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domenica 14 marzo 2010

Le radici della "questione meridionale" nel Reggino


Più si esamina la cosiddetta “questione meridionale”, più ci si accorge di aver a che fare con un complesso problema storiografico. Ciò non vuol dire – beninteso – che si tratti di qualcosa di fallaceo; la necessità, casomai, è quella di definire per poi circoscrivere cronologicamente e geograficamente il fenomeno, analizzandone cause ed effetti.
La “questione meridionale” è un'espressione che sintetizza i mali cronici legati al sottosviluppo ed al malessere socio-economico, politico e culturale del Mezzogiorno italiano. Per ragioni di chiarezza e brevitas, limitiamoci ad esaminare il caso del territorio reggino, anticipandone, rispetto alla manualistica scolastica tradizionale, l'individuazione dei sintomi della patologia – certo aggravatasi dopo il 1861 e il completamento del processo di unificazione nazionale – all'XI sec., con l'avvento dei Normanni.
Il lento processo di decadenza vitale della nostra terra coincide appunto con l'arrivo dei predoni francofoni guidati dalla famiglia Altavilla: questi rozzi ex mercenari impiantarono nei nostri luoghi il feudalesimo di matrice settentrionale (mentre nel resto della penisola lo sviluppo dei Comuni senava l'inizio di una nuova era politica ed economica), l'obbedienza al Vescovo di Roma e al rito latino (con buona pace del clero greco-ortodosso, spesso estirpato con violenza dal proprio suolo natale), ma soprattutto mentalità e consuetudini riconducibili al clientelismo e al costume malavitoso (la 'Ndrangheta, per intenderci), secolari piaghe che continuano a perseguitare i posteri.
Reggio, sin dall'età classica considerata come uno dei migliori porti del Mediterraneo, viene ridimensionata a vantaggio di Messina, privilegiata poiché maggiormente “latinizzata” rispetto alla grecità della propria dirimpettaia.
Messina diventa dunque il principale approdo dello Stretto mentre la separazione politica fra Calabria e Sicilia, sancita dagli Accordi di Caltabellotta (1302) determina la subordinazione economica di Reggio a Napoli nel corso del periodo angioino ed aragonese. Lo sprofondamento di Punta Calamizzi (1563) inoltre, priva la città dello Stretto della sua prerogativa più importante: il vantaggio di offrire un approdo ideale, riparato dall'azione dei venti grazie alla presenza di due ampi promontori a protezione della baia antistante il centro abitato.
Non stiamo ancora trattando di una realtà povera o sottosviluppata, anzi: i prodotti locali (vini, oli, legnami, pece, agrumi) continuano ad essere rinomati ed esportati durante i secoli XVI-XVIII (specie sotto i Borboni), seppure le ripercussioni del tremendo sisma del 1783 colpiscano duramente gli interessi del nostro territorio.
La spedizione garibaldina e l'acquisizione del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia, di lì a poco sovrani “italiani”, rappresentano la vera e propria cesura, a partire dalla quale i destini di Reggio possono essere accumunati a quelli dell'intero Meridione, all'interno di una Storia scritta dai vincitori che spesso, pur definendosi “fratelli di stirpe”, si comportano da colonizzatori esterni. Abbattimento subitaneo delle barriere doganali fra gli ex stati pre-unitari precedentemente disabituati a commerciare fra di essi; unificazione monetaria gestita deplorevolmente; il tacito appoggio dei “galantuomini” del Sud alla nuova classe dirigente settentrionale, che barattarono il mantenimento dei poteri locali con l'immobilismo del Mezzogiorno; una guerra civile mascherata con la definizione di “brigantaggio”; questi i fenomeni raccontati approssimativamente e capziosamente dalla manualistica scolastica, che invito i lettori ad approfondire insieme alle tante altre radici della “questione meridionale”.
Facciamo oggi parte di uno stato giovane, la cui lingua, un tempo esclusivamente letteraria, abbiamo appreso a fatica grazie alla diffusione dei mass-media, uno stato la cui conduzione politica, economica e culturale rimane, per certi versi, ancora in mano alle componenti settentrionali.
Realtà oggettive che non devono tradursi nell'elemosinare idealmente velleità rivoluzionarie ormai utopiche ed infruttuose: per risorgere basta recuperare identità e cultura, cominciando finalmente a contribuire alla costruzione del nostro futuro, semplicemente mettendo da parte servilismi ed indifferenza. Poiché – a mio parere – le responsabilità più gravi si addossano sulle spalle di noi Reggini, Meridionali e troppo spesso cattivi cittadini italiani: da troppo tempo ossequiamo il clientelismo, la corruzione, lo svilimento della meritocrazia, intimamente coinvinti o persuasi dall' alto di non avere futuro perché geneticamente o storicamente “arretrati”.
Mi prendo la responsabilità di presumere che non le cose non stanno in questi termini; tremila anni di Storia gloriosa, se proprio non sanno insegnare (e la Storia, in quanto scienza della diversità esposta al volgere del tempo, purtroppo, non serve ad orientarsi nel futuro, con buona pace di Cicerone), costituiscono tuttavia il più attendibile dei testimoni.
Recuperiamo dunque lo spirito critico, la memoria e l'identità, attraverso lo studio, il lavoro, il rispetto verso noi stessi: c'è ancora spazio per il benessere se siamo noi stessi a cambiarci, senza attendere una pioggia di miracoli dal cielo.

2 commenti:

  1. Mi piacerebbe saperne di più sull'antico porto di Reggio.
    Alcuni sostengono che non era affatto un porto ma solo una rada, neanche minimamente paragonabile al magnifico porto di Messina, e che quindi la sua perdita non poteva incidere sull'economia della città.

    Se era costituito da Rada Giunchi a nord e il promontorio di Punta Calamizzi a sud, allora comprendeva tutta l'area antistante l'odierna via marina,o sbaglio? In questo caso sarebbe stato un gran bel porto naturale.
    Grazie, Francesca.

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  2. Ciao Francesca.
    Hai perfettamente ragione. Oltre ad un porto militare, situato presso la foce dell'Apsia/Calopinace, in realtà l'area portuale completa era l'intera baia antistante la città, da Rada Giunchi fino almeno alla discesa di via Fata Morgana.
    Quanto al confronto con Messina, coloro che sostengono che Reggio fosse un semplice approdo si riferiscono all'età moderna, quando effettivamente Messina, con la sua "Palazzata" inaugurata per la visita di Carlo V, era effettivamente il porto principale dello Stretto, anche perchè lo sprofondamento di Punta Calamizzi aveva drasticamente danneggiato la valenza di Reggio come attracco.
    In età antica le cose erano esattamente opposte: Reggio era uno dei porti migliori del Meridione e Messina era un centro minore. D'altronde, le fonti antiche parlano chiaro. Sappiamo che Rhegion poteva ospitare, nel 415 a.C., le 200 triremi della flotta ateniese attraccate vicino al Santuario di Artemide (testimone Tucidide), mentre la polis, da sola, poteva schierare facilmente 80 triremi, secondo Diodoro Siculo (e non abbiamo dati sulle navi mercantili...)
    Inoltre, come saprai, il fondale reggino diventa profondo a pochi metri dalla riva, il che accentua la validità del porto.
    Giuseppe Flavio dice inoltre che Caligola voleva fare di Reggio il centro di smistamento in Italia del grano egizio.. Queste ed altre testimonianze, senza nulla togliere alla grande Messina di Carlo V, dimostrano la valenza portuale reggina in età antica.
    Ti ringrazio per avermi letto,
    un caro saluto
    NZ

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