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domenica 25 aprile 2010

Leggende popolari reggine: il “fajettu”


Il folklore reggino è una fonte inesauribile di leggende e racconti, spesso ricchi di fascino e mistero. Non spetta allo storico il compito di accertare la veridicità scientifica di figure mitologiche, entità soprannaturali ed ogni sorta di manifestazione in qualche modo pertinente la sfera del paranormale: l'importante è consegnare alla memoria dei posteri quel prodigioso patrimonio di tradizioni popolari la cui trasmissione eminentemente orale rischia di cancellarne definitivamente il ricordo, laddove l'interesse dei giovani nei riguardi delle vivide narrazioni degli anziani va sempre più affievolendosi.
Talvolta, l'odore della terra bagnata, specie dopo un periodo di prolungata siccità, esala un odore pungente, da ricondurre in larga parte al tanfo del concime, miscelato agli effluvi naturali della campagna. Questo profumo così sgradevole viene da alcuni identificato con l'espressione dialettale “puzza 'i fajitta” (trad. “tanfo di diavoletto/folletto”), la quale designava quell'olezzo pungente di sterco e zolfo, convenzionalmente associato alle apparizioni mefistofeliche.
Il termine fajtta/fajettu dovrebbe derivare etimologicamente dalla radice latina fol, nonché dai termini follis, flare, flatus ed altri derivati del verbo fòllere, che designavano genericamente delle cose leggere e volubili, capaci di muoversi qua e là.
All'interno del vasto repertorio delle tradizioni popolari reggine, il fajettu – come “'u munaciello” campano o il più cattivo “schiavottu” dell'area vibonese – è una minuscola entità abitante gli spazi aerei, caratterizzata da un carattere burlesco e stravagante, capace di portare fortuna o guai agli uomini che si imbattono in lui; vestito con un saio da frate bianco o rosso, indossa un berretto rosso o azzurro, mentre le sue apparizioni sono precedute dal clangore suscitato dal movimento sussultorio delle tavolette di legno che l'essere in questione lega alle sue membra.
In sostanza, il fajettu dovrebbe rientrare nella categoria degli “spiriti folletti”, antichi angeli ribelli non particolarmente cattivi, rimasti sospesi nell'aria fra il mondo terreno e l'aldilà. Ciò spiega perché, nel dialetto reggino, la parola fajettu/fajitta può essere utilizata come sinonimo di “diavolo”.
Gli anziani riconducono spesso l'attività di tali spiritelli alla dimensione onirica: il fajettu, in sogno, può indicare agli uomini la strada da intraprendere per trovare tesori, a patto che gli esseri umani riescano a resistere al suo odore nauseabondo e alle sue ripetute marachelle – rumori, sberleffi, pacche e sputi, strattoni alle lenzuola dei dormienti, ingiurie, imprecazioni ecc. - senza spaventarsi o spazientirsi.
Possiamo concludere, in definitiva, che il tesoro reale consiste nella ricchezza del nostro patrimonio folkloristico, un patrimonio da riscoprire e valorizzare, smettendo finalmente di identificarci con usi, costumi e mentalità magari consoni alle fajtte, ma altamente disdicevoli per gli uomini di coscienza, consapevoli delle proprie radici e della propria Storia.

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