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lunedì 31 maggio 2010

Caligola e Reggio


Dell'imperatore Caligola (37-41 d.C.), il pubblico ricorderà soprattutto la supposta insanità mentale ed il clima di violenze ed intimidazioni instaurato a Roma, il cui culmine consisterà nella proclamazione a senatore del suo cavallo. Senza troppe pretese di revisionismo storico, occorre ricordare che, in fondo, le fonti superstiti su Caligola sono quasi tutte di stampo filosenatorio e quindi ostili a questo princeps; così come, del resto, gli studi su Nerone, anch'egli tacciato di follia e dispotismo dai suoi contemporanei, hanno altresì dimostrato che il figlio di Agrippina era un abilissimo economista.
Caligola – stando ad una notizia tramandata dallo storico ebreo Giuseppe Flavio – aveva escogitato un'illuminata soluzione per ottimizzare il trasporto del grano egizio nell'Urbe: rendere Reggio il centro principale di smistamento dell'annona, ampliando il suo grande porto e dotandolo di ulteriori infrastrutture.
La città dello Stretto doveva alla peculiarità del suo attracco la grande prosperità di cui godette nel corso dell'antichità classica: l'ampia baia compresa fra Rada Giunchi e Punta Calamizzi onde effettuare lo scarico delle merci al riparo dai venti; fondali digradanti già a pochi metri dalla riva; una serie di arsenali e cantieri navali dislocati fra Reggio stessa e Pellaro. A Caligola non restava che rinsaldare questo imponente sistema portuale per poi lasciare affluire via terra – tramite l'agevole percorso della Via Popilia – gli approvigionamenti alimentari destinati alla capitale.
L'efferata uccisione del princeps, avvenuta nel corso di una congiura ordita nell'anno 41, vanificò tale progetto; il successore, Claudio (41-54) cambiò prospettive, potenziando lo scalo di Ostia.
Tuttavia, i lavori di abbellimento ed ammodernamento del porto di Reggio ideati da Caligola furono comunque portati a termine – oggigiorno, se mi si consente un paragone azzardato, in situazioni analoghe, la passività dei cantieri sarebbe sicuramente stata oggetto di interesse da parte di Striscia la Notizia e del Gabibbo – e, ne sono rimaste delle tracce archeologiche, specie nell'area di Rada Giunchi (detta, anticamente, Pangalla, “bellissima”). Qui, dove sorgeva un antico tempio dedicato ad Apollo – da cui proviene, molto probabilmente, il Kouros Reggino – gli architetti di Caligola avevano ricreato un'atmosfera di rara bellezza scenografica: un ninfeo semicircolare con tanto di cascata artificiale doveva attirare lo sguardo estasiato dei visitatori, sia dal mare che dalla terraferma. Gli scavi in questione, localizzati fra l'area della Stazione F.S. Lido e il Circolo del Tennis, sono oggi interrati.
La spiaggia di Reggio era delimitata da due ampi promontori, la Pangalla e il Pallantion/Punta Calamizzi, a loro volta dominati dalla presenza di due santuari prospicienti, quelli di Apollo ed Artemide, fratelli e figli di Zeus e Latona. Un panorama mozzafiato che solo in parte l'attuale Lungomare Falcomatà – pur incantevole e fascinoso – riesce a fare intuire all'osservatore. La Memoria dei Padri, nonostante tutto, può dare occhio ai ricordi, rievocando gli scenari perduti della nostra terra e delle sue radici.

Allegata all'articolo, una foto d'epoca che ritrae la suggestiva Rada Giunchi.

domenica 23 maggio 2010

La "guerra dei santi"


I due Elia, Fantino il Cavallaio e Fantino il Giovane; Nilo da Rossano e Nicodemo da Mammola; Filareto di Seminara e Leo di Bova: sono solo alcuni nomi di santi italo-greci. Per conoscere la loro storia, nella maggioranza dei casi, occorre frequentare un corso di studi universitario in materie umanistiche o professare la fede cristiano-ortodossa.
Di converso, la religiosità popolare reggina si avvale di culti straordinariamente seguiti, relativi a santi di origine settentrionale o estera, quali Francesco di Assisi, Antonio da Lisbona (più noto come Antonio di Padova), Rocco di Montpellier o Domenico Guzman.
La spiegazione di tale paradosso evidente – una terra ricca di modelli di santità autoctoni che attribuisce largo credito agli “stranieri” – risiede in antiche motivazioni storiche, politiche e propagandistiche.
Si sa che la Calabria e, il Reggino in particolare, almeno dall'XI secolo in poi, furono esposti alle orde barbariche dei conquistatori Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e via dicendo, i quali, al fine di legittimare il possesso di quelle floride e plurimillenarie regioni, nonché di prevenire le eventuali ribellioni, pensarono bene di cancellarne la storia, la cultura e le tradizioni ancestrali.
Sul terreno prettamente religioso, la strategia applicata dai suddetti predoni consistette soprattutto nella fondazione capillare di monasteri benedettini e centri abbaziali di rito latino nei luoghi-chiave (l'esempio classico è l'Abbazia di S. Maria e i XII Apostoli a Bagnara) dei territori conquistati, in modo da poter competere e successivamente scalzare i centri religiosi e gli scriptoria ortodossi.
Alla fine del XIII secolo, insieme agli Angiò, la Santa Inquisizione approdò sulle rive dello Stretto, perfezionando, grazie alla frenetica attività di repressione e violenza condotta dai fondamentalisti benedettini e domenicani, l'imposizione di culti e dottrine religiose di provenienza franca. Il tutto grazie all'incondizionato appoggio dei pontefici romani, sovrani feudali, pur senza uno straccio di fondamento giuridico, del Regnum Siciliae.
Oggigiorno, la memoria della “guerra dei santi”, uno dei molteplici aspetti legati alla strategia globale di annichilimento culturale dell'Identità Reggina e Meridionale in genere, vive esclusivamente negli studi degli accademici e nei ricordi di tutti coloro che non dimenticano le proprie, vere, radici.
Tuttavia, chiunque di voi vada a visitare il monastero di S. Giovanni Theristis a Bivongi o quello di S. Filareto e S. Elia il Giovane a Seminara, ammirando estasiato le peculiarità architettoniche o le superbe icone romeo-bizantine, non potrà fare a meno di provare quell'inspiegabile moto interiore fatto di brividi e reminescenze arcane che l'indomito senso di appartenenza a questa terra bellissima e sventurata non riesce, nonostante tutto, a celare.

In foto: Ritratti di S. Nicodemo da Mammola e S. Elia lo Speleota; il Monastero di S. Giovanni Theristis a Bivongi e quello di S. Filareto e S. Elia il Giovane a Seminara.

domenica 16 maggio 2010

La battaglia dello Stretto fra Ottaviano e Sesto Pompeo


La lunga guerra civile fra Cesare e Pompeo non si concluse affatto con la celebre vittoria ottenuta dal dittatore a Farsalo (48 a.C.): le sacche di resistenza pompeiane, in Sicilia, Africa Settentrionale, Spagna ed Asia, richiesero ancora molti anni di campagne militari e sforzi economici, che sopravviveranno a Cesare stesso, assassinato alle Idi di Marzo del 44 a.C.
Nella fattispecie, uno dei figli del defunto Pompeo, Sesto, dotato di una flotta imponente, aveva occupato (42 a.C.) la Sicilia, bloccando gli approvvigionamenti alimentari che giungevano dall'isola a Roma. Una guerra “piratesca” passata alla Storia con la definizione di Bellum Siculum, che oppose a Sesto l'erede designato di Cesare, quell'Ottaviano destinato a diventare Augusto (cioè “accresciuto”), il primo princeps di Roma. Gli scontri fra i due contendenti si protrassero sino al 36, anno in cui la flotta romana guidata da Agrippa sconfisse definitivamente quella pompeiana a Nauloco, sul golfo di Patti.
Appiano di Alessandria (95-165 d.C. Circa) descrisse nella sua opera storiografica questa lunga serie di operazioni militari, che si svolsero tutte nell'area dello Stretto. Prima di soccombere a Nauloco, tuttavia, Sesto Pompeo vendette cara la pelle, infliggendo diverse batoste – al largo di Scilla ed un'altra fra Colonna Reggina e lo stesso Capo Scilleo – alle navi di Salvidieno Rufo ed Agrippa, navarchi per conto di Ottaviano. In seguito ad una delle suddette disfatte, avvenuta fra Scilla e Colonna Reggina, la flotta di Rufo si ritirò presso Portus Balarum, un luogo di approdo fortificato, dotato di cantieri navali per riparare gli scafi danneggiati delle imbarcazioni.
Per quanto concerne la localizzazione di questa località, in passato si sono versati fiumi di inchiostro: l'identificazione più accreditata rimane quella di Pellaro (Porto Bolaro); un'ipotesi che del resto confermerebbe la teoria secondo cui, lungo la costa fra la foce del Calopinace e Leucopetra (Lazzaro), dovevano trovarsi gli arsenali navali e tutte quelle infrastrutture connesse al grande porto di Reggio, il migliore, insieme a quello di Taranto, di tutta l'Italia Meridionale.
Qualcuno ha tentato, d'altra parte, di identificare Balarum con l'odierna Bagnara, il cui toponimo rimanderebbe alla presenza, in loco, di acque dolci, destinate a scopi termali. Si tratta di una proposta ancora debole, anche perchè non sembrano esserci ulteriori menzioni nelle fonti che consentano di suffragare questa tesi. Ciò nonostante, sarebbe opportuno riprendere gli studi sul Bellum Siculum, soprattutto alla luce delle nuove acquisizioni topografiche relative alla storia della provincia di Reggio Calabria, a partire dalla collocazione di Colonna Reggina (luogo di attraversamento dello Stretto nell'antichità classica) presso Porticello di Villa San Giovanni piuttosto che alla Catona di dantesca memoria (che diverrà la stazione di traghettamento privilegiata alla fine del '200, in epoca angioina, quando i Messinesi decisero di spostare l'approdo siciliano da Capo Peloro alla foce del Torrente Boccetta). Occorrerà considerare inoltre che lo stesso Stretto, in antichità, era convenzionalmente denominato “di Scilla” e non “di Messina”: bisognerà dunque tenere conto di questa sorta di spostamento verso nord del baricentro geografico dell'antico Porthmos, specie sul terreno delle identificazioni toponomastiche e topografiche. La pianificazione di ulteriori indagini di archeologia subacquea – magari legali e non clandestine – potranno sicuramente far luce su questa ed altre vicende storiche, legate al nostro territorio.
Ad imperitura memoria del Bellum Siculum rimane comunque la serie monetale battuta da Sesto Pompeo al fine di supportare finanziariamente le spese del conflitto, raffigurante al diritto la statua “miracolosa” di Poseidone che troneggiava sui flutti antistanti Colonna Reggina. Un simbolo perduto di appartenenza territoriale, che diverrà l'emblema della Legio X Fretensis (“dello Stretto”), costituita in seguito alla battaglia di Nauloco, i cui combattenti si copriranno di gloria all'epoca della Rivolta Giudaica domata da Vespasiano e Tito (I sec. d.C.); ma questa, si sa, è un'altra, suggestiva, pagina della nostra bellissima e semi-sconosciuta Storia.

In foto, denarius battuto da Sesto Pompeo, raffigurante al D/ Statua di Poseidone di Colonna Reggina che sormonta la prua della nave ammiraglia di Pompeo; al R/ Scilla combatte contro un nemico invisibile (Ottaviano), armata di un timone.


Pubblicazioni consigliate per chiunque volesse approfondire questo argomento dal punto di vista scientifico :

F. Costabile, Salvidieno Rufo e la Legio X Fretensis nella guerra navale fra Ottaviano e Sesto Pompeo, Rivista Storica Calabrese 1-4, 1985, 357-374 (identificazione fra l'iconografia monetale dei denarii battuti da S. Pompeo con la statua di Poseidon che sorgeva presso Colonna Reggina)

D. Castrizio, Note di iconografia siceliota II. La statua dello Stretto, Polifemo 7, 2007, 211-22. (localizzazione dell'antica Stilida/Colonna Reggina con Porticello di Villa S. Giovanni)

mercoledì 12 maggio 2010

Scende la roccia: il tratto autostradale è maledetto



Scende la roccia; così, storpiando ironicamente l'orecchiabile motivetto un tempo cantato da Gianni Morandi, si potrebbe riassumere l'ennesimo capitolo di quella saga fatta di disagi e sciagure mancate, convenzionalmente denominata Salerno-Reggio Calabria: la caduta dell'enorme masso sul tratto Santa Trada-Scilla.
Non è ancora stato accertato se il crollo del blocco ciclopico staccatosi dal costolone montagnoso sia stata una conseguenza determinata da “lavorazioni prive di autorizzazione” (così recita il comunicato ufficiale dell'ANAS) o se, diversamente, il tutto sia da ricondurre ad un naturale fenomeno di sgretolamento della parete rocciosa soprastante.
L'unica cosa certa è che lavori (autorizzati o privi di autorizzazione), cantieri, interventi continui e quindi pericoli mortali, deviazioni, chiusure, ritardi o congestionamenti del traffico automobilistico, fanno ormai parte della quotidianità per i pendolari e i viaggiatori che si accingono a varcare la SA-RC ed il suddetto tratto in particolare.
Dovremmo dunque adirarci ancora una volta, inveire contro il fato o le cattive gestioni degli esseri umani – novanta minuti per raggiungere Reggio da Bagnara è un'impresa che effettivamente farebbe impallidire persino Ulisse – quando invece, più saggiamente, si potrebbe, con un po' di fantasia, ricavare degli utili dalle sventure, incrementando inoltre il turismo e l'economia locali?
Ecco un'idea provocatoria da sottoporre al vaglio di pubblico ed istituizioni: la realizzazione del Parco Turistico “Tratto Autostradale Maledetto”. Basterebbe chiudere definitivamente al traffico l'autostrada fra gli svincoli di S. Elia-Melicuccà e Santa Trada, traformando le carreggiate, in entrambi i sensi, in sentieri escursionistici; il tutto a beneficio dei visitatori che accorrerebbero da ogni dove pur di ammirare il primo parco autostradale della storia.
Si potrebbero tradurre le statistiche reali relative alle centinaia di incidenti avvenuti lungo il suddetto percorso in termini di leggende arcane, quelle leggende arcane che così tanto successo riscuotono nel pubblico, sbancando i botteghini di cinema, teatri e spettacoli vari. In questo caso, si potrebbe raccontare ai turisti come Dio abbia voluto punire l'arroganza degli uomini, colpevoli di essersi arrischiati di costruire un'infrastruttura viaria sulle montagne, a dispetto delle condizioni logistiche ottimali per edificare sulla litoranea la via più breve, ma anche più noiosa e poco autoglorificante.
In buona sostanza, si tratta soltanto di strumentalizzare a fini pubblicitari la vecchia storia della superbia dell'essere umano che si vuole sostituire all'attività creatrice divina, dimostrando di essere in grado di far circolare le macchine sulle montagne; più gli uomini passavano gli anni a lavorare sul tratto maledetto, più la provvidenza provocava la caduta di frane, massi enormi e piaghe bibliche ai danni degli automobilisti sacrileghi. Se ha avuto successo il Frankenstein di Mary Shelley, pensate davvero che una leggenda così affascinante non possa portare un bel mucchio di quattrini a noi?
Del resto, profezie, maledizioni ed anatemi, non importa quanto attendibili o veritieri, fanno assai presa sul grande pubblico, come attesta il caso della colossale bufala legata alle previsioni Maya sull'ipotetica fine del mondo nel 2012. Non resta che inventarsi qualche aneddoto orrorifico relativo a spiriti inquieti che vagano fra carreggiate e guard-rail ed il gioco è fatto: in fondo, l'atmosfera lugubre necessaria per incrementare il livello di paurosità del futuro Parco Turistico – nebbia e vento a spazzare il selciato – le mette già a disposizione la natura; chi viaggia giornalmente fra Scilla e Santa Trada sa quanto queste affermazioni siano veritiere.
Insomma il Tratto Autostradale Maledetto potrebbe davvero rappresentare, in un futuro prossimo, una risorsa economica e turistica provvidenziale per la nostra provincia. Pensate ai turisti che comprano il biglietto d'ingresso, la pizza di Pellegrina, il gelato sulla Via Marina, i souvenirs al chioschetto e danno la mancia alle guide turistiche autoctone, capaci di far accapponare la pelle con le loro storie di terrore stradale. Col ricavato si potrebbe infine realizzare una nuova autostrada, più breve e funzionale, in modo da evitare di impiegare tampistiche inverosimili per coprire una manciata di chilometri.
Cari lettori, a volte le utopie e l'ironia sono un toccasana per la salute; anche perchè, quando ci passerà la voglia di scherzare, dovremo finalmente confrontarci con l'amara realtà: e allora, dopo la roccia, scenderanno pure le lacrime.

lunedì 10 maggio 2010

Antonello da Messina e l'Annunciata


Antonello da Messina (1430-1479 circa), al pari di molteplici artisti meridionali, non riceve l'attenzione che invece meriterebbe da parte della manualistica scolastica; questo grande pittore quattrocentesco viene inoltre snobbato o ignorato dalla maggioranza dei docenti liceali di storia dell'arte. Un'ignominia che purtroppo contraddistingue molti professori calabresi o siciliani, ignari o dimentichi delle proprie radici: il tutto, in ossequio alle direttive ministeriali, spesso carnefici dell'identità e della cultura del Sud.
Antonello viene unanimemente considerato dagli specialisti uno degli artefici del Rinascimento pittorico, un personaggio capace di realizzare una brillante sintesi fra la cultura prospettica italiana e la luminosità o la cura del dettaglio prettamente nordiche: sarà fra i primi a fregiarsi della nitidezza della pittura ad olio – appresa dai suoi incontri con i fiamminghi Barthelemy d'Eyck, Petrus Christus, Memling ed, indirettamente, dal maestro Van Eyck – influenzando decisivamente Piero della Francesca, Leonardo, Bellini e quindi Giorgione, Tiziano, e i più sontuosi interpreti della grande stagione rinascimentale nostrana.
L'Annunciata (1476) rappresenta probabilmente il manifesto programmatico dello stile antonelliano: la posa di tre quarti sul modello dei ritratti borghesi fiamminghi, così come le due fonti di luce rossastra su sfondo scuro (provenienti da sinistra e fuori campo, modello poi seguito soprattutto dal Caravaggio), sono particolari che si integrano magistralmente con la padronanza della prospettiva tipicamente italiana (evidente nell'allineamente perfetto del parapetto rispetto alla posa della figura). Se i tratti del volto sono tracciati analiticamente alla maniera nordica, la Vergine di Antonello rimane idealizzata, non indossa gioielli e non legge libri di preghiera lussuosamente miniati: è una donna povera, umile, "serva del Signore", come attesta il blu-lapislazzuli del manto, il colore degli abiti servili nel mondo romano. Il gesto della mano alzata ricorda le icone bizantine prodotte a Messina, Reggio o Venezia, i luoghi di crocevia per l'Oriente in cui Antonello crebbe e si formò.
Il quadro, sebbene sia denominato Annunciata, risulta apparentemente privo dell'arcangelo Gabriele. L'autore riesce infatti a cogliere il momento culminante del racconto evangelico: Maria viene immortalata proprio quando percepisce il fruscio dell'arcangelo (non ritratto) alle sue spalle.
Un dipinto che intende dunque irradiare un coinvolgimento emozionale nel fedele, tipico dei popolari Teatri dei Misteri coevi, rappresentazioni sceniche di carattere sacrale, illuminate dalla luce di una semplice fiaccola (lo stesso tipo di luce rossastra riprodotta da Antonello), che si allestivano presso i sagrati delle chiese cittadine: una pittura mistica, in definitiva, il cui fine essenziale è ispirare la preghiera.
Del resto, la centralità di Antonello, a dispetto della poca considerazione riservatagli dagli odierni libri di testo, è evidenziata da un singolare aneddoto: alla morte del suo artista di corte, Zanetto Bugatto, il signore di Milano, Ludovico il Moro, tentò invano di ingaggiare Antonello, il "più fiammingo dei pittori italiani" quando la moda del tempo privilegiava la maniera nordica; ebbene, quel posto, rifiutato dal messinese, fu poi occupato da un tale Leonardo da Vinci.

In foto, la Vergine Annunciata di Antonello da Messina (1476). Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis.

mercoledì 5 maggio 2010

“Agorà”: il film che tutti dovrebbero vedere



Dal 23 Aprile è possibile visionare, nelle migliori sale cinematografiche italiane, l'ultimo lungometraggio di Alejandro Amenábar, “Agorà”, che racconta la drammatica storia della filosofa e matematica Ipazia di Alessandria (365/370 - 408 d.C.) – magistralmente interpretata dall'attrice inglese Rachel Weisz – illustre vittima del fanatismo e della misoginia da parte di alcuni fondamentalisti cristiani, i monaci parabolani, col beneplacito del vescovo locale, Cirillo di Alessandria.
L'uscita di questo film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2009, sul grande schermo italiano è stata posticipata di diversi mesi dalla mancanza di acquirenti interessati ai diritti di distribuzione della pellicola. Qualcuno ha vociferato che in realtà, dietro l'apparente assenza di compratori, si celassero le pressioni esercitate dalle gerarchie vaticane, desiderose di boicottare la diffusione di una sorta di “manifesto” della laicità e del libero pensiero, una nuova riesumazione della vecchia antinomia fra scienza e fede; per amor di verità è opportuno sottolineare che le presunte ingerenze da parte delle autorità cattoliche non sono ancora state dimostrate, sebbene, nei mesi scorsi, siano sorti numerosi movimenti di protesta (soprattutto sul web), culminati nell'organizzazione di una petizione popolare a favore della distribuzione del film che ha annoverato fra i suoi firmatari il celebre matematico Piergiorgio Odifreddi.
Al di là delle immancabili strumentalizzazioni della vicenda, possiamo affermare senza indugi che il comune denominatore concettuale di Agorà coincide soprattutto con un'auspicabile lotta verso ogni forma di intolleranza o fondamentalismo, a prescindere dalla sua ispirazione, laica o religiosa.
Il racconto – e questa è una piacevole novità, dati i risultati mediocri degli ultimi lungometraggi del genere – è storicamente accurato, sebbene non manchino alcune imperfezioni (soprattutto anacronismi o banalizzazioni, specie il riferimento alla presunta marginalità della teoria eliocentrica di Aristarco di Samo, in realtà tenuto in considerazione come e più di Tolomeo negli ambienti scientifici del tempo): così Amenábar si affida quasi interamente ai resoconti storiografici dell'epoca – Damascio e Socrate Scolastico – per ricostruire la fisionomia intellettuale ed evenemenziale di Ipazia e degli altri personaggi, dal praefectus augustalis d'Egitto Oreste a Sinesio, sino ai vescovi Teofilo e Cirillo, oltre alle vicende relative ad Ammonio o ai monaci parabolani.
L'intolleranza e il fondamentalismo vengono vigorosamente avversati non soltanto in un'ottica “anti-cristiana”, bensì stigmatizzando qualsiasi forma di fanatismo filo-pagano, filo-giudaico o filo-scientista, fenomeni assai diffusi in una società cosmopolita e pluriconfessionale come l'Alessandria del IV secolo.
Certamente, ogni personaggio viene analizzato secondo una prospettiva prettamente “terrena” ed “umana”: non si esita a mettere in discussione l'operato del vescovo Cirillo, successivamente ed immeritatamente venerato come santo e “Dottore della Chiesa”, nonostante l'ampiamente documentato clima di violenza da lui instaurato nei confronti di eretici novaziani, ebrei e pagani che risiedevano all'interno della capitale egizia; ma questo, a parere di chi scrive, è un pregio anziché un demerito.
In definitiva, Agorà rappresenta una pellicola che andrebbe proiettata in qualsiasi scuola, associazione o circolo culturale del suolo italiano. Il messaggio di tolleranza ed apertura mentale che esprime è assolutamente compatibile con qualsiasi convinzione religiosa individuale o collettiva. Quando Ipazia, nel corso della bellissima scena ricostruttiva di una riunione assembleare dei dignitari alessandrini, sentendosi accusare di non prestar fede a nulla, risponde “Credo nella Filosofia” - cioè nell'amore per la sapienza (nell'accezione originaria del termine), la fanciulla esprime un pensiero di una chiarezza sconvolgente, il quale riassume i propositi di questo capolavoro: “esiste un solo bene, il sapere, ed un solo male, l'ignoranza”, come scrisse, diverse decine di secoli fa, l'ateniese Socrate.

lunedì 3 maggio 2010

Luoghi insoliti a Bagnara: il mistero delle Anime del Purgatorio



Nel centro storico di Bagnara, all'incrocio fra la salita di via Antonio De Leo e via Giacomo Denaro, poco distante dalla piazza Vincenzo Morello e dal suo Monumento ai Caduti, si situa una località convenzionalmente denominata “All'animi ru Purgatoriu”(trad. Alle anime del Purgatorio), in ricordo di un'antica chiesa che sorgeva nell'area dell'attuale Istituto Industriale, a ridosso dello slargo in cui veniva allestito il mercato civico.
Oggigiorno, l'area ospita – lato monti – un piccolo altare dedicato alle anime di coloro che, secondo le credenze cristiano-cattoliche, si trovano nella condizione di espiare il fio delle proprie colpe, prima di poter definitivamente varcare la soglia del Paradiso. A tal proposito, non sarà superfluo sottolineare che in realtà la dottrina del Purgatorio in qualità di luogo ultraterreno di purificazione dai peccati, non dissimile dalla visionaria descrizione dantesca, è stata definita compiutamente dalla Chiesa Cattolica in un momento piuttosto tardo, durante il Concilio di Lione del 1274, venendo poi ribadita nel 1438 (Concilio di Firenze) e nel 1563 (Concilio di Trento); prima di allora, alcuni libri deuterocanonici ebraici dell'Antico Testamento, Paolo di Tarso, opere letterarie patristiche e certi passi degli scritti di Gregorio Magno, avevano fatto riferimento ad una sorta di “momento di purificazione” (o talvolta ad un “fuoco purgatorio”) delle anime prima dell'ingresso finale nel Regno dei Cieli, senza per questo ipotizzare l'esistenza di uno specifico ambiente extramondano.
Ma torniamo dunque al repertorio delle tradizioni popolari bagnaresi: secondo alcuni antichi racconti, presso il suggestivo scorcio descritto in introduzione, le persone caratterizzate da una forte ricettività emozionale – “chii chi virunu”, cioè “quelli che vedono”, dotati di maggiore sensitività – riuscivano a scorgere talvolta delle lunghe processioni costituite dagli spiriti dei purganti; ognuna di queste entità incorporee recava in mano un lumicino, per rischiarare il cammino verso l'Oltretomba.
Si narra che un giorno un'orfanella, evidentemente in possesso della capacità di “vedere”, decise di avvicinare una di queste anime, vincendo la paura e chiedendole semplicemente “Aund'è 'me mamma?” (“Dov'è mia madre?”). Lo spirito le rispose “E' arretu” (“Si trova dietro, in fila”).
La religiosità popolare del Reggino, si sa, risulta intrisa di elementi fantasiosi, spesso collocati sul labile confine che separa la realtà arcaica dal mito; del resto, è proprio questo connubbio fra storia e leggenda a suscitare l'interesse degli appassionati.
Il patrimonio folkloristico nostrano, tuttavia, giace oggi esposto all'onta della dimenticanza: ecco perché riteniamo opportuno invitare, ancora una volta, i giovani ad ascoltare le memorie degli anziani.
Il racconto popolare, le tradizioni locali, seppure spesso non trattino di fenomeni scientificamente attendibili, rappresentano indubbiamente un rilevante frammento della grande Storia dei Padri che appartiene indistintamente ad ognuno di noi; negare o dimenticare il nostro passato significa, purtroppo, ignorare ignobilmente la nostra identità.

In foto, altare dedicato alle Anime del Purgatorio, a Bagnara Calabra.