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domenica 21 marzo 2010

Un “Progetto Rhegion” su Google Earth



Fra le meraviglie tecnologico-informatiche del Terzo Millennio esistono strumenti come Google Earth, un programma multimediale in grado di visualizzare, attraverso immagini satellitari, ogni punto del pianeta.
Ma cosa accadrebbe se, utilizzando tali supporti informatici, potessimo tracciare una panoramica del territorio reggino in età antica? Vorrei lanciare questa interessante “provocazione”, dal momento che su Google Earth esistono già delle suggestive ricostruzioni tridimensionali della Roma dei Cesari, di Alessandria d'Egitto ed altri affascinanti luoghi della memoria storica.
Amici programmatori, disegnatori, architetti ed archeologi, perchè dunque non pianificare un “Progetto Rhegion” su Google Earth? Ecco un “assaggio” di ciò che si potrebbe realizzare in merito all'antico territorio reggino (approfitto dell'occasione per segnalare a tutti gli internauti l'esistenza del “Progetto Reggio Calabria” su Wikipedia, curato da Saverio Autellitano, ricco di lemmi interessanti dedicati alla nostra plurimillenaria storia).
Il confine settentrionale del Metauros/Petrace contempla l'ampio bacino fluviale costituito dai sette corsi d'acqua ove – secondo Stesicoro – Oreste si purificò dal matricidio. A guardia della vallata e dell'attracco chiamato col nome dell'eroe miceneo, si erge la possente fortezza di Taisia, dalle alte mura nere che dominano il pianoro, mentre vicino allo scoglio dell'ulivo si innalza un santuario policromo ove si conservava, secondo la tradizione, la spada del figlio di Agamennone.
Navigando verso Sud intorno al litorale bagnarese dai violacei riflessi, si scorgono numerose imbarcazioni da pesca ormeggiate sulla spiaggia, e una carovana di Siculi dell'entroterra trasportano alla foce dello Sfalassà, ridiscendendo i sentieri che costeggiano il corso del fiume, robusti tronchi d'albero, anfore ricolme d'olio e pece aspromontana; queste ed altre merci sono conservate al Serro di Tavola, un'imponente fortezza interna posta a cavaliere fra i Piani alla Corona, con il villaggio preistorico, e le arterie di collegamento interno con le rigogliose Gambarie (i “giardini”).
Seguendo la via del mare si giunge a doppiare la rupe Scillea di omerica memoria, con le poderose fortificazioni edificate sul promontorio: qui ormeggia una parte della flotta reggina e le triere da guerra sono disposte su entrambi i lati dell'istmo.
Oltrepassando Scilla si volge alle Porte dello Stretto, il promontorio Cenide e il Poseidonion sulla costa italica, fronteggiati da Capo Peloro in terra siceliota. Le grandi e prospicienti statue del dio del mare e di Zeus vigilano sulle rotte delle navi in transito: Poseidone impugna il tridente bronzeo e la torretta su cui poggia il suo piedistallo ospita il sacro focolare che rischiara i flutti dopo il crepuscolo.
Rhegion, racchiusa entro le mura sulle Colline del Salvatore, si specchia fra le acque cristalline della baia antistante il centro urbano, ricco di santuari ed edifici che brillano al sole di primavera. La spiaggia è delimitata dai due lunghi promontori sui quali spiccano i colonnati ionici dei templi di Artemide ed Apollo Maggiore: la Pangalla (Rada Giunchi) a Nord e il Pallantion (Punta Calamizzi) a Sud; presso la foce del divino Apsia (il Calopinace) si trova l'imbocco del porto militare, il cui braccio di mare, costituito dall'ultimo tratto del fiume, conduce le navi sino ai pressi dell'agorà, ove si espongono merci provenienti da ogni dove del Mediterraneo.
Verso Leucopetra (Capo D'Armi), oltre lo Stretto, e Dodecastadion (Melito), arsenali e cantieri navali d'ogni sorta offrono ricovero e sostentamento ai naviganti sino al Promontorio Eracleo, il cui passaggio è consentito dall'umore dei venti. Sulle alture a ridosso del mare che guardano al confine con Locri dell'Alece, postazioni di controllo e guarnigioni di frontiera sorvegliano le strade interne e la sicurezza delle rotte.
Questa è solo una sintesi dei paesaggi perduti che incantavano i viandanti alcune migliaia di anni fa; perchè dunque non approfittare dell'arte e della tecnologia per farli rivivere non soltanto nel cuore, ma anche ai nostri occhi?

In foto, il territorio reggino in età greco-classica, elaborato graficamente con l'ausilio di Google Earth.

venerdì 19 marzo 2010

La Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Sezione RC: una piccola, grande realtà al servizio della vita

"… ad un cane non servono automobili lussuose o grandi case o vestiti di sartoria. Gli status symbol non significano niente per lui. Un bastone fradicio gli va altrettanto bene. Un cane giudica gli altri non dal colore, dal credo o dalla classe, ma da chi sono interiormente. A un cane non importa se sei ricco o povero, istruito o analfabeta, intelligente o stupido. Dagli il tuo cuore e lui ti darà il suo...

Riporto integralmente questo frammento di sceneggiatura – scritta da S. Frank e D. Ross - tratto dal bellissimo e commovente film “Io e Marley” (2008, regia di D. Frankel) poiché sono convinto di non saper trovare parole migliori per esprimere l'universo di sentimenti positivi e senza prezzo che provano, nei confronti degli uomini, i nostri amici cani. Amicizia nell'accezione più pura e nobile del termine, del tutto incomparabile all'utilitarismo, all'indifferenza e all'egocentrismo dimostrati, troppo spesso, dagli esseri umani, sprezzanti dalla vertiginosa altezza procurata dall'essere in cima alla catena alimentare. Aveva ragione il grande C. Chaplin quando sosteneva che “l'uomo è solamente un animale addomesticato che per secoli ha comandato sugli altri animali con la frode,la violenza e la crudeltà..."
Di fronte alla nobiltà e alla purezza dei sentimenti nutriti dai cani, gli uomini talvolta rispondono con abbandoni, maltrattamenti ed ogni sorta di manifestazione di cattiveria, mancando di quel rispetto che nell'amicizia dovrebbe essere sacro, doveroso e reciproco. Siamo così sicuri – mi chiedo, alla luce di tutto ciò – di essere gli animale “superiori”, i più meritevoli della vita?
Il grado di sensibilizzazione e di tutela del mondo canino negli ultimi anni è notevolmente incrementato, grazie anche all'impegno sociale ed alla visibilità dimostrata, a livello nazionale, dall'associazionismo no-profit, dalle grandi emittenti televisive (Canale 5 e Striscia la Notizia in testa) e dalle testate giornalistiche; ma si può e si deve fare di più, se non altro perchè nella quotidianità c'è ancora chi abbandona, chi maltratta e chi, di fronte a questi atti di barbarie, accenna quell'ostentata indifferenza che offende ancor di più la dignità e il rispetto per la vita altrui.
Le grandi conquiste spesso si costruiscono dalle piccole cose, non lontane dalle nostre case: così, la Lega Nazionale per la Difesa del Cane Sezione Reggio Calabria, presieduta dal segretario Francesca Rogolino, è un'associazione no-profit operante sul nostro territorio, il cui scopo essenziale è quello di difendere i diritti dei cani e di tutti gli animali in generale.
Ho avuto modo di constatare in prima persona la dedizione e il sincero altruismo dei volontari della Lega, sempre pronti a trovare un tetto per cucciolotti abbandonati all'interno di pattumiere, splendidi esemplari adulti soggetti di violenze d'ogni sorta, teneri guardiani costretti a vivere in condizioni aberranti di cattività. Si tratta di un gruppo sostanzialmente autofinanziato, le cui attività sono spesso condizionate dalla mancanza di fondi, di strutture, di manutenzione, nonché dalla penuria cronica di giovani volontari disposti a ricambiare un po' di quell'infinito amore a noi dimostrato dai quattrozampe, magari contribuendo con una piccola offerta o impegnandosi per un'adozione a distanza.
I locali del rifugio – sito in Via Risorgimento, trav. privata 10, Campo Calabro (RC) – ospitano al momento circa trecento cani in totale autonomia; visitando il sito http://legadelcanerc.beepworld.it o collegandosi sul profilo Facebook dell'associazione si trova una nutrita photogallery con le immagini dei bellissimi esemplari ospiti del rifugio.
Come aiutare i volontari della Lega Nazionale per la Difesa del Cane Sez. RC?
Magari accogliendo un trovatello nel seno della vostra famiglia – per altro, ogni sabato pomeriggio l'associazione allestisce uno stand, cercando di incoraggiare le adozioni, a Reggio Calabria, in Piazza Camagna – oppure tramite un'adozione a distanza; in ogni caso, è possibile iscriversi alla Lega sottoscrivendo una tessera societaria annuale (per maggiori informazioni visitate il sito sopraindicato). Piccole offerte in denaro, donazioni di cibo (croccantini, scatolette), oggettistica (cucce, coperte, lenzuole, collari e guinzagli, ciotole o trasportini, anche usati), farmaci (vaccini, antiparassitari, antibiotici, vermifughi ecc.) aiuterebbero a facilitare il lavoro dei volontari.
Ecco il recapito dell'associazione, comprensivo di coordinate postali per i versamenti:

Lega Nazionale per la Difesa del Cane – Sezione di Reggio Calabria,
Via Risorgimento, trav. privata 10, Campo Calabro (RC)

Iscrizione, adozioni a distanza e donazioni possono essere effettuate tramite
  • ricarica su Carta Postepay 4023600467060044, intestata a Rosa Rogolino
  • versamento su Conto Corrente Postale N° 2144469 intestato a: Lega Nazionale per la Difesa del Cane Sezione Reggio Calabria.

Non mi resta che suggerirvi di contribuire per ampliare questa piccola, grande realtà, appellandomi alla sensibilità e al cuore di ciascuno di voi.



In foto, alcuni degli splendidi cani ospitati presso il rifugio di Campo Calabro.

martedì 16 marzo 2010

Bronzi di Riace: un caso chiuso?


In seguito alle recenti visissitudini relative alle presunte clonazioni dei Bronzi di Riace in giro per il mondo, siamo finalmente in grado di fornire ai lettori dei particolari definitivi (si spera!) in merito.
Nei giorni scorsi, è definitivamente trapelata al grande pubblico la notizia legata all'esistenza di alcuni doppioni dei Bronzi: una copia della Statua “B” (il “Giovane”) è stata donata dal Comune di Rieti alla cittadina nipponica di Ito nel 1994, in occasione del gemellaggio fra i due centri, mentre due ulteriori esemplari risultano esposti dal 2004 presso il Palazzo dei Congressi di Tebe, in Grecia. Autore dei doppioni è lo scultore reatino Bernardino “Dino” Morsani, regolarmente autorizzato dall'allora Soprintendente, nei primi anni Novanta, a realizzare delle copie in plastilina, effettuate a mano libera, senza misurazioni precise (mediante il filo a piombo), dalle quali lo stesso artista ricavò poi le copie in bronzo, presso la sua fonderia personale.
Più o meno marcate differenze di proporzioni, nonché di particolari anatomici e coloristici, consentono di precisare che le copie del Morsani non sono affatto dei cloni, cioè degli esemplari identici e speculari agli originali.
Certo, l'apparente facilità con cui, in passato, sono stati concessi tali permessi, specie considerando i rischi connaturati a queste tipologie di operazioni – la circolazione di doppioni non autorizzati e facilmente esposti alle speculazioni finanziarie - continua a lasciare perplessi.
Non ci resta dunque che sperare nel futuro esercizio sistematico del buonsenso da parte delle autorità preposte alla gestione del nostro patrimonio storico-culturale, dal momento che a rimetterci, nel senso meno materiale della parola, sono sempre e solo i Reggini.

In foto, le copie dei Bronzi di Riace esposte presso il Palazzo dei Congressi di Tebe.

domenica 14 marzo 2010

Le radici della "questione meridionale" nel Reggino


Più si esamina la cosiddetta “questione meridionale”, più ci si accorge di aver a che fare con un complesso problema storiografico. Ciò non vuol dire – beninteso – che si tratti di qualcosa di fallaceo; la necessità, casomai, è quella di definire per poi circoscrivere cronologicamente e geograficamente il fenomeno, analizzandone cause ed effetti.
La “questione meridionale” è un'espressione che sintetizza i mali cronici legati al sottosviluppo ed al malessere socio-economico, politico e culturale del Mezzogiorno italiano. Per ragioni di chiarezza e brevitas, limitiamoci ad esaminare il caso del territorio reggino, anticipandone, rispetto alla manualistica scolastica tradizionale, l'individuazione dei sintomi della patologia – certo aggravatasi dopo il 1861 e il completamento del processo di unificazione nazionale – all'XI sec., con l'avvento dei Normanni.
Il lento processo di decadenza vitale della nostra terra coincide appunto con l'arrivo dei predoni francofoni guidati dalla famiglia Altavilla: questi rozzi ex mercenari impiantarono nei nostri luoghi il feudalesimo di matrice settentrionale (mentre nel resto della penisola lo sviluppo dei Comuni senava l'inizio di una nuova era politica ed economica), l'obbedienza al Vescovo di Roma e al rito latino (con buona pace del clero greco-ortodosso, spesso estirpato con violenza dal proprio suolo natale), ma soprattutto mentalità e consuetudini riconducibili al clientelismo e al costume malavitoso (la 'Ndrangheta, per intenderci), secolari piaghe che continuano a perseguitare i posteri.
Reggio, sin dall'età classica considerata come uno dei migliori porti del Mediterraneo, viene ridimensionata a vantaggio di Messina, privilegiata poiché maggiormente “latinizzata” rispetto alla grecità della propria dirimpettaia.
Messina diventa dunque il principale approdo dello Stretto mentre la separazione politica fra Calabria e Sicilia, sancita dagli Accordi di Caltabellotta (1302) determina la subordinazione economica di Reggio a Napoli nel corso del periodo angioino ed aragonese. Lo sprofondamento di Punta Calamizzi (1563) inoltre, priva la città dello Stretto della sua prerogativa più importante: il vantaggio di offrire un approdo ideale, riparato dall'azione dei venti grazie alla presenza di due ampi promontori a protezione della baia antistante il centro abitato.
Non stiamo ancora trattando di una realtà povera o sottosviluppata, anzi: i prodotti locali (vini, oli, legnami, pece, agrumi) continuano ad essere rinomati ed esportati durante i secoli XVI-XVIII (specie sotto i Borboni), seppure le ripercussioni del tremendo sisma del 1783 colpiscano duramente gli interessi del nostro territorio.
La spedizione garibaldina e l'acquisizione del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia, di lì a poco sovrani “italiani”, rappresentano la vera e propria cesura, a partire dalla quale i destini di Reggio possono essere accumunati a quelli dell'intero Meridione, all'interno di una Storia scritta dai vincitori che spesso, pur definendosi “fratelli di stirpe”, si comportano da colonizzatori esterni. Abbattimento subitaneo delle barriere doganali fra gli ex stati pre-unitari precedentemente disabituati a commerciare fra di essi; unificazione monetaria gestita deplorevolmente; il tacito appoggio dei “galantuomini” del Sud alla nuova classe dirigente settentrionale, che barattarono il mantenimento dei poteri locali con l'immobilismo del Mezzogiorno; una guerra civile mascherata con la definizione di “brigantaggio”; questi i fenomeni raccontati approssimativamente e capziosamente dalla manualistica scolastica, che invito i lettori ad approfondire insieme alle tante altre radici della “questione meridionale”.
Facciamo oggi parte di uno stato giovane, la cui lingua, un tempo esclusivamente letteraria, abbiamo appreso a fatica grazie alla diffusione dei mass-media, uno stato la cui conduzione politica, economica e culturale rimane, per certi versi, ancora in mano alle componenti settentrionali.
Realtà oggettive che non devono tradursi nell'elemosinare idealmente velleità rivoluzionarie ormai utopiche ed infruttuose: per risorgere basta recuperare identità e cultura, cominciando finalmente a contribuire alla costruzione del nostro futuro, semplicemente mettendo da parte servilismi ed indifferenza. Poiché – a mio parere – le responsabilità più gravi si addossano sulle spalle di noi Reggini, Meridionali e troppo spesso cattivi cittadini italiani: da troppo tempo ossequiamo il clientelismo, la corruzione, lo svilimento della meritocrazia, intimamente coinvinti o persuasi dall' alto di non avere futuro perché geneticamente o storicamente “arretrati”.
Mi prendo la responsabilità di presumere che non le cose non stanno in questi termini; tremila anni di Storia gloriosa, se proprio non sanno insegnare (e la Storia, in quanto scienza della diversità esposta al volgere del tempo, purtroppo, non serve ad orientarsi nel futuro, con buona pace di Cicerone), costituiscono tuttavia il più attendibile dei testimoni.
Recuperiamo dunque lo spirito critico, la memoria e l'identità, attraverso lo studio, il lavoro, il rispetto verso noi stessi: c'è ancora spazio per il benessere se siamo noi stessi a cambiarci, senza attendere una pioggia di miracoli dal cielo.

giovedì 11 marzo 2010

Morsani “calca” la mano: un'altra copia dei Bronzi si trova in Giappone


Un'altra copia dei Bronzi di Riace, per la precisione un doppione della Statua A (il più “giovane” dei due), sarebbe oggi esposta presso il municipio di Ito, in Giappone, donata dal Comune di Rieti alla cittadina nipponica, nell'ambito di un gemellaggio fra le due località, culminato nella donazione di una creazione dell'artista Kengi Shigeoka alla comunità laziale.
L'autore della nuova rivelazione è lo scultore reatino Dino Morsani, già autore delle copie dei Guerrieri custodite a Tebe, nell'androne del Palazzo dei Congressi.
Morsani precisa di avere ricevuto un regolare permesso di lavoro da parte dell'allora Sovrintendente Dott.ssa Elena Lattanzi, autorizzazione che gli consentì di procedere indisturbato – all'interno del Museo Nazionale della Magna Grecia, mentre la cittadinanza reggina incurante di quanto avveniva a Palazzo Piacentini, insorgeva per impedire la clonazione dei Bronzi in vista delle Olimpiadi di Atene 2004 – a realizzare dapprima una copia in plastilina, facilmente trasportabile, e poi il calco in gesso da cui – a Rieti, presso la fonderia personale di Morsani – ricavare, mediante la tecnica “a cera persa”, le copie dei nostri capolavori; quella di Ito sarebbe quindi la prima copia, in ordine cronologico, dei Bronzi, presto seguita dagli esemplari di Tebe. Una previa relazione dell'autore avrebbe inoltre informato dettagliatamente la Lattanzi circa le modalità di lavoro che il Morsani avrebbe intrapreso in corso d'opera.
Non sarà superfluo informare i lettori che si tratta pur sempre di opere realizzate a mano libera, facilmente distinguibili dagli originali, nonché infinitamente meno pregevoli a livello estetico.
Resta da capire come mai, e a quale prezzo, il Sovrintendente preposto, abbia così facilmente rilasciato l'autorizzazione a procedere al calco dei Guerrieri a Morsani, proprio mentre la città si mobilitava per impedire la clonazione dei suoi Tesori. Una vicenda che sarebbe rimasta segreta, se non fosse stato per le clamorose notizie rilasciate dal Prof. Moreno, lo scorso lunedì; per altro, lo stesso Moreno non faceva mistero della presenza di copie dei Bronzi a Tebe, dal momento che, leggendo la documentazione presente sul suo sito internet (www.paolomoreno.com), si trovano espliciti riferimenti alla presenza dei doppioni, ad opera di Morsani in Grecia: evidentemente, tutti sapevano, tranne i Reggini.
Si attendono con ansia chiarimenti in merito da parte della Dott.ssa Lattanzi; intanto, questa incresciosa situazione continua a tingersi di mistero e idiozia.

In foto, panorama della città di Ito (Giappone), ove sarebbe esposta un'altra copia dei Bronzi di Riace.

mercoledì 10 marzo 2010

Bronzi copiati, i Reggini pretendono chiarezza



Non c'è pace per i Bronzi di Riace. Eppure, negli ultimi tempi, il trasferimento dei Guerrieri a Palazzo Campanella per il Laboratorio di Restauro aperto al Pubblico, il numero dei visitatori quadruplicato, l'entusiasmo e la cordialità della Dott.ssa Bonomi, nuova Sovrintentente, lasciavano ben sperare la cittadinanza.
La conferenza stampa indetta – giorno 8 Marzo – dalle autorità competenti per dare avvio alla seconda fase del restauro ha fatto da scenario alle sconcertanti, quanto inaspettate, dichiarazioni del Prof. Paolo Moreno (già responsabile del precedente lavoro di restauro sulle statue) che, candidamente, ha rivelato l'esistenza di due copie dei Bronzi, esposte presso il Palazzo dei Congressi di Tebe.
Questa la vicenda in sintesi: nel 2003 (o prima, non è ancora stato chiarito tale punto) – parallelamente alle manifestazioni di protesta da parte dei Reggini per scongiurare l'ipotesi di una clonazione dei Bronzi in vista delle Olimpiadi di Atene l'anno successivo – lo scultore reatino Dino Morsani provvedeva – autorizzato dall'allora Sovrintendente Elena Lattanzi e col beneplacito di qualche autorità locale ancora ignota – a produrre due copie delle statue in terracotta, copie successivamente fuse in bronzo nella fonderia personale dello stesso Morsani. Le copie dei Guerrieri, non esattamente conformi alle originali – un esemplare è più basso di 1 cm, oltre ad altri piccoli dettagli anatomici che, insieme al colore sfavillante legato alla assoluta mancanza di usura delle opere, rendono perfettamente distinguibili i doppioni – vennero vendute ad Atene, seppure non furono poi esposte durante i Giochi Olimpici, venendo infine acquisite dal Ministero della Cultura di Tebe.
Questi sono i fatti, nudi e crudi.
La straordinaria forza attrattiva dei veri Bronzi di Riace non verrà certo compromessa dalla circolazione di due copie di modesta (con tutto il rispetto per il Prof. Morsani, si tratta di un mio, soggettivissimo, parere) fattura, prive di quel fascino enigmatico trasudato dall'odore dei secoli che solo gli originali sono in grado di esalare.
Tuttavia, questa constatazione non può cancellare le gravissime responsabilità delle (allora) autorità competenti, ree di trattare la nostra città e i suoi Tesori alla stregua di colonia e bottino di guerra. La gente è ormai stanca e pretende una gestione finalmente ottimale e trasparente del nostro patrimonio storico, archeologico e culturale, nell'attesa che qualcuno renda conto del suo operato.
Perchè non è stata divulgata questa notizia, già datata di qualche anno? Perchè la cittadinanza è stata tenuta all'oscuro dei fatti? Come spiegare che, mentre i Reggini si mobilitavano per impedire il trasferimento o la clonazione dei Guerrieri, uno scultore stava già provvedendo a farsi delle copie personali delle statue, poi rivendute ad Atene? Fitti misteri che reclamano una risposta.
I lettori saranno certamente aggiornati sull'evolversi della questione; frattanto, assistiamo sgomenti ma combattivi all'ennesima spoliazione dei Barbari ai nostri danni.

In foto, le copie dei Bronzi di Riace esposte al Palazzo dei Congressi di Tebe.

domenica 7 marzo 2010

Lo scandalo dei manuali scolastici


Lo scandalo dei manuali scolastici: con questa felice espressione (proferita nel corso di un convegno organizzato la scorsa settimana dall'Associazione Culturale Mediterranea di Reggio Calabria e dedicato a tracciare, emblematicamente, una breve storia dello “sguardo greco nel Mediterraneo”, in omaggio alla memoria storica dei nostri Padri) si riassume la voce di protesta dei docenti refrattari all'imposizione di strumenti didattici contaminati da un'accentuata tendenza settentrionalizzante, nel senso che presentano degli espliciti tentativi di legittimizzazione – ab antiquo – dell'egemonia politica ed economica dell'Europa del Nord, quella di ascendenza franco-germanica e longobarda per intenderci.
In sostanza, per quanto concerne la Storia, vengono imposti a docenti e a giovani studenti dei libri di testo che pretendono di riassumere in poche righe, zeppe di distorsioni e luoghi comuni, la plurimillenaria civiltà greco-mediterranea dalla quale noi Reggini ci onoriamo di discendere.
Capita così di leggere delle neppure troppo velate enfatizzazioni della vittoria colta da Carlo Martello a Poitiers nel 732, vittoria che “salvò la cristianità europea dal pericolo di invasione islamica”; un ripetitivo leit-motif abusato da certa storiografia nordica, al quale dedicò una canzonetta persino il grande Fabrizio De Andrè.
Ciò che si perde di vista, ai danni della cultura meridionale, è che Poitiers appare davvero una scaramuccia se paragonata ai circa due secoli di eroica resistenza opposta dai Romei/Bizantini di Reggio fra il IX e la prima metà dell'XI sec., quando gli Arabi di Africa Settentrionale e poi di Sicilia seminavano il terrore in ogni dove della penisola italica, con saccheggi e scorrerie (tutto sommato non meno cruente di quelle dei “cristiani” franco-germanici e Normanni) che più volte fecero tremare lo stesso soglio pontificio e la sedia gestatoria ove sedevano gli ambiziosi vescovi romani.
I Reggini idearono un'ingegnosa strategia difensiva concentrata soprattutto sul possesso della roccaforti del circondario poste ai piedi dell'Aspromonte - le “motte”, Anomeri, San Niceto, Montebello, San Cirillo, San Giovanni, Sant'Agata e Calanna; un sistema che consentiva ai Romei di contrattaccare vittoriosamente nonostante gli Arabi avessero talvolta conquistato temporaneamente Reggio (celebre il saccheggio di Abu-Al-Abbas nel 901).
Eppure le pagine dei manuali scolastici, che pure osannano la vittoria dei Franchi a Poitiers o i quattro lanci di sassi fra Rolando e i ribelli baschi poi “trasformati” nei Mori sconfitti a Roncisvalle del noto ciclo cavalleresco, non fanno cenno alcuno dell'eroismo romeo-bizantino in Calabria e, chi guarda oggigiorno le rovine delle motte crede di scorgere soltanto ruderi appassiti, ignorandone la secolare gloria.
Non è forse ora – appello che rivolgo alla nutrite componente di docenti entusiasti e preparati delle scuole meridionali – di introdurre qualche nozione di storia patria all'interno dei programmi scolastici, infischiandosene altamente delle direttive ministeriali identicide?
Oppure Carlo Martello e il suo codazzo di predoni devono spuntarla su Niceforo Foca – imperatore romeo divenuto emblema delle lotte alto-medievali contro gli Arabi nel Sud Italia – solo perché il nome del maggiordomo di palazzo franco risulta maggiormente “virile” all'udito degli incolti e meno si presta agli stupidi doppisensi? Personalmente preferisco gridare “Evviva Foca” piuttosto che ascoltare la canzone di De Andrè.

lunedì 1 marzo 2010

I Tesori Reggini a Palazzo Campanella


Dal dicembre dello scorso anno, a causa dei lavori di ristrutturazione che priveranno la città del Museo Nazionale della Magna Grecia per circa un biennio, i più prestigiosi reperti reggini – i Bronzi di Riace (in fase di check-up e quindi esibiti al pubblico dietro una parete protettiva, mentre gli specialisti procedono al “laboratorio di restauro”), la Testa di Basilea, il Kouros Reggino, il Filosofo, i Dioscuri ed altro ancora – saranno esposti al pubblico, del tutto gratuitamente, presso la sala “Monteleone” di Palazzo Campanella, sede del Consiglio Regionale della Calabria.
L'ambiente non è vastissimo, seppur accogliente: la sala, ben illuminata e climatizzata, offre ai visitatori un banco-vendita di souvenirs e libri, oltre a due grandi schermi al plasma che mandano ripetutamente in onda dei documentari (piuttosto datati in verità...) sui Bronzi; il personale della Sovrintendenza Archeologica, gentile e competente, è a totale disposizione del pubblico, costituito per la maggioranza da intere classi di studenti del circuito scolastico provinciale.
Ogni reperto è accompagnato da un pannello informativo che ne descrive cursoriamente tipologia, provenienza, datazione e qualche dettaglio di natura storico-artistica.
L'unica nota dolente di una gestione tutto sommato positiva dei nostri prodigiosi ed inestimabili tesori rimangono tuttavia i carenti, approssimativi ed inadeguati apparati didattici al servizio dei visitatori: un errore grossolano che ostacola, ancora una volta, la realizzazione di una prolifica strategia di divulgazione della nostra Storia ai non addetti al mestiere.
Aldilà di alcune, vistose, inesattezze – il ritrovamento delle statue di Porticello viene assurdamente legato all'ipotesi di un doppio naufragio di due, diverse, imbarcazioni, nello stesso sito, in epoche diverse, col carico che si deposita, magicamente, nella stessa area circoscritta di fondale, è pazzesco – il problema principale è che i pannelli didattico-informativi non risultano affatto aggiornati allo stato attuale delle ricerche storiche ed archeologiche, specie per quel che concerne i Bronzi.
Ciò nonostante, all'interno della Sala Monteleone ci sembra di poter respirare un'aria nuova, poiché la voglia di collaborare, dialogare in sinergia, in vista della necessità di valorizzare al meglio il patrimonio culturale reggino, appare ormai una realtà; lo dimostra la cordiale, lucida ed efficace gestione che il Sovrintendente, Dott.ssa Bonomi, ha dimostrato di voler portare avanti negli scorsi mesi, specie all'epoca del paventato trasferimento dei Guerrieri di Riace ad altre sedi.
Il dialogo per l'ottimizzazione delle strutture organizzative ed espositive dei tesori di Palazzo Campanella resta, ora più che mai, aperto: un work-in-progress al quale partecipano inoltre dal Comune, dalla Regione, dagli ambienti universitari e dalla cittadinanza intera.
In definitiva, rivolgo a tutti coloro che ancora non l'hanno fatto l'invito a recarsi al Consiglio Regionale; si tratta della nostra Storia, della nostra identità, ma soprattutto è GRATIS!