amministrare saggiamente le risorse in surplus, si è fatta strage di mandrie ed il sistema è collassato); dulcis in fundo, la colpevole connivenza di tutti noi all'ecatombe della meritocrazia e della competenza (ecco perchè ha poco senso lamentarsi se poi si suole ricorrere al “compare” di turno persino per evitare la fila alla toilette, tanto vale – provocazione – legittimare la raccomandazione in fase di composizione del curriculum vitae).
In conclusione, visto e considerato che la sopravvivenza dell'uomo non sembra basarsi – con buona pace delle svariate credenze religiose – su presupposti etici o morali, bensì sul sempiterno principio del più forte o del più conveniente, benvengano pupe, tronisti e sgavettati vari, benvenga la tv-spazzatura, benvengano le strade agevoli verso il successo, se la coerenza e la sussistenza economica impongono la scelta dolorosa fra il guadagno facile e lo sfruttamento o l'incapacità di programmare un futuro decente, fra la moquette e il lastrico.
Il mondo è cambiato e, quando finalmente ce ne renderemo conto, non saremo più in grado di analizzarne compiutamente le variazioni. Aspettiamo quindi che si esauriscano le false illusioni, le strumentalizzazioni e le chiacchiere, comprese le modeste parole che stiamo sprecando in questo articolo; anche perché, le speranze di alterare queste realtà non riguardano più noi, ma chi verrà dopo di noi, ammesso che saremo in grado di trasmettere alle nuove generazioni modelli ed insegnamenti in grado di non comprometterci ai loro occhi. Chi vivrà vedrà.

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