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domenica 11 aprile 2010

Uno sguardo al patrimonio storico-artistico locale: la “Testa di Basilea”



I Bronzi di Riace con il loro carico di fascino e mistero continuano, inevitabilmente e ragionevolmente, a calamitare l'interesse del pubblico; tuttavia, i superbi Guerrieri non sono che l'ameno fiore all'occhiello del prodigioso repertorio di capolavori artistici annoverati dal patrimonio culturale ed archeologico reggino. Che i Bronzi continuino a catalizzare l'attenzione è una condizione che talvolta rischia di sminuire l'importanza di reperti come la Testa di Basilea, un tempo parte di una grande statua bronzea recuperata nel 1969 dal carico superstite di un'antica nave naufragata nelle acque di Porticello di Villa San Giovanni, non lontano dal sito in cui, in epoca greco-romana, sorgeva la stazione di traghettamento dello Stretto, il Poseidonion.
Questo enigmatico volto barbuto prende il nome della città elvetica in cui il reperto fu esposto – dopo esser stato trafugato ed acquistato illegalmente dalle autorità svizzere – per poi essere finalmente restituito al Museo Nazionale della Magna Grecia, nel corso degli anni '90.
La Testa di Basilea può essere datata al secondo quarto del V sec. a.C.; la statua originale venne amputata con dei colpi violenti, che ne provocarono la perdita degli occhi – probabilmente realizzati in pasta vitrea o in pietra – danneggiando inoltre il naso e l'orecchio sinistro. L'espressione del volto e i tratti idealizzati ricordano lo “stile severo” diffuso nel contesto artistico greco durante la prima metà del V secolo. I capelli, modellati a piccole ciocche come la barba, sono adornati da un diadema, emblema di regalità.
Le indagini condotte sui vari materiali recuperati dal relitto di Porticello – anfore per derrate alimentari, attrezzature da pesca, lingotti di piombo ed altri oggetti, oltre alla testa del “Filosofo” e ai vari frammenti bronzei (pertinenti a tre, diverse opere artistiche presumibilmente razziate e successivamente smembrate per ricavarne metallo prezioso da fondere) – consentono di circoscrivere il periodo in cui collocare la perdita dell'imbarcazione fra fine del V sec. e l'inizio del secolo successivo.
La nave dovette dunque naufragare nel corso della consueta rotta marittima consistente nel costeggiamento del litorale italico, probabilmente dopo aver fatto tappa in una delle due città dello Stretto, Rhegion o Messana, ove erano state depredate le statue.
Ma c'è di più: l'analisi iconografica e il confronto stilistico fra la Testa di Basilea con alcune immagini monetali siracusane di IV sec. a.C., consentono di identificare il volto barbuto in questione con lo Zeus Eleutherios – cioè Liberatore, la divinità suprema del pantheon olimpico che, secondo il celebre mito, liberò il mondo dai Titani – raffigurato nelle statue fatte erigere nelle città siceliote all'indomani della caduta dei governi tirannici fra il 465 e il 460 a.C.
La vicenda può essere pertanto riassunta come segue: una delle poleis dello Stretto venne conquistata – la presa cartaginese di Messana del 396 o quella siracusana di Rhegion ad opera di Dionisio I del 387 – le opere furono trafugate in qualità di bottino di guerra, frantumate ed imbarcate a bordo della nave destinata ad affondare dopo un breve tragitto, nelle acque antistanti il Poseidonion a Porticello.
Le spume salmastre hanno restituito ai Reggini, nonostante i deplorevoli episodi di cannibalismo e speculazione clandestina che spesso affliggono la scoperta e la valorizzazione dei reperti archeologici nostrani, queste spoglie orgogliose della grecità. A noi non resta che contemplare, stupiti ed orgogliosi, la grande Storia dei Padri che talvolta riaffiora negli echi della memoria.


In foto, la “Testa di Basilea”, in questi mesi esposta presso la “Sala Monteleone” del Consiglio Regionale della Calabria, a Palazzo Campanella.

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