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domenica 27 giugno 2010

I Reggini che inventarono il Rinascimento


La riscoperta delle opere greco-romane costituisce uno dei principali presupposti della civiltà umanistico-rinascimentale dei secoli XV e XVI. Pochi sanno, tuttavia, che prima di Petrarca, Bracciolini, Salutati, Bruni, Poliziano e compagnia bella, furono i nostri Padri Reggini a contribuire decisivamente alla copiatura e quindi alla trasmissione dei più importanti testi dell'antichità classica.
Il contesto storico entro cui si realizzò tale, monumentale, opera di divulgazione ai posteri coincide con la Calabria Romea (volgarmente detta “bizantina”), raffinato crocevia fra Oriente ed Occidente, nel lunghissimo periodo che intercorre fra il V e il XIV secolo. Successivamente, i frutti della latinizzazione forzosa e delle manovre di annichilimento culturale imposti dai papi romani o dai barbari conquistatori Normanni, Svevi, Angioini o Aragonesi, si possono rintracciare sino ai nostri giorni, nell'imperante quiescenza da parte dei posteri, al richiamo della vera identità e del vero modus vivendi, propriamente reggino.
Alle radici del Rinascimento si trova dunque l'impegno culturale promosso dai religiosi italo-greci, all'interno dei numerosi centri monastici ed ecclesiali disseminati nel territorio reggino. I libri, del resto, erano gli unici beni che potevano essere posseduti dai monaci asceti, affinché la lettura e lo studio ispirassero nuovi principi di vita e di azione. Coltissimi, nonostante la semplicità e la povertà dell'esistenza che conducevano, erano Elia lo Speleota e il suo omonimo nativo di Enna, Nilo da Rossano o Cipriano da Calamizzi (medico anagiro, cioè non si faceva pagare per le sue cure), annoverati fra i più importanti santi italo-greci di ogni tempo.
Presso il monastero di San Nicola Calamizzi (che sorgeva sull'omonimo promontorio, sprofondato nel 1563, frontistante l'area compresa fra l'attuale zona Tempietto e la Stazione FS Centrale), a San Giovanni Theristis di Stilo, a Seminara ed a Sant'Eufemia d'Aspromonte, sorgevano gli scriptoria, i centri di copiatura dei codici, ove gli amanuensi – Basilio Reggino, Costantino Prete, Daniele, Filippo di Bova e Roberto di Tuccio, per fare qualche nome illustre – esercitavano la calligrafia (la “bella scrittura”), l'arte di trascrivere le opere antiche, superando per stile ed ornamenti la bellezza dello stesso testo originale; non è un caso che proprio sulle rive dello Stretto si sia diffuso il cosiddetto “Stile Reggio”, celebre per la raffinata tipologia di scrittura e per i superbi codici miniati.
Si copiava di tutto, in maggioranza testi liturgici e religiosi in genere (letteratura patristica, agiografie, regole monastiche e trattati ascetici), ma anche trattati di medicina, retorica, matematica, logica e storia, raccolte poetiche, romanzi o esegesi sui poemi omerici, oltre alle più autorevoli opere della classicità pagana, considerata un'età preparatoria all'avvento del cristianesimo. Spesso, tali centri monastici fungevano da vere e proprie scuole – e, in certi casi un determinato centro funzionava come uno studium, cioè università, anticipando di molto gli atenei di Bologna o Pavia – a beneficio della popolazione locale.
Il tutto mentre nel resto dell'Europa Occidentale, specie nei secoli X-XI, l'epoca d'oro degli scriptoria reggini e calabresi, imperavano i malcostumi e l'ignoranza dei barbari Franchi o dei sovrani germanici, mentre a Roma un'analfabeta, la disinibita Marozia, pilotava l'elezione dei successori di Pietro (il celebre periodo della pornocrazia papale).
Oggigiorno, i codici trascritti nel Reggino – ne sono pervenuti circa un migliaio – affollano gli scaffali delle principali biblioteche del mondo, dopo aver decisivamente influito sul progresso della scienza e del pensiero moderno. Lombroso e i suoi non pochi seguaci odierni (alcuni di essi sono persino docenti universitari), convinti della naturale inclinazione all'inferiorità da parte dei meridionali, hanno dunque sbagliato la diagnosi: non siamo inferiori, ma semplicemente quiescenti, persino quando l'indifferenza e la stagnazione della nostra cultura sono le cause prime della nostra condanna.

In foto, Monastero di San Filarete e San Elia da Enna (Seminara di Palmi), uno degli antichissimi scriptoria disseminati nel territorio reggino.

venerdì 25 giugno 2010

Presentazione Libro di Natale Zappalà

Martedì 27 Luglio 2010 alle ore 21, presso il Chiostro della Chiesa di San Giorgio al corso di Reggio Calabria, si terrà l’incontro culturale con il dott. Natale Zappalà, autore del libro La Reggio di Anassila. Storia, Economia e   Società. Modererà il dott. Stefano Iorfida (Presidente Associazione Culturale Anassilaos); presenterà il prof. Daniele Castrizio (docente presso l’Università degli Studi di Messina).

La Reggio di Anassila. Storia, Economia e Società


E' finalmente uscito il mio primo volume di divulgazione storica, "La Reggio di Anassila. Storia, Economia e Società", pubblicato dalla Leonida Edizioni di Reggio Calabria.
Una notizia lieta che purtroppo arriva in un momento in cui il sottoscritto si trova in bilico fra il bisogno di sopravvivere e quindi di sussistere economicamente in ossequio alle normative basilari del vivere moderno, e la folle idea di continuare a muoversi sul sentiero tortuoso, bistrattato e talvolta impraticabile, della divulgazione e della valorizzazione delle radici storiche patrie.
Tuttavia, seppur confuso fra l'incertezza del domani e i mille interrogativi dell'oggi, questa pubblicazione è ormai realtà, e quindi desidero di cuore ringraziare tutti coloro che hanno contribuito, in un modo o nell'altro, alla realizzazione del volume, sollecitandomi a proseguire in modo coerente, determinato e forse un po' folle, sulla strada delle mie passioni.
Grazie a tutti i numerosi fruitori del mio blog, agli iscritti del gruppo Facebook Rhegion Calcidese e tutti i lettori di Costaviolaonline, La Comunità Reggini a Roma, IusRhegiNews, perché siete riusciti a fare vostri i miei articoli di approfondimento storico e culturale, cogliendo fra i miei pensieri una parte integrante di me stesso.
Un cenno ad personam, sperando di averli già esaurientemente ringraziati nell'introduzione al mio libro va ai docenti Daniele Castrizio e Bruno Tripodi, che mi hanno pazientemente seguito nella redazione dell'opera, già tesi di specializzazione e completamento della Laurea Magistrale in Società, Culture ed Istituzioni di Europa che ho conseguito nel Novembre 2009, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Messina.
Grazie alla Leonida Edizioni nella persona del suo direttore editoriale Dott. Domenico Polito, per aver creduto nella pubblicazione del volume.
Grazie al Dott. Stefano Iorfida, presidente dell'Associazione Culturale Anassilaos di Reggio Calabria, fra i primi ad incoraggiare i miei studi, concedendomi la possibilità di tenere i meravigliosi incontri culturali presso il chiostro della Chiesa di S. Giorgio al Corso di Reggio Calabria.
Infine grazie a Laura, alla mia famiglia e ai miei amici veri, ai quali questo libro è dedicato.

Per qualsiasi informazioni legate alle presentazioni dell'opera, all'acquisto e alla distribuzione del volume, consultate il sito della Leonida Edizioni (www.editrice-leonida.com).

Aprendo il link sottostante potrete leggere la prefazione al mio libro:
http://www.editrice-leonida.com/Ultime_pubblicazioni/pubblicazioni2010/67.html






lunedì 21 giugno 2010

Storie di guerra reggina - III parte - Garibaldi a Reggio


La spedizione dei Mille rappresenta lo stereotipo dell'avvenimento storico inquinato dalle retoriche nazionalistiche; un episodio indicativo della difficoltà, da parte degli studiosi, di ricercare ed esprimersi in maniera critica, in omaggio a quel metodo scientifico perennemente svincolato dalla propaganda e dalle strumentalizzazioni, oggi smarrito dalla manualistica scolastica e dalla pubblica opinione. Limitiamoci dunque, onde evitare le bieche accuse di revanscismo che vengono frequentemente lanciate a tutti coloro che decidono di trattare il periodo risorgimentale italiano secondo prospettive metodiche, alla narrazione degli eventi bellici che coinvolsero i Reggini nella fatidica estate del 1860.
Garibaldi, dittatore di Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, comincia a prepararsi per lo sbarco in Calabria ai primi dell'agosto del 1860; frattanto, il giovane re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, sperando di salvare il salvabile, aveva riesumato la Costituzione del 1848 (25/06/1860, contravvenendo così alle direttive paterne), col risultato di favorire l'ingresso di numerosi personaggi di tendenza filo-piemontese, spesso affiliati alla Massoneria – che, insieme all'Inghilterra, costituiva il "motore" finanziario della spedizione garibaldina – nei settori chiave dell'esercito, della giustizia e della politica. A Napoli, noti esponenti della malavita locale diventano improvvisamente importanti funzionari del regno, tanto da giustificare il conio dell'espressione "camorra di stato" per designare questo periodo.
Dalla costa siciliana, numerose imbarcazioni di garibaldini – si tenga presente che le camicie rosse, ufficialmente, erano un corpo volontario senza uno stato di riferimento, seppur non troppo velatamente appoggiato dal Regno di Sardegna e dall'Inghilterra per motivazioni politiche ed economiche (Vittorio Emanuele II e Cavour volevano espandere il proprio regno, mentre l'Inghilterra, nell'imminente apertura del Canale di Suez, intendeva liberarsi di un concorrente scomodo nel circuito mercantile del Mediterraneo, che per altro aveva già firmato un trattato di intesa commerciale con la Russia) – cominciarono ad attraversare lo Stretto in modo da costituire delle teste di ponte nel territorio reggino. Centinaia di garibaldini approdano dunque a Cannitello, Bovalino, Bianco e Melito, riuscendo a rifugiarsi sulle alture soprastanti con l'ovvia connivenza dell'esercito borbonico, ormai in gran parte guidato da ufficiali collusi con la causa dei Savoia. In effetti, il ministro della guerra napoletano, Pianel, viene informato dal generale Melendez circa i movimenti delle camicie rosse, ma non prende alcun provvedimento.
Il 19 agosto, Garibaldi e Bixio, imbarcati sulle navi battenti bandiera americana Franklin e Torino, sbarcano sulla spiaggia di Rombolo (presso Melito), eludendo la sorveglianza del duosiciliano Salazar. A Melito, intanto, i massoni Tommaso Nardella, giudice, ed Antonio Plutino, colonnello, si impossessano dell'ufficio telegrafico e delle casse comunali, mettendo il tutto a disposizione dei Mille.
Il continente è difeso da circa ventimila uomini, inspiegabilmente dislocati dal comandante in capo, generale Giambattista Vial, in ampie zone, senza alcuna utilità strategica. Il generale Marra, che accusa il Vial di inettitudine, viene destituito ed avvicendato col massone Fileno Briganti, posto alla guida della 3ª Brigata di Linea, di stanza al Castello Aragonese di Reggio.
Alcune navi piemontesi – si ricordi che i sabaudi non hanno consegnato alcuna dichiarazione di guerra ufficiale al Borbone – sbarcano uomini e mezzi sulle spiagge reggine, mentre il prefetto Liborio Romano, massone anche lui, introduce ovunque funzionari di sua fiducia, assoldando inoltre nella Guardia Nazionale Borbonica gli sgherri dei "galantuomini" locali; questi ultimi erano favorevoli al disfacimento del Regno delle Due Sicilie in quanto desiderosi di accaparrarsi ampi poteri locali e terre demaniali col beneplacito dei nuovi padroni, i Savoia.
In questa prospettiva, la presa di Reggio – avamposto fortificato di Italia e Sicilia (sono parole del geografo antico Strabone), capace di resistere, nel corso dei millenni, a Dionisio, Pirro, Annibale, Alarico, agli Arabi e ai Normanni – diventa una barzelletta, per lo più tinta di disonore in rapporto al suo glorioso passato.
Accade infatti che il 14° Reggimento, anziché essere impiegato per stanare le avanguardie garibaldine presenti sul posto, venga inutilmente utilizzato per delle perlustrazioni cittadine; al suo comandante, colonnello Antonio Dusmet, vengono offerti ben trentamila ducati – Garibaldi e i suoi dispongono, fra gli altri fondi, di due milioni di franchi in oro turco da utilizzare appositamente per "comprare" gli ufficiali borbonici – ma questi rifiuta: la pagherà carissima.
La sera del 20 agosto, il 14° di linea subisce un'imboscata dai garibaldini, entrati in città grazie alla copertura della Guardia Nazionale Borbonica, in Piazza Duomo. Il Dusmet viene assassinato insieme al figlio, mentre il generale Gallotti rifiuta di aprire le porte del Castello Aragonese ai suoi commilitoni in fuga; con le sue navi ancorate a Pentimele, il Salazar, non muove un dito in aiuto della guarnigione, che si arrende il giorno seguente alle camicie rosse.
Si combatterà ancora e, talvolta, i soldati duosiciliani venderanno cara la pelle, sul litorale di Favazzina, sulle alture di Solano e a Piale. Eppure, in sostanza, Garibaldi riuscirà ad entrare a Napoli, per poi consegnare il bottino a Vittorio Emanuele II, presso Teano.
Le storie di guerra reggine finiscono qui. Il resto, fra brigantaggi, malcostume, mafia e sottosviluppo economico, sono i capitoli recenti che affliggono una terra disperatamente bisognosa di recuperare la propria identità culturale, insieme alla smarrita capacità di ragionare coscienziosamente sul futuro di tutti noi.

In foto, i garibaldini che attraversano lo Stretto di Messina.

mercoledì 16 giugno 2010

Salviamo la lingua greca di Calabria!


Duemilacinquecentocinquanta membri, ma potrebbero e dovrebbero essere molti di più.
Parliamo di un gruppo Facebook – il social-network più diffuso – Salviamo la lingua greca di Calabria, il cui fine essenziale è la valorizzazione dell'antichissimo idioma nostrano, classificato dal Red Book dell'Unesco fra le lingue in pericolo di estinzione.
Gli affiliati al gruppo condividono in rete degli affascinanti video girati fra gli scorci e i monumenti più suggestivi della Bovesia, articoli di divulgazione storica consultabili anche in greco-calabro, insieme ad ogni tipo di iniziativa utile a promuovere la conoscenza di questa lingua parlata ininterrottamente, con buona pace di tutti quegli ametodici pseudointellettuali che cercano di ricondurla al neo-greco di XV secolo, sin dai tempi legati al primo insediamento euboico nel Reggino, nell'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.
Ciò che più colpisce – siamo lieti di constatarlo – è la giovane età del suo fondatore, Giuseppe Delfino, nato nel 1989, un ragazzo profondamente legato alle plurimillenarie radici della sua patria.
La speranza è dunque quella di suscitare l'interesse nei confronti della nostra storia e della nostra identità, un punto di partenza imprescindibile nella prospettiva di iniziare, finalmente, una serie di politiche e pianificazioni coscienziose che valorizzino le risorse umane, culturali e paesaggistiche locali, così da salvare, insieme alla lingua greco-calabra, il futuro di tutti noi.

lunedì 14 giugno 2010

Storie di guerra reggina – II Parte - La conquista normanna di Reggio


Quando verrà espugnata la fortezza di Reggio, tutta l'Italìa cadrà inevitabilmente in mano ai nemici. Per più di mille anni il sistema difensivo calabrese aveva funzionato correttamente: gli eserciti invasori, se la città dello Stretto resisteva, non riuscivano mai a mantenere a lungo l'occupazione di una regione dall'ardua viabilità e per di più geograficamente schiacciata fra la terra e il mare, ove gli approvigionamenti potevano giungere agevolmente solo fidando sul controllo di un porto.
Così Pirro attacca Reggio e viene respinto; Annibale tenta per due volte la scalata delle mura della Collina degli Angeli; Alarico si spaurisce davanti alla statua di Poseidone a Porticello. Per quasi un secolo l'avanzata araba si infrange contro San Niceto, Anomeri, Gallico e San Cirillo, ovvero il circuito difensivo delle “motte”, dislocate intorno alla città .
Ma i barbari Normanni, questi incivili predoni di professione, sono dotati della sagacia diplomatica e delle virtù belliche necessarie per attecchire la libertà dei Greci di Calabria. La cavalleria pesante normanna conta su una forza d'urto esplosiva grazie al sapiente utilizzo di staffe ed arcioni da parte dei catafratti, mentre la mobilità e la capacità di dividersi ed attaccare con piccole unità li rende abili ad assediare persino i centri interni, riuscendo a sostentarsi coi frutti del terrore e delle razzie ai danni delle popolazioni autoctone.
Essi non cercano che la legittimazione politica delle loro conquiste: la strumentalizzazione giuridica dei favori a loro concessi dalle autorità locali costituisce la causa prima dello stanziamento normanno nel Mezzogiorno d'Italia. Da volgare capo-mercenario assoldato nel corso delle contese fra Romei e Longobardi, Guglielmo Braccio di Ferro riesce infine a farsi riconoscere in qualità di vassallo del principe di Salerno; nel 1059 (Concordato di Melfi), dopo aver sconfitto le truppe papali a Civitate (1053), i fratelli Altavilla – Roberto il Guiscardo (termine che significa essenzialmente “farabutto”, in seguito abilmente tradotto con “astuto” dalla storiografia filo-normanna) e Ruggero detto Bosso – diventano feudatari del vescovo di Roma Nicolò II, investiti di autorità per tutte le conquiste passate, presenti e future. Il Farabutto ottiene così i titoli, puramente nominali dal momento che il papa non detiene alcuna prerogativa giuridica sul Mezzogiorno d'Italia (a parte qualche falso documento prodotto ad hoc come la Donazione di Costantino, smascherato definitivamente nel corso dell'Umanesimo), di Duca di Puglia, Calabria e Sicilia, tutti territori ancora da conquistare.
Il popolo ortodosso di Calabria è ora alla mercé di questi ladroni francofoni: nei Normanni, il papa scorge la daga insanguinata che porterà il soglio pontificio a guadagnare le ricche diocesi del Sud, sottrandole finalmente all'Imperatore Romano di Costantinopoli. A partire dal 1056, i fratelli Altavilla prendono ad una ad una, in un delirio di morte e furore, tutte le roccaforti della Calabria romea – Mileto, Gerace, Oppido – mentre solo Reggio riesce a respingere gli invasori.
Dallo Stretto, agli ordini del vescovo e del vice-stratego, si leva un'armata disperata di Elleni, disposta a barattare con la vita l'ultima occasione per battere i Normanni. La piana di San Martino segna il triste epilogo delle resistenza armata greca al giogo dei conquistatori. Ora la strada verso Reggio è spianata: lo stratego, comandante della guarnigione reggina, onde evitare un ulteriore massacro fra i civili, decide di consegnare la città a Roberto il Guiscardo, riconfermato Duca di Calabria sul sagrato della Cattolica dei Greci. Oltre le mura meridionali del kastron (dall'attuale Piazza Camagna, verso sud), i Normanni edificheranno nuovi quartieri e la nuova Cattedrale, a beneficio delle migliaia di mercenari, predoni e diseredati che giungeranno presto dal Nord, con il loro carico di clientelismo, ignoranza e mentalità di stampo spiccatamente malavitoso. La carica vescovile reggina sarà venduta al migliore offerente, mentre scrittori e pseudo-intellettuali al servizio degli Altavilla inizieranno a confezionare ex novo la Storia dei Vincitori. I cavalieri romei trionfatori sugli Arabi di Sicilia, immortalati fra le strofe della Canzone d'Aspromonte, verranno trasformati nei pupi di Carlo Magno a Roncisvalle (sostanzialmente una sassaiola occorsa fra i Franchi e i baschi, e non con gli Arabi, con buona pace di Rolando e della sua Durlidana); sulle acque dello Stretto si specchierà la Fata Morgana (che non ci azzecca nulla con la mitologia greca, vera radice delle tradizioni ancestrali locali) e si dirà che i Reggini furono soggetti alla “dominazione bizantina” e all'imposizione di una lingua, il greco, che in realtà parlavano ininterrottamente dai tempi di Omero ( a meno che la lingua grecanica della Bovesia non sia da identificare come uno di quei “miracoli” attraverso i quali, gli esseri umani riescono a parlare idiomi sconosciuti).
I secoli sono trascorsi ma, a ben vedere, i conquistatori non sono del tutto riusciti a cancellare la memoria dei Greci di Calabria, se è vero che sopravvive ancora l'antico idioma nella Bovesia, se è vero che i monaci ortodossi trasmisero ai posteri il patrimonio di cultura e tradizioni ancestrali con l'infaticabile lavoro di copiatura negli scriptoria nostrani, “inventando” l'Umanesimo e il Rinascimento come e più di Petrarca, Bracciolini e compagnia bella.
Il ricordo del nostro passato grandioso risorge nonostante tutto, seppur come flebile fiaccola nei racconti dei pochi che ne conservano gli echi nel cuore. Un racconto che merita di essere valorizzato, se non altro per omaggiare la memoria di quelle centinaia di soldati romei che si fecero massacrare, l'uno dopo l'altro, ad Anomeri, a San Niceto, a Calanna ed in tutte le “motte” del circondario reggino, nei primi anni della dominazione normanna: inviso alla schiavitù della spada e dei libri, un gruppo di eroi si sacrificò orgogliosamente, preferendo la morte ad una sopravvivenza infamante ed asservita alle logiche dei conquistatori. Una sorta di prefigurazione dell'odierna fuga dei cervelli; in fondo, si emigra sempre e comunque per recarsi in altri mondi!

giovedì 10 giugno 2010

In pupa vinces!


Non c'è niente di più sterile al mondo del moralismo: ecco perché, in buona sostanza, se il mercato corrente richiede e privilegia individui del calibro di pupe, tronisti e gieffini – i quali riescono a guadagnare (oltre agli alti compensi ad essi già versati dalle case di produzione televisive), migliaia di euro per una comparsata in discoteca – le responsabilità ricadono immediatamente ed inevitabilmente sui gusti e sulle esigenze dei consumatori. Non si tratta dunque di “colpe”, ma di consuetudini e ragioni spiccatamente economiche. Stiamo sicuri che se grosse porzioni di pubblico gradissero Socrate e Platone, il sistema mediatico produrrebbe filosofi a iosa.
Valutiamo dunque il cursus honorum, in altri termini quali sono i requisiti adatti per rientrare nelle suddette e ben retribuite categorie: il titolo di studio è indifferente, mentre servono una certa dose di esibizionismo ed avvenenza fisica, senza contare quella naturale predisposizione al proferimento o al compimento di idiozie, non importa se veritiere o semplicemente simulate per suscitare clamore. Più la si spara grossa, più si rimane sulla cresta dell'onda: strani paradossi di una società apparentemente tendente verso l'estetismo che in realtà valorizza le brutture.
Conveniamo tutti sulla democraticità di tali requisiti; del resto, il messaggio vincente di questi prodotti è proprio quello di essere alla portata di tutti.
Esaminiamo ora il percorso inverso, relativo ai giovani inclini a praticare l'altra strada, quella della formazione culturale e professionale orientata alla spasmodica ricerca di un lavoro. La durata media dei tempi di studio e specializzazione è ormai ultra-decennale: cinque anni di scuola superiore, più cinque anni di università (mille euro annui, in media, di tasse universitarie da pagare, insieme ai non indifferenti costi di mantenimento, trasporto, acquisti di libri ed altri materiali per studiare), più eventuali specializzazioni semestrali, annuali o biennali mediante frequentazioni di masters (dai mille alle svariate migliaia di euro, ed ovviamente non stiamo parlando dei cartoni animati con protagonista He-Man o Skeletor), stages (anch'essi sovente a carico dei frequentanti) o tirocini (spesso volontari e non retribuiti). Dopo di che, se l'ente/azienda ha percepito abbastanza denaro da parte dei tirocinanti/specializzandi/stagisti, vengono offerti loro contratti di formazione del lavoro, assunzioni a tempo determinato e, solo in rari casi, ingaggi definitivi (specie quando il master/stage/tirocinio aveva lo scopo non dichiarato della messa in vendita dell'impiego).
La maggioranza dei giovani accetta passivamente questi itinera, anche perché l'abbondante percentuale di disoccupati sfornati dagli atenei italiani accentua la competizione e la disperazione dei ragazzi, costretti a piegarsi al seguente ricatto morale: “Se non lo vuoi fare tu, ci sono altri centomila concorrenti pronti a prendere il tuo posto”.
Le cause di questa congiuntura storica, sociale ed economica, sono tante e complesse ed occorrerebbero studi metodici ed approfonditi per conferire ad esse l'attenzione che meritano. Volendo sintetizzare e banalizzare, per amore di completezza, aspetti e problematiche di una difficoltà e di una tristezza disarmanti, diremo che tale quadro desolante è determinato da vari fattori interdipendenti: decenni di stillicidi e mercimoni degli impieghi pubblici; sopravvivenza di lobbies, associazioni a delinquere e logge massoniche che dettano legge in ogni settore pur infischiandosene delle leggi vere (quelle scritte, per intenderci, seppure resti valido quel celebre proverbio che paragona l'applicazione della legge agli stiramenti della pelle nella zona scrotale); un contesto contemporaneo dominato da costumi, mode e mentalità deleterie, nonché dal parossismo prodottosi durante gli anni del boom economico (in sostanza, servendoci di una simpatica metafora biblica, negli anni di “vacche grasse”, anziché amministrare saggiamente le risorse in surplus, si è fatta strage di mandrie ed il sistema è collassato); dulcis in fundo, la colpevole connivenza di tutti noi all'ecatombe della meritocrazia e della competenza (ecco perchè ha poco senso lamentarsi se poi si suole ricorrere al “compare” di turno persino per evitare la fila alla toilette, tanto vale – provocazione – legittimare la raccomandazione in fase di composizione del curriculum vitae).
In conclusione, visto e considerato che la sopravvivenza dell'uomo non sembra basarsi – con buona pace delle svariate credenze religiose – su presupposti etici o morali, bensì sul sempiterno principio del più forte o del più conveniente, benvengano pupe, tronisti e sgavettati vari, benvenga la tv-spazzatura, benvengano le strade agevoli verso il successo, se la coerenza e la sussistenza economica impongono la scelta dolorosa fra il guadagno facile e lo sfruttamento o l'incapacità di programmare un futuro decente, fra la moquette e il lastrico.
Il mondo è cambiato e, quando finalmente ce ne renderemo conto, non saremo più in grado di analizzarne compiutamente le variazioni. Aspettiamo quindi che si esauriscano le false illusioni, le strumentalizzazioni e le chiacchiere, comprese le modeste parole che stiamo sprecando in questo articolo; anche perché, le speranze di alterare queste realtà non riguardano più noi, ma chi verrà dopo di noi, ammesso che saremo in grado di trasmettere alle nuove generazioni modelli ed insegnamenti in grado di non comprometterci ai loro occhi. Chi vivrà vedrà.

lunedì 7 giugno 2010

Storie di Guerra Reggina - Prima Parte - L'assedio di Reggio del 387/86 a.C.


Il progetto “Storie di guerra reggina” si propone di raccontare ai lettori alcuni degli episodi bellici più affascinanti e coinvolgenti, legati alla plurimillenaria Storia di Reggio e del suo territorio.
L'assedio di Reggio del 387/86 a.C. è il primo di una serie di tre articoli, pubblicati a frequenza settimanale, indicativi dell'orgoglio e della fierezza perduta che contraddistingueva il modus vivendi dei nostri Padri.
Recuperare queste radici, magari incominciando ad appassionare i più giovani alle mille pagine epiche del passato di questa terra con proposte innovative e mai tediose, potrebbe costituire una risposta coerente al globale processo di annichilimento culturale a cui, da qualche tempo, è soggetto il nostro popolo.

Il porto, dall'Artemision sino al Tempio di Apollo alla Pangalla (nell'area dell'attuale Lido Comunale) è bloccato dalle navi siracusane; dalla piana di Condera, i mercenari di Dionisio attaccano l'acropoli, fieramente arroccato sulle Colline del Salvatore: i Reggini non possono rifornirsi né d'acqua né di viveri in alcun modo. Ma fra gli abitanti, chiusi entro le mura possenti, non c'è panico: il coraggio e la dignità sono gli unici alimenti di cui si nutrono i Reggini.
Nell'aria si ode la voce sommessa di una città che non intende piegarsi al volere di un rude tiranno, amico dei Barbari senza civiltà, capace di incriminare persino il proprio fratello, solo perché Leptines aveva osato soccorrere i naufraghi di Turi, greci come lui, dopo che quelli erano stati sconfitti dai Lucani e si erano gettati a mare per trovare scampo, avendo scambiato la flotta nemica siracusana per gli alleati Reggini. Un uomo sprezzante di leggi, tradizioni e consuetudini, al quale gli Ateniesi – proprio loro, i più superbi di tutta l'Ellade – concederanno, per piaggioneria, un premio nel corso della competizione letteraria delle feste Dionisie.
Dionisio vuole controllare lo Stretto, intende impadronirsi di Reggio. Ha già chiesto in sposa un'aristocratica reggina, ma la cittadinanza era disposta a concedergli soltanto la figlia del boia, uno schiavo pubblico. Il tiranno ha segnato nella sua mente questo affronto, e non se ne dimenticherà facilmente.
Il suo astio per i Reggini è incrementato nel corso degli anni, anche perché la città dello Stretto ha aperto le sue porte ai principali oppositori di Dionisio a Siracusa, fra cui Eloride ed il valoroso Fitone, i quali ora guidano le truppe assediate.
I Numi sono stati avversi ai Reggini, e l'alleanza anti-siracusana, che raccoglieva le più grandi poleis della Magna Grecia, si è infranta sul monticciolo presso il fiume Elleporo, vicino Caulonia; lì, l'esercito italiota è stato circondato da quello nemico, senza alcuna via di scampo. Dionisio ha liberato tutti i prigionieri, senza esigere alcun riscatto: vuol vendicarsi soltanto dei Reggini, che ora assedia per terra e per mare, fidando sull'ausilio dei loro eterni rivali, i Locresi.
Ma Reggio non cade, nonostante l'enorme dispendio di vite umane e di risorse imposte da quasi undici mesi di blocco forzato. Qualche meteco (mercante straniero) specula sulle condizioni di emergenza in cui versa la popolazione, vendendo un pugno di grano per una mina d'argento.
Così, gli opliti reggini rischiano ogni giorno la vita per nutrirsi dell'erba che cresce alta, oltre la cinta muraria; ogni sortita può essere l'ultima. Ma Dionisio, pur di affamare ulteriormente i suoi nemici, reca con sé mucche e capre per far loro brucare, insieme a quei pochi fili verdi, le residue speranze di sopravvivenza dei cittadini.
Un efebo (giovane) di guardia sulle torri di avvistamento è riuscito a colpire il tiranno, mentre dirigeva il tiro di un oxybeles – insieme al gastraphetes, costituivano le nuove armi da lancio perfezionate dagli ingegneri sicelioti al servizio di Dionisio – contro l'acropoli. Ma, disgraziatamente, quel vigliacco non è morto, sebbene la lancia dell'efebo, vibrata violentemente, l'avesse colpito all'inguine.
Il consiglio di guerra siracusano ha tentato, a più riprese, di convincere Dionisio a levare un assedio che sta prosciugando uomini e denari, senza che i Reggini si arrendano. I feroci guerrieri celti e campani che compongono l'armata del tiranno sono rimasti senza paga, ma Dionisio ha promesso loro di spartire le terre dei Reggini, una volta caduta la città: la fertile Taisia (Taureana), il porto di Argeades, la rocca di Scilla e la splendente Leucopetra.
Infine la tenacia di Dionisio viene premiata e i Reggini, ormai ridotti alla stregua di scheletri per via delle numerose privazioni, si arrendono e consegnano l'acropoli, non senza aver venduto cara la pelle, per quasi un anno intero.
Non c'è pietà per gli sconfitti: l'eroico Fitone, il capo della resistenza reggina, viene gettato da uno strapiombo, dopo esser stato costretto ad assistere al supplizio del figlio. Dalla Grecia si alzano le voci di protesta per l'eccidio dei Reggini; l'oratore Lisia accusa duramente il cattivo vincitore.
Ma Reggio risorgerà, forte come prima. Le mura e le case si ricostruiscono, blocco su blocco, mattone su mattone. Del resto, allora i nostri Padri contavano su dei valori che oggi non contraddistinguono i posteri: l'orgoglio di essere figli di questa Terra e il dovere di difenderla dai nemici; persino quando i nemici siamo noi.

Per chi volesse approfondire le vicende storiche legate all'assedio di Rhegion del 387/86 a.C. può consultare i seguenti volumi:
Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, Libro XI
C. Raccuia, Messana, Rhegion e Dionysios I dal 404 al 398 a.C., RSA, 11, 1981, 15-32.
C. Sabatini, Aspetti della politica di Dionisio I in Italia: note sul testo diodoreo, RSA, 16, 1986, 31-48.

sabato 5 giugno 2010

La logica appiattita delle ricorrenze



Diciottesimi, matrimoni, lauree e festeggiamenti vari; chiunque di voi sia mai stato invitato ad eventi del genere negli ultimi tempi, ha dovuto giocoforza subire il famigerato “stereotipo del festeggiamento”. In altre parole, stiamo parlando della lunga serie di tappe forzate in cui si articola solitamente la celebrazione di un lieto evento; una serie piuttosto dinamica ed aperta a nuove proposte ed inclusioni, dal momento che qualsiasi innovazione escogitata durante l’allestimento di una festa viene immediatamente emulata nel corso delle prossime e simili ricorrenze.
L’esempio classico è costituito dai spesso noiosi ed ipocriti RVM (i filmati montati con foto, audio e video che pretendono di “raccontare” la vita vissuta del festeggiato) che gli invitati devono sorbirsi prima del taglio della torta di una festa per il diciottesimo compleanno. Una trovata inizialmente simpatica ed originale che tuttavia si è presto tramutata in una legge improrogabile, dal momento che ormai non ci sono diciottesimi riusciti senza RVM, semplicemente perché “lo fanno tutti”; d’altronde senza RVM, ci si imbatte nelle critiche feroci da parte degli habitué di cerimonie ed eventi mondani. La stessa manfrina si ripete solitamente anche in occasione delle feste di laurea.
Passiamo agli sposalizi, fiore all’occhiello dell’appiattimento sociale e dello scimmiottamento compulsivo delle mode nostrane o d’oltralpe: le feste matrimoniali, con buona pace della recessione economica – un matrimonio con meno di duecento invitati, specie al Sud, è considerato un pessimo matrimonio, decine di migliaia di euro scialacquate per qualche ora effettiva fra celebrazione e festeggiamento, con buona pace della crisi – durano ormai almeno tre giorni, essendo ormai corredate di iniziative, rituali o stilemi che spaziano dal folkloristico al trash, sino all’osé.
Si comincia col tappezzare la città o il paese di origine degli sposi con manifesti o locandine, decorati con cuoricini, foto ed amorini vari, possibilmente qualche giorno prima del lieto evento; la sera prima della cerimonia si ricorre alla romantica serenata sotto il balcone di casa della morosa; le parenti della sposa raccolgono le decine e decine di corredi (lenzuola, trapunte, tovaglie ed affini) che hanno pazientemente intessuto in vista delle nozze della loro congiunta (ma in casa ci vogliono per forza ventimila corredi? Mai sentito parlare dei coperti o dei fazzolettini di carta?); inoltre, sperando nella buona stella dei convenuti al banchetto, si potrà visionare qualche altro RVM (ancora lui!) prima della torta-gigante assortita.
Ma il vero e proprio capolavoro è rappresentato da un’iniziativa immancabile, esportata direttamente dalle pellicole e dalle serie televisive americane, estranea persino al ricco curriculum delle tradizioni meridionali: l’addio al celibato/nubilato. Si tratta di serate per soli uomini o solo donne, precedenti la cerimonia nuziale, in cui il presunto “addio alla libertà” viene celebrato con l’ausilio di spogliarellisti/e, ballerini/e o sgavettati/e vari/e, mentre ai convenuti vengono distribuiti graziosi souvenirs riproducenti gli organi riproduttivi ed ogni sorta di riferimento allusivo alla promiscuità sessuale. Nei casi in cui la famiglia o gli amici degli sposi dispongano di una certa prosperità pecuniaria, i soli-uomini o le sole-donne vengono senz’altro inviati, per almeno un week-end, presso mete esotiche ove “sfogare” una volta per tutte i propri appetiti sessuali, prima della “condanna eterna” alla monogamia (questo è il sunto della formula matrimoniale-religiosa cattolica, anche se, a giudicare dalle statistiche sulle “coppie che scoppiano” per via di ripetuti tradimenti, molti credenti se ne infischiano altamente dei giuramenti che pronunciano davanti all’altare).
Retaggi delle arcaiche feste dell’abbondanza? Macché, semplicemente amore incondizionato per la libertà; così, almeno, dicono tutti. Peccato che la libertà , in tutto questo complesso di consuetudini omologate, è la sola cosa che, nella maggioranza dei casi, proprio non si riesce a scorgere.
E’ chiaro che ciascuno deve essere libero di festeggiare, comportarsi e spendere come e quanto vuole – nel rispetto della legge – specie quando si tratta di ricorrenze proprie. Ma è altrettanto vero che sarebbe un ragionevole omaggio all’intelligenza ed alla dignità dell’essere umano, quello di agire coerentemente sulla base delle proprie, reali, convinzioni o inclinazioni.
Perché, se addii al nubilato/celibato ed RVM vari costituiscono ormai i dati di fatto dell’apparenza e mai della sostanza, la colpa ricade sull’appiattimento e sull’incapacità di ragionare, di fronte a mode e consuetudini imposte dagli altri, dalla pubblicità o dai settimanali scandalistici, con la propria testa. Si sa, l’uso meccanico finisce prima o poi per logorare il significato intrinseco delle cose; così, quelle poche manifestazioni veritiere di gioia per i propri cari si annullano spesso in cumuli di vuota ritualistica. Ma la purezza dei sentimenti, è chiaro, è ormai svilita dalle logiche della massa e, soprattutto, del mercimonio a cui è soggetta la massa.
Lo fanno tutti”, si dice, ergo “sarei di meno se non lo facessi pure io”. Se ciascuno di voi ritiene utile e necessario, prima di nozze, lauree o diciottesimi, apporre la famigerata banconota all’elastico dello slip danzante dello spogliarellista, allora sia! Il libero arbitrio serve proprio a questo. Ma adattare le proprie ricorrenze all’abitudine e all’altrui emulazione è il fattore che più svuota di importanza le tappe fondamentali della nostra vita. “Lo fanno tutti”, d’accordo, ma siete proprio sicuri che tutti lo facciano coscientemente?

mercoledì 2 giugno 2010

Il Quoziente Intellettivo: verità o bufala?


Esiste un livello di intelligenza generale, una capacità cognitiva globale relativa al complesso delle attività umane che sia misurabile o paragonabile? Nossignore; o, quantomeno, non c'è niente di scientificamente dimostrato in merito.
Eppure, si sa, i luoghi comuni determinano spesso la diffusione di mode o scimmiottamenti stupidi e, oggigiorno, si vendono molto quei prodotti elettronici che pretendono di quantificare l'età celebrale. Su Internet spopolano quiz simili a quelli che, negli Usa (il famigerato SAT, Scholastic Assessment Test, per esempio), vengono effettuati all'inizio del percorso di formazione scolastica, allo scopo di selezionare gli studenti e, possibilmente, pianificare la vita futura degli individui. Come se, un bimbo che ottiene risultati eccellenti nella prima età scolare semplicemente rispondendo a qualche domanda stupida, sia preferibilmente destinato a diventare senatore, presidente o magistrato, con la possibilità di frequentare gli istituti più prestigiosi; se non si tratta di razzismo consapevole, è pur sempre una forma becera di determinismo fantascientifico.
Il concetto di quoziente intellettivo (Q.I.) ebbe origine nel 1904, quando il Ministero della Pubblica Istruzione francese incaricò Alfred Binet di elaborare delle tecniche finalizzate ad individuare gli studenti con difficoltà di apprendimento. Binet elaborò una serie di test di complessità progressiva, indicativi di capacità basilari di ragionamento: se un bambino di sette anni riusciva a risolvere dei quiz che, mediamente, potevano essere superati da scolari della stessa età, all'esaminando in questione veniva assegnata un'età mentale di sette anni, indipendente da quella cronologica. Ricerche successive definirono il quoziente intellettivo sulla base della celebre formula Q.I.= (età mentale/età cronologica) * 100. Difatti, nello stesso 1904, lo psicologo inglese Charles Spearman notò che gli individui che ottenevano punteggi alti in determinate prove, talvolta tendevano a conseguire risultati pregevoli anche in prove diverse: un sillogismo evidente, che tuttavia indusse Spearman a teorizzare l'esistenza di un fantomatico fattore “g, l'intelligenza generale.
La morale della favola è che – l'idiozia dell'uomo è risaputamente contagiosa – ben presto, questi quiz vennero strumentalizzati per dimostrare delle presunte differenze intellettive fra gli individui e, soprattutto, fra gruppi di individui, sulla base dell'etnia, della provenienza geografica o dell'estrazione sociale.
Nel 1924, negli Usa, venne promulgata una legge sull'immigrazione basata sulle presunte differenze intellettive fra gli angloamericani e gli emigrati europei-orientali o mediterranei; in base ai risultati dei test, questi ultimi risultavano “meno intelligenti” rispetto agli anglosassoni, tanto da giustificare l'attuazione di una legislazione restrittiva in termini di concessione della cittadinanza. Test analoghi, nei decenni successivi, tenderanno a certificare la supposta inferiorità intellettiva degli afroamericani.
Se i suddetti gruppi di individui ottenevano sistematicamente risultati peggiori rispetto ad altre componenti nel corso dei quiz, ciò era facilmente spiegabile in base al concetto di “minaccia dello stereotipo”. In altri termini, quando un individuo, sottoposto a test del genere, risultava psicologicamente condizionato dalla pessima fama legata alla sua presunta inferiorità – si ricordi che, per esempio, negli Stati Uniti degli anni Venti, dare del “mediterraneo” ad una persona era sinonimo di vigliacco o bifolco – otteneva immancabilmente punteggi bassi.
In realtà, l'esistenza dell'uomo ed il funzionamento del suo cervello sono soggette ad un'infinità di variabili, condizionamenti e fattori vari. Per tali ragioni, oggigiorno, studi psicologici o sociologici più seri (Gardner, per esempio) parlano di forme distinte di intelligenza piuttosto che di quoziente intellettivo o età celebrale. In ogni caso, si utilizzano sagge cautele e ponderate sperimentazioni in omaggio alla complessità che regola il mondo, evitando di divulgare dogmi apodittici parascientifici volti a legittimare delle false verità.
L'unica cosa certa, in fondo – con buona pace di tutti quei ciarlatani e pseudo-scienziati di bassa lega, il cui vivido esempio è Cesare Lombroso – è che conosciamo una minima parte del nostro cervello, sebbene ciò basti spesso a sostenere delle fallacee ineguaglianze fra gli esseri umani. Nonostante tutto, milioni di persone continuano a seguire, acriticamente quando non stupidamente, dei simili oltraggi – quelli sì – alla dignità della Natura e della VERA Scienza.