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mercoledì 28 aprile 2010

Locke e l'idea di laicità dello Stato


Affermiamo oggigiorno di vivere all'interno di uno stato laico, seppure tale percezione sia sovente contraddetta o sminuita sia dalle reiterate ingerenze da parte delle autorità religiose, sia dalla disinformazione imperante che identifica la communis opinio circa l'idea di aconfessionalità diffusa in Italia.
Quali sono le radici storiche del concetto di laicità dello stato?
Occorre risalire all'epoca della Glorious Revolution inglese (1688), quando John Locke (1632-1704) redigeva la sua Lettera sulla tolleranza (1689), per vedere codificati compiutamente i principi di aconfessionalità oggi in vigore presso gli ordinamenti statali moderni.
Erano tempi in cui l'Europa continentale si divideva ancora fra la teocrazia papale e i tanti monarchi assoluti tali “per grazia divina”, mentre la diffusione del Protestantesimo infiammava le guerre di religione, autentici bagni di sangue laddove il motivo fideistico nascondeva le più pragmatiche cagioni legate alla ricerca di potere e ricchezza. “Cuius regio, eius religio”, la Pace di Westfalia (1648), sottoscritta dai principali sovrani europei, aveva riaffermato l'obbligo, da parte dei sudditi, di professare lo stesso credo dei loro governanti.
La stessa Inghilterra, a partire dallo Scisma di Enrico VIII e dalla conseguente nascita della Chiesa Anglicana, era stata dilaniata dai conflitti religiosi, sino al quasi incruento colpo di mano passato alla Storia con la denominazione di “Rivoluzione Gloriosa”, la deposizione della dinastia Stuart a favore di Guglielmo d'Orange, evento che coincise con l'adozione dell'attuale forma di monarchia parlamentare, allora avanguardia giuridica del mondo conosciuto.
In questo contesto, Locke scrisse la Lettera sulla tolleranza, i cui principi-cardine sono tutt'oggi fondamento di ogni ordinamento statale laico, dalla Costituzione USA del 1787 sino ai più moderni corpus legislativi; un documento il cui fine immediato coincideva con la necessità di salvaguardare l'esistenza della Chiesa Anglicana dai tentativi di restaurazione cattolica e prevenire l'insorgere di ulteriori conflitti di natura religiosa.
L'idea-base dello scritto lockiano si individua nella depoliticizzazione della religione in qualità di scelta volontaria dettata dalla volontà personale ed intimistica del singolo.
La religiosità dei singoli non può e non deve interferire con lo Stato, a meno che essa non arrivi a turbare la concordia civile: un concetto di una semplicità sconvolgente e rivoluzionaria, e per questo svincolato da qualsiasi tentativo di distorsione o strumentalizzazione, seppure non manchino, ancora ai nostri giorni, delle ripetute ingerenza nella vita pubblica da parte degli esponenti delle più seguite confesssioni religiose.
Da Locke discende inoltre un'altra concezione di ampia portata, consistente nella demolizione dello “Stato Etico”, cioè quell'utopico ordinamento che aveva la pretesa di “educare” i cittadini tanto vagheggiato da certa letteratura; nell'accezione lockiana, diversamente, lo Stato non si arroga dei compiti morali nei confronti dei cittadini, ma più realistici obiettivi inerenti il mantenimento della sicurezza di persone e beni che compongono la società civile nel suo complesso.
Tali sono le radici storiche dell'idea di laicità statale: qualsiasi discussione in merito dovrebbe essere vanificata dalla chiarezza stessa dell'argomento. Eppure, se ne dibatte ancora; evidentemente, non tutti hanno compresoLocke o, semplicemente, non tutti sanno che la lezione del filosofo inglese risulta oggigiorno alla base della Legge al quale i cittadini devono riservare obbedienza.

In foto, il filosofo inglese John Locke

domenica 25 aprile 2010

Leggende popolari reggine: il “fajettu”


Il folklore reggino è una fonte inesauribile di leggende e racconti, spesso ricchi di fascino e mistero. Non spetta allo storico il compito di accertare la veridicità scientifica di figure mitologiche, entità soprannaturali ed ogni sorta di manifestazione in qualche modo pertinente la sfera del paranormale: l'importante è consegnare alla memoria dei posteri quel prodigioso patrimonio di tradizioni popolari la cui trasmissione eminentemente orale rischia di cancellarne definitivamente il ricordo, laddove l'interesse dei giovani nei riguardi delle vivide narrazioni degli anziani va sempre più affievolendosi.
Talvolta, l'odore della terra bagnata, specie dopo un periodo di prolungata siccità, esala un odore pungente, da ricondurre in larga parte al tanfo del concime, miscelato agli effluvi naturali della campagna. Questo profumo così sgradevole viene da alcuni identificato con l'espressione dialettale “puzza 'i fajitta” (trad. “tanfo di diavoletto/folletto”), la quale designava quell'olezzo pungente di sterco e zolfo, convenzionalmente associato alle apparizioni mefistofeliche.
Il termine fajtta/fajettu dovrebbe derivare etimologicamente dalla radice latina fol, nonché dai termini follis, flare, flatus ed altri derivati del verbo fòllere, che designavano genericamente delle cose leggere e volubili, capaci di muoversi qua e là.
All'interno del vasto repertorio delle tradizioni popolari reggine, il fajettu – come “'u munaciello” campano o il più cattivo “schiavottu” dell'area vibonese – è una minuscola entità abitante gli spazi aerei, caratterizzata da un carattere burlesco e stravagante, capace di portare fortuna o guai agli uomini che si imbattono in lui; vestito con un saio da frate bianco o rosso, indossa un berretto rosso o azzurro, mentre le sue apparizioni sono precedute dal clangore suscitato dal movimento sussultorio delle tavolette di legno che l'essere in questione lega alle sue membra.
In sostanza, il fajettu dovrebbe rientrare nella categoria degli “spiriti folletti”, antichi angeli ribelli non particolarmente cattivi, rimasti sospesi nell'aria fra il mondo terreno e l'aldilà. Ciò spiega perché, nel dialetto reggino, la parola fajettu/fajitta può essere utilizata come sinonimo di “diavolo”.
Gli anziani riconducono spesso l'attività di tali spiritelli alla dimensione onirica: il fajettu, in sogno, può indicare agli uomini la strada da intraprendere per trovare tesori, a patto che gli esseri umani riescano a resistere al suo odore nauseabondo e alle sue ripetute marachelle – rumori, sberleffi, pacche e sputi, strattoni alle lenzuola dei dormienti, ingiurie, imprecazioni ecc. - senza spaventarsi o spazientirsi.
Possiamo concludere, in definitiva, che il tesoro reale consiste nella ricchezza del nostro patrimonio folkloristico, un patrimonio da riscoprire e valorizzare, smettendo finalmente di identificarci con usi, costumi e mentalità magari consoni alle fajtte, ma altamente disdicevoli per gli uomini di coscienza, consapevoli delle proprie radici e della propria Storia.

mercoledì 21 aprile 2010

Messaggio Promozionale

Laureato in Lettere e Filosofia, votazione 110/110 con lode, fornisce proprio supporto culturale e professionale a beneficio di giovani studenti: questi sono i pacchetti offerti:
  • Servizio doposcuola per studenti che frequentano le scuole elementari e medie.
  • Assistenza scolastica per studenti di superiore in Italiano, Storia, Filosofia, Geografia, Francese ed Inglese. Preparazione agli Esami di Maturità, con possibilità di pianificare la tesina per la prova orale.
  • Preparazione e assistenza formativa e consulenze burocratiche per gli studenti universitari iscritti in Lettere Classiche e Moderne, Storia e Filosofia, Operatori dei Beni Culturali, Scienze dell'Editoria e Giornalismo; stesso servizio potrà essere fornito a tutti gli studenti universitari che devono sostenere delle materie di carattere umanistico all'interno del proprio piano di studi.
Per maggiori informazioni scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: nata82@tiscali.it. 

lunedì 19 aprile 2010

La "Via della Seta" nel Reggino


Si racconta che l'importazione del baco da seta in Occidente sia stata effettuata grazie all'astuzia di alcuni monaci romei-bizantini, i quali, in occasione di un viaggio nel Catai (la Cina odierna), riuscirono a nascondere all'interno di un bastone cavo una “campionatura” di questi animali. Il problema, tuttavia, era rappresentato dalla necessità di trovare una zona favorevole per condizioni climatiche, all'interno dell'Impero, ai fini di impiantare il gelso, le cui foglie costituivano il naturale nutrimento per i bachi; un terreno ottimale fu individuato nel territorio reggino che, fino all'XI sec. e all'arrivo dei barbari Normanni, era parte integrante del Thema (cioè, genericamente, una provincia con funzioni amministrative e militari dell'Impero Bizantino) di Sicilia.
La produzione di seta grezza divenne immediatamente la più importante e redditizia fonte economica degli Uomini dello Stretto, soppiantando la viticultura. L'analisi del registro contabile relativo alle rendite dell'Arcidiocesi di Reggio – il brebion – dimostra che, ogni anno, l'Arcivescovo locale guadagnava circa quattro milioni di nomismata aurei (cioè monete d'oro) dalle vendite di seta grezza: una cifra vertiginosa se pensiamo che la chiesa reggina era soltanto uno dei proprietari terrieri della nostra regione, l'unico di cui è pervenuta la documentazione ai posteri.
La commercializzazione della seta grezza garantiva inoltre l'inserimento della nostra provincia all'interno dei grandi circuiti economici del Mediterraneo orientale, una prospettiva attestata dai dati relativi alla circolazione monetaria del periodo (VII-X sec.). Difatti, se si continua a rinvenire nel Reggino valuta proveniente dalla Siria, dall'Egitto e dalla Palestina, d'altra parte le monete battute in riva allo Stretto riaffiorano a Gerusalemme, ad Antiochia o ad Alessandria d'Egitto. L'alta specializzazione dei filatori autoctoni ne determina il loro impiego presso i più importanti opifici levantini. L'eco di questi fecondi contatti si ravvede poi nelle splendide decorazioni di gusto orientalizzante che adornano tutt'oggi le architetture sacre del Reggino e della Locride.
Putroppo, l'Oriente – per la precisione, un pellegrinaggio in Terrasanta – fu lo scenario del primo incontro coi mercenari Normanni che verranno successivamente assoldati dai Longobardi di Benevento, perfezionando poi fra il 1030 e il 1059, grazie soprattutto all'appoggio dei vescovi romani, una celere conquista del Mezzogiorno italiano. Una conquista che coincise con un lento, anzi lentissimo, processo di decadenza politica, economica e culturale dei nostri Padri, sempre più soggetti alle razzie degli invasori Normanni, Svevi, Angioini ed Aragonesi.
Oggigiorno, i giovani studenti reggini ammutoliscono all'ascolto di questi racconti di grandezze taciute dalla manualistica scolastica e da un Passato scritto dai vincitori; il segno tangibile del conseguimento di quegli obiettivi di annichilimento culturale prefissati dai conquistatori, forti della padronanza di una lezione sempre valida storicamente: un popolo può essere vinto dalla spada, ma la coscienza e il senso di appartenenza delle genti si domina soltanto manipolando e mistificando le loro idee.
Dunque rimaniamo, ancora all'inizio del Terzo Millennio, ancorati al fardello di luoghi comuni che la communis opinio filo-settentrionale ci ha appioppato: sottosviluppo economico, marginalità storica ed irrilevanza politica, malavita, malcostumi e quant'altro sia capace di piegare la mente di una civiltà che per risorgere deve disperatamente recuperare, senza per questo scadere in sterili anacronismi, le proprie radici, comprensive di quella mentalità vincente con la quale abbiamo primeggiato nel Mediterraneo.


In foto, il Thema di Calabria nel X secolo.

martedì 13 aprile 2010

Fra legge e religione: il caso dei preti pedofili



Nelle ultime settimane, l'opinione pubblica è stata sconvolta dal riaffiorare di numerosi casi di abusi sessuali sui minori, da parte di chierici cattolici, talvolta persino degli alti prelati.
Non è intenzione di chi scrive strumentalizzare episodi così intrisi di violenze disumane e sofferenze incancellabili per manifestare le proprie avversità nei riguardi della Chiesa Cattolica come pure qualcuno, dai pulpiti televisivi o dalla carta stampata, di recente, ha fatto: mi preme soprattutto l'esigenza di esaminare oggettivamente il problema, sebbene, in determinate casistiche, l'atteggiamento di eminenti personalità legate al mondo cattolico - le quali, di fronte a comprovati tentativi di insabbiamento dei reati di pedofilia commessi da sacerdoti, denunciavano l'esistenza di una sorta di complotto ordito da certa parte del sistema politico e mediatico - ha finito per indisporre e sconvolgere ancor di più le coscienze della gente comune (come ha ragionevolmente sostenuto il teologo Vito Mancuso dalle colonne di Repubblica), alimentando ulteriormente le polemiche ed i tentativi di strumentalizzazione in chiave religiosa o laica del fenomeno.
Lo stato moderno, come quello italiano, sovrano ed aconfessionale, è costituito dall'insieme di tutti i cittadini aventi diritto, uguali di fronte alla Legge; quando uno di essi viene denunciato per aver commesso un reato, questi sarà incriminato, giudicato e, se colpevole, condannato sulla base dell'ordinamento giuridico vigente. Un sacerdote, in quanto cittadino, non è immune da queste, imprescindibili, condizioni. Un prete pedofilo è dunque, prima di tutto, un cittadino trasgressore e, come tale, soggetto all'applicazione delle consuete procedure penali.
Prospettive e constatazioni ovvie, banali? Assolutamente no, dal momento che in molti, delicatissimi, episodi, si tende a confondere il reato e la pena ad esso (eventualmente) comminata col concetto di “peccato” e “perdono” nell'accezione cristiana. Ma un reato – sebbene, a livello soggettivo, in base alla confessione religiosa cui appartiene un singolo, possa essere contemporaneamente considerato peccato – va dapprima comprovato e giudicato dalle autorità preposte e, solo dopo, può essere perdonato, a discrezione della vittima.
Altre volte, i chierici, anacronisticamente, pretendono di dirimere le controversie ed occultare gli scandali semplicemente comportandosi come se non fosse mai stato abolito il foro ecclesiastico – l'antico diritto, a beneficio dei cattolici, di essere giudicati secondo tribunali e legislazioni religiose speculari ed alternative a quelle secolari – quasi facessero parte di un corpo estraneo ed indipendente all'interno degli stati.
Cari lettori, viviamo all'interno di una comunità di cittadini la cui esistenza viene tutelata dall'esercizio sistematico delle leggi. La religione può condizionare i nostri comportamenti solo a livello individuale e privato, fermo restando che il rispetto assoluto delle norme che regolano la vita civile precede l'appartenenza confessionale del singolo.
Questi sono dati de jure et de facto, insindacabili e al riparo da qualsiasi distorsione, di qualsivoglia natura. Quando il pontefice romano ha invitato pubblicamente il mondo cattolico a denunciare i preti pedofili, egli non ha affermato niente di così rivoluzionario: ha soltanto invitato dei cittadini a rispettare le leggi vigenti.
In conclusione, non c'è spazio, a mio parere, per interpretazioni particolari del fenomeno. L'unica cosa che si rischia di perdere di vista, in queste discussioni, è il dramma vissuto dalle vittime degli abusi. Di ciò le associazioni religiose, di qualsiasi fede, fazione o filosofia, dovrebbero preoccuparsi maggiormente poiché, come recita il Salmo 32 della Bibbia, “diritto e giustizia sono alla base del trono di Dio”; e questo la dice lunga su tutto.

Appello per un'adozione del cuore. Aggiornamenti




Il 12 Aprile 2010, è stato ritrovato un bellissimo cagnetto di taglia medio-piccola (vedi foto), età presunta un anno circa, razza tipo barboncino con pelo bianco, che vagava lungo la Statale 18 fra Favazzina e Bagnara Calabra, probabilmente perché abbandonato da qualche idiota.
Il piccolo, fortemente disorientato, correva il serio rischio di essere travolto dalle autovetture, creando inoltre disagio alla circolazione stradale, dal momento che vagava incoscientemente al centro della carreggiata.
Episodi come questi evidenziano il disperato bisogno - oltre che di un briciolo di sensibilità e di intelligenza in più da parte di quei mostri che abbandonano a cuor leggero una vita sacra quanto la loro - di un pronto-intervento locale in grado di salvaguardare l'incolumità di automobilisti e di animali in condizioni del genere.
Il cagnetto è stato comunque salvato grazie al tempestivo quanto provvidenziale intervento di alcuni passanti e si trova momentaneamente al sicuro, presso l'abitazione di una gentilissima signora di Bagnara che tuttavia non potrà tenere a lungo l'animale, in quanto proprietaria di altri tre quattrozampe domestici.
Chiediamo dunque ai lettori di divulgare la notizia, al fine di trovare al più presto a questa piccolo e bellissimo amico bisognoso di coccole e affetto, una famiglia che sappia dargli il calore che merita. Chiunque sia interessato ad un'adozione del cuore chiami il numero 3471040935 oppure scriva alla seguente mail: nata82@live.it
La vita di un essere vivente è stata risparmiata, seppure, come sosteneva il filosofo Socrate “più conosco gli uomini, più apprezzo il mio cane”.
Guardando il filmato sottostante potrete ammirare il cucciolotto in tutto il suo splendore (grazie al sig. Carmelo Carbone che mi ha fornito il video, da lui stesso girato).

Ultimo aggiornamento: il 15 Aprile 2010 abbiamo provveduto a sottoporre il cucciolotto ad un'accurata visita veterinaria (ringraziamo sentitamente la dott.ssa Flaminia Carmelina Duardo per il prezioso ausilio fornitoci), al termine della quale abbiamo appurato che il cagnetto ha circa un anno, è in ottime condizioni fisiche e, fortunatamente, non presenta traumi esterni o interni. L'innata dolcezza e il carattere docile dell'animale lasciano presupporre che il cucciolo, prima dell'abbandono, fosse abituato a stare in casa; tuttavia, la veterinaria non ha riscontrato la presenza di alcun chip di riconoscimento sottocutaneo.
La gentilissima sig.ra Carbone, che ospita temporaneamente il piccolo amico, ha già provveduto alla somministrazione degli antiparassitari; inoltre, il cane risulta già svezzato, nonché abituato a fare i bisogni sempre nello stesso posto. Condizioni ottimali, insieme alla tenerezza che suscita questo dolcissimo piccolino, per provvedere ad un'adozione del cuore.

lunedì 12 aprile 2010

Atti dell'Incontro del 26/02/2010

Finalmente disponibili sul web, nonché scaricabili gratuitamente, gli Atti dell'Incontro del 26/02/2010 promosso dagli Amici della Cultura di Bagnara Calabra, tenutosi presso la Sala Convegni del Grand Hotel Vittoria di Bagnara Calabra (RC) ed intitolato "Itinerario Storico del Territorio Reggino in età antica. Una Tavola Rotonda sulla Storia dei Padri".
Spero che questo contributo possa costituire un valido sussidio a chi, per mestiere, studio, interesse o passione, intende approfondire la Storia dei Padri.
Un solo vincolo per i tanti appassionati del "copia ed incolla": la proprietà intellettuale non si paga, ma si chiede semplicemente. Grazie e buona lettura!

Atti Dell'Incontro 26 Febbraio

domenica 11 aprile 2010

Uno sguardo al patrimonio storico-artistico locale: la “Testa di Basilea”



I Bronzi di Riace con il loro carico di fascino e mistero continuano, inevitabilmente e ragionevolmente, a calamitare l'interesse del pubblico; tuttavia, i superbi Guerrieri non sono che l'ameno fiore all'occhiello del prodigioso repertorio di capolavori artistici annoverati dal patrimonio culturale ed archeologico reggino. Che i Bronzi continuino a catalizzare l'attenzione è una condizione che talvolta rischia di sminuire l'importanza di reperti come la Testa di Basilea, un tempo parte di una grande statua bronzea recuperata nel 1969 dal carico superstite di un'antica nave naufragata nelle acque di Porticello di Villa San Giovanni, non lontano dal sito in cui, in epoca greco-romana, sorgeva la stazione di traghettamento dello Stretto, il Poseidonion.
Questo enigmatico volto barbuto prende il nome della città elvetica in cui il reperto fu esposto – dopo esser stato trafugato ed acquistato illegalmente dalle autorità svizzere – per poi essere finalmente restituito al Museo Nazionale della Magna Grecia, nel corso degli anni '90.
La Testa di Basilea può essere datata al secondo quarto del V sec. a.C.; la statua originale venne amputata con dei colpi violenti, che ne provocarono la perdita degli occhi – probabilmente realizzati in pasta vitrea o in pietra – danneggiando inoltre il naso e l'orecchio sinistro. L'espressione del volto e i tratti idealizzati ricordano lo “stile severo” diffuso nel contesto artistico greco durante la prima metà del V secolo. I capelli, modellati a piccole ciocche come la barba, sono adornati da un diadema, emblema di regalità.
Le indagini condotte sui vari materiali recuperati dal relitto di Porticello – anfore per derrate alimentari, attrezzature da pesca, lingotti di piombo ed altri oggetti, oltre alla testa del “Filosofo” e ai vari frammenti bronzei (pertinenti a tre, diverse opere artistiche presumibilmente razziate e successivamente smembrate per ricavarne metallo prezioso da fondere) – consentono di circoscrivere il periodo in cui collocare la perdita dell'imbarcazione fra fine del V sec. e l'inizio del secolo successivo.
La nave dovette dunque naufragare nel corso della consueta rotta marittima consistente nel costeggiamento del litorale italico, probabilmente dopo aver fatto tappa in una delle due città dello Stretto, Rhegion o Messana, ove erano state depredate le statue.
Ma c'è di più: l'analisi iconografica e il confronto stilistico fra la Testa di Basilea con alcune immagini monetali siracusane di IV sec. a.C., consentono di identificare il volto barbuto in questione con lo Zeus Eleutherios – cioè Liberatore, la divinità suprema del pantheon olimpico che, secondo il celebre mito, liberò il mondo dai Titani – raffigurato nelle statue fatte erigere nelle città siceliote all'indomani della caduta dei governi tirannici fra il 465 e il 460 a.C.
La vicenda può essere pertanto riassunta come segue: una delle poleis dello Stretto venne conquistata – la presa cartaginese di Messana del 396 o quella siracusana di Rhegion ad opera di Dionisio I del 387 – le opere furono trafugate in qualità di bottino di guerra, frantumate ed imbarcate a bordo della nave destinata ad affondare dopo un breve tragitto, nelle acque antistanti il Poseidonion a Porticello.
Le spume salmastre hanno restituito ai Reggini, nonostante i deplorevoli episodi di cannibalismo e speculazione clandestina che spesso affliggono la scoperta e la valorizzazione dei reperti archeologici nostrani, queste spoglie orgogliose della grecità. A noi non resta che contemplare, stupiti ed orgogliosi, la grande Storia dei Padri che talvolta riaffiora negli echi della memoria.


In foto, la “Testa di Basilea”, in questi mesi esposta presso la “Sala Monteleone” del Consiglio Regionale della Calabria, a Palazzo Campanella.

mercoledì 7 aprile 2010

L'epopea di Alessandro Magno sullo Stretto


La meteora storica di Alessandro Magno si concluse, com'è noto, con la prematura scomparsa del re a Babilonia, nel 323 a.C.
Esiste tuttavia un'opera assai letta per tutto il periodo medievale, la quale finge di ignorare il celebre cammino di conquista verso Oriente - dal Granico al Gange, sin quasi a lambire i confini del mondo conosciuto - da parte del conquistatore macedone: il Romanzo di Alessandro dello Pseudo Callistene. Si tratta di una fonte piuttosto complessa in quanto costituita da molteplici racconti, redatti da autori diversi in altrettanti momenti storici e successivamente aggiunti al corpus originario di III sec. a.C., quest'ultimo attribuito convenzionalmente a Callistene di Olinto, nipote del filosofo Aristotele.
Seguendo cursoriamente la trama di tale affascinante epopea, Alessandro, dopo essere stato proclamato “Figlio di Zeus Ammone” presso l'oasi egizia di Siwah, avrebbe proseguito, insieme al proprio valoroso esercito, verso la Libia e l'Occidente, conquistando dapprima Cartagine e poi la Sicilia.
Dalla Trinacria il sovrano traghettò lo Stretto di Scilla (oggi detto “di Messina”) alla volta del Poseidonion – il luogo di attraversamento del canale sul versante calabrese, presso l'odierna Porticello di Villa San Giovanni, la cui denominazione recava il nome del santuario e della statua “miracolosa” del dio marino, posta alla sommità di una torretta-faro - e di lì giunse a Reggio, ove erano frattanto giunti i due consoli Romani, insieme ad una nutrita delegazione proveniente dall'Urbe; il sovrano macedone fu dunque cinto del diadema riservato al kosmokrator, il dominatore del mondo conosciuto, colui che aveva unito l'Oriente all'Occidente.
Non è un caso che l'incoronazione di Alessandro sia stata localizzata dallo Pseudo-Callistene proprio in riva allo Stretto: giungere in armi presso la statua di Poseidone - la Colonna Reggina – secondo un rituale antico, equivaleva ad assicurarsi il possesso dell'Italia e dell'Occidente tirrenico di cui Reggio ne costituiva la “porta” naturale, l'anello di congiunzione fra Est ed Ovest.
Furono molti, stando alle fonti storiografiche, quei condottieri che approdarono al Poseidonion nella speranza di conquistare il suolo italico: si narra che Alarico, re dei Visigoti, alla vista della statua “miracolosa” dello Stretto decise di indietreggiare poiché colto da trepidante terrore; nel VI secolo, il barbaro Totila toccò con la punta della sua lancia quel promontorio sacro, ormai semisommerso dai flutti.
Oggigiorno, l'eco di queste memorie perdute sopravvive soltanto negli scenari paradisiaci rappresentati dalle acque dei due mari che si confondono, aizzate dai venti e superbamente incorniciate dalle fronteggianti coste frastagliate del Peloro e di Santa Trada. L'ameno fascino dei luoghi è la sola cosa che sa rendere giustizia della grande Storia dei Padri.


In foto, una panoramica dello Stretto di Messina, visto da Santa Trada, e un dettaglio del celebre mosaico che raffigura Alessandro Magno durante la battaglia di Isso.

sabato 3 aprile 2010

Tantissimi Auguri

Auguro a tutti i lettori del mio blog di trascorrere un piacevole periodo festivo insieme alle persone care.

καλό Πάσχα!


con affetto
Natale Zappalà

venerdì 2 aprile 2010

La Scalinata della Croce a Bagnara fra credenze e realtà

Il nostro territorio è disseminato di miriadi di luoghi evocativi da riscoprire e valorizzare, i quali rimangono spesso confinati nelle immaginifiche memorie degli anziani. La possibilità di descrivere le peculiarità di questi posti, talvolta, costituisce il primo passo per ristabilire un modus vivendi col prodigioso repertorio di storie e tradizioni orali risalente al mos maiorum, agli usi e costumi dei Padri.
La Scalinata della Croce, Bagnara Calabra (RC).
I racconti riguardanti la Scalinata della Croce a Bagnara risultano una vivida esemplificazione della necessità di conoscere e tramandare quegli elementi folkloristici destinati inesorabilmente all'oblio in mancanza di interesse da parte delle nuove generazioni; la codificazione scritta delle memorie orali è difatti l'unica condizione che consente la loro sopravvivenza.
La Croce – 'a Cruci, nel dialetto locale – è una delle antiche arterie viarie di collegamento che consentivano ai viandanti in transito per l'entroterra di risalire le impervie rupi a ridosso della litoranea: un tortuoso quanto oscuro camminamento che metteva in celere comunicazione il Borgo della Marinella con il soprastante rione di Porelli.
La denominazione della scalinata dovrebbe risalire alla consuetudine, da parte di coloro che si accingevano a percorrerla, di segnarsi, per tre volte, con il gesto cristiano-ortodosso della Croce. Essi si sarebbero così preservati dagli attacchi sortiti dalle anime dei defunti che vigilavano sulla scala, i quali avrebbero senz'altro sbarrato il passo ad un miscredente; in effetti, l'area in questione sorge a poca distanza da una vetusta zona cimiteriale.
Altre testimonianze fanno invece riferimento ad avvistamenti, presso la Scalinata della Croce, delle cosiddette malumbre (= “ombre malvagie"). La malumbra non si identificherebbe, nella fattispecie, con lo spirito di un defunto, ma una sorta di emanazione antropomorfa proiettata su una superficie, la cui vista costituirebbe un presagio di sventura.
Non è compito di chi scrive quello di accertare la veridicità di una leggenda che probabilmente rimanda all'esigenza di esorcizzare, ponendoli sotto la sfera del sacro e della ritualistica cristiana, i pericoli ai quali erano esposti gli antichi itinerari commerciali, specie se notturni. In passato, i transiti pedestri, quantificati in giornate di viaggio, erano sovente minacciati da borsaiuoli che agivano con l'oscurità; talvolta, il passaggio di un determinato ponte, di una mulattiera, o di una scala poteva essere soggetto all'imposizione di un pedaggio: la suggestione e le credenze dei Padri hanno mascherato tali consuetudini col ricorso al soprannaturale.
Prima di concludere il nostro iter insolito fra credenze e realtà, è opportuno lanciare un duplice appello ai nostri giovani: ascoltate, interessatevi ai racconti degli anziani, contribuendo così a cementare nella memoria il vasto repertorio di storie e tradizioni che ci appartiene. In secondo luogo, visto e considerato che questi splendidi pomeriggi primaverili lo consentono, provate a ripercorrere voi stessi i tanti sentieri escursionistici del nostro territorio, come la Croce, o i Palumbari a Bagnara: avrete la possibilità di riscoprire l'intimo rapporto fra uomo e natura che esisteva in passato, di godere delle nostre amene bellezze paesaggistiche e, dulcis in fundo, svolgere una sana attività motoria. Come direbbe Giovenale, mens sana in corpore sano.