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lunedì 15 febbraio 2010

Alarico e il miracolo della Colonna Reggina

La memoria storica degli antichi romani esalta drammaticamente il ricordo di quelle poche occasioni in cui la sacralità delle mura urbiche venne violata dagli invasori: episodi come il “sacco” - assedio, e saccheggio – ad opera dei Galli Senoni di Brenno (390 a.C., 387/86 secondo Diodoro Siculo) e quello dei Visigoti di Alarico del 410 d.C.

Nel caso del bellicoso sovrano barbaro, l'intera penisola italica venne sconvolta dagli eccidi e dalle razzie, da Roma sino alla punta dello Stivale. La stessa Reggio, fortezza imprendibile nel corso dei secoli precedenti, subì l'impeto distruttivo dei Visigoti. La pax romana – quel lungo periodo di invincibilità politica e militare dell'Urbe – aveva fatto sì che venisse trascurata l'ottimizzazione delle misure difensive della città dello Stretto, la cui cinta muraria era ormai divenuta obsoleta.

Dopo aver scorrazzato per tutta Italia alla ricerca di bottino, Alarico volse infine lo sguardo verso la ricca ed allettevole Sicilia; così, le truppe visigote giunsero presso l'antico punto di traghettamento dello Stretto di Scilla (la denominazione di “Stretto di Messina” è una consuetudine moderna) in terra calabrese, Stylida o Colonna Reggina - presso l'odierna Porticello di Villa San Giovanni – laddove la grande statua di Poseidone si specchiava nelle acque azzurre del Tirreno.

Una scultura-simbolo della grecità con la fama di essere miracolosa che, stando al racconto dei cronisti – impaurì così tanto il feroce Alarico da indurlo a rinunciare ai suoi progetti di invasione della Sicilia. In realtà, così come Spartaco qualche secolo prima, è probabile che il re barbaro non disponesse di navi per attraversare il canale; lo stesso Alarico morirà poco dopo, alle foci del Busento, nel cosentino, lasciando ai posteri la leggenda di un tesoro che sarebbe sepolto in Calabria, ancora oggi oggetto di ricerche da parte degli appassionati.

Del resto, toccare con la spada o con la punta della lancia – rituale esemplificativo del concetto di potestas gladio - il Poseidone che troneggiava sullo Stretto di Scilla equivaleva, a livello ideale e propagandistico, legittimare il possesso della penisola italica.

Quod non fecerunt barbari, 'u ficiru i parrini”: cioè, prendendo in prestito la celeberrima pasquinata ed adattandola al nostro dialetto - “Ciò che non fecero i barbari, lo fece quella sempre ampia componente dei cristiani fondamentalisti (parrini=previtari)”. Così, qualche decennio dopo la venuta di Alarico, un funzionario imperiale di religione cristiana, il nobile Asclepio, essendo venuto a conoscenza della nomea circa la prodigiosità della statua, pensò bene di rimuovere un “idolo pagano” che qualsiasi altro uomo dotato di un minimo di apertura mentale avrebbe certamente risparmiato.

Le mura reggine furono ricostruite o rinsaldate nel VI secolo, dal grande generale romeo-bizantino Belisario. Le colmate barbare non smettono tuttavia di terrorizzare la nostra provincia, nonostante siano trascorsi i millenni; seppure esse abbiano ormai assunto la forma di direttive statali o scolastiche identicide, le orde degli invasori intendono ancora cancellare le radici storiche e il bagaglio conoscitivo dei giovani studenti meridionali. Mamma li Barbari!

In foto, immagine monetale di Alarico (Alaricum Rex Gothorum)

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