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lunedì 19 aprile 2010

La "Via della Seta" nel Reggino


Si racconta che l'importazione del baco da seta in Occidente sia stata effettuata grazie all'astuzia di alcuni monaci romei-bizantini, i quali, in occasione di un viaggio nel Catai (la Cina odierna), riuscirono a nascondere all'interno di un bastone cavo una “campionatura” di questi animali. Il problema, tuttavia, era rappresentato dalla necessità di trovare una zona favorevole per condizioni climatiche, all'interno dell'Impero, ai fini di impiantare il gelso, le cui foglie costituivano il naturale nutrimento per i bachi; un terreno ottimale fu individuato nel territorio reggino che, fino all'XI sec. e all'arrivo dei barbari Normanni, era parte integrante del Thema (cioè, genericamente, una provincia con funzioni amministrative e militari dell'Impero Bizantino) di Sicilia.
La produzione di seta grezza divenne immediatamente la più importante e redditizia fonte economica degli Uomini dello Stretto, soppiantando la viticultura. L'analisi del registro contabile relativo alle rendite dell'Arcidiocesi di Reggio – il brebion – dimostra che, ogni anno, l'Arcivescovo locale guadagnava circa quattro milioni di nomismata aurei (cioè monete d'oro) dalle vendite di seta grezza: una cifra vertiginosa se pensiamo che la chiesa reggina era soltanto uno dei proprietari terrieri della nostra regione, l'unico di cui è pervenuta la documentazione ai posteri.
La commercializzazione della seta grezza garantiva inoltre l'inserimento della nostra provincia all'interno dei grandi circuiti economici del Mediterraneo orientale, una prospettiva attestata dai dati relativi alla circolazione monetaria del periodo (VII-X sec.). Difatti, se si continua a rinvenire nel Reggino valuta proveniente dalla Siria, dall'Egitto e dalla Palestina, d'altra parte le monete battute in riva allo Stretto riaffiorano a Gerusalemme, ad Antiochia o ad Alessandria d'Egitto. L'alta specializzazione dei filatori autoctoni ne determina il loro impiego presso i più importanti opifici levantini. L'eco di questi fecondi contatti si ravvede poi nelle splendide decorazioni di gusto orientalizzante che adornano tutt'oggi le architetture sacre del Reggino e della Locride.
Putroppo, l'Oriente – per la precisione, un pellegrinaggio in Terrasanta – fu lo scenario del primo incontro coi mercenari Normanni che verranno successivamente assoldati dai Longobardi di Benevento, perfezionando poi fra il 1030 e il 1059, grazie soprattutto all'appoggio dei vescovi romani, una celere conquista del Mezzogiorno italiano. Una conquista che coincise con un lento, anzi lentissimo, processo di decadenza politica, economica e culturale dei nostri Padri, sempre più soggetti alle razzie degli invasori Normanni, Svevi, Angioini ed Aragonesi.
Oggigiorno, i giovani studenti reggini ammutoliscono all'ascolto di questi racconti di grandezze taciute dalla manualistica scolastica e da un Passato scritto dai vincitori; il segno tangibile del conseguimento di quegli obiettivi di annichilimento culturale prefissati dai conquistatori, forti della padronanza di una lezione sempre valida storicamente: un popolo può essere vinto dalla spada, ma la coscienza e il senso di appartenenza delle genti si domina soltanto manipolando e mistificando le loro idee.
Dunque rimaniamo, ancora all'inizio del Terzo Millennio, ancorati al fardello di luoghi comuni che la communis opinio filo-settentrionale ci ha appioppato: sottosviluppo economico, marginalità storica ed irrilevanza politica, malavita, malcostumi e quant'altro sia capace di piegare la mente di una civiltà che per risorgere deve disperatamente recuperare, senza per questo scadere in sterili anacronismi, le proprie radici, comprensive di quella mentalità vincente con la quale abbiamo primeggiato nel Mediterraneo.


In foto, il Thema di Calabria nel X secolo.

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