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lunedì 10 maggio 2010

Antonello da Messina e l'Annunciata


Antonello da Messina (1430-1479 circa), al pari di molteplici artisti meridionali, non riceve l'attenzione che invece meriterebbe da parte della manualistica scolastica; questo grande pittore quattrocentesco viene inoltre snobbato o ignorato dalla maggioranza dei docenti liceali di storia dell'arte. Un'ignominia che purtroppo contraddistingue molti professori calabresi o siciliani, ignari o dimentichi delle proprie radici: il tutto, in ossequio alle direttive ministeriali, spesso carnefici dell'identità e della cultura del Sud.
Antonello viene unanimemente considerato dagli specialisti uno degli artefici del Rinascimento pittorico, un personaggio capace di realizzare una brillante sintesi fra la cultura prospettica italiana e la luminosità o la cura del dettaglio prettamente nordiche: sarà fra i primi a fregiarsi della nitidezza della pittura ad olio – appresa dai suoi incontri con i fiamminghi Barthelemy d'Eyck, Petrus Christus, Memling ed, indirettamente, dal maestro Van Eyck – influenzando decisivamente Piero della Francesca, Leonardo, Bellini e quindi Giorgione, Tiziano, e i più sontuosi interpreti della grande stagione rinascimentale nostrana.
L'Annunciata (1476) rappresenta probabilmente il manifesto programmatico dello stile antonelliano: la posa di tre quarti sul modello dei ritratti borghesi fiamminghi, così come le due fonti di luce rossastra su sfondo scuro (provenienti da sinistra e fuori campo, modello poi seguito soprattutto dal Caravaggio), sono particolari che si integrano magistralmente con la padronanza della prospettiva tipicamente italiana (evidente nell'allineamente perfetto del parapetto rispetto alla posa della figura). Se i tratti del volto sono tracciati analiticamente alla maniera nordica, la Vergine di Antonello rimane idealizzata, non indossa gioielli e non legge libri di preghiera lussuosamente miniati: è una donna povera, umile, "serva del Signore", come attesta il blu-lapislazzuli del manto, il colore degli abiti servili nel mondo romano. Il gesto della mano alzata ricorda le icone bizantine prodotte a Messina, Reggio o Venezia, i luoghi di crocevia per l'Oriente in cui Antonello crebbe e si formò.
Il quadro, sebbene sia denominato Annunciata, risulta apparentemente privo dell'arcangelo Gabriele. L'autore riesce infatti a cogliere il momento culminante del racconto evangelico: Maria viene immortalata proprio quando percepisce il fruscio dell'arcangelo (non ritratto) alle sue spalle.
Un dipinto che intende dunque irradiare un coinvolgimento emozionale nel fedele, tipico dei popolari Teatri dei Misteri coevi, rappresentazioni sceniche di carattere sacrale, illuminate dalla luce di una semplice fiaccola (lo stesso tipo di luce rossastra riprodotta da Antonello), che si allestivano presso i sagrati delle chiese cittadine: una pittura mistica, in definitiva, il cui fine essenziale è ispirare la preghiera.
Del resto, la centralità di Antonello, a dispetto della poca considerazione riservatagli dagli odierni libri di testo, è evidenziata da un singolare aneddoto: alla morte del suo artista di corte, Zanetto Bugatto, il signore di Milano, Ludovico il Moro, tentò invano di ingaggiare Antonello, il "più fiammingo dei pittori italiani" quando la moda del tempo privilegiava la maniera nordica; ebbene, quel posto, rifiutato dal messinese, fu poi occupato da un tale Leonardo da Vinci.

In foto, la Vergine Annunciata di Antonello da Messina (1476). Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis.

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