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lunedì 18 gennaio 2010

Reggio fra Roma e Pirro

Nel III secolo a.C., lo splendore delle poleis magnogreche si era ridotto alla sopravvivenza di poche ma fiere enclaves – Reggio, Locri, Thurii e Taranto - minacciate dai barbari Bruttii. In questa situazione di perenne instabilità, i popoli greci del Meridione cercano un alleato solido, in grado di difenderli dai continui attacchi esterni.

I Reggini, insieme agli abitanti di Thurii e di Locri, nel corso del 280 a.C., si rivolgono all'astro nascente dello scacchiere politico peninsulare, quella Roma che, a livello propagandistico, gioca a presentarsi come una città greca. Così, una guarnigione di mercenari campani, assoldati dal Senato Romano, viene accolta all'interno delle mura della città dello Stretto, poco dopo che i Mamertini – mercenari di origine campana anch'essi – scacciati da Siracusa, conquistano Messina.

Il quadro si complica tuttavia quando i Tarantini invocano l'intervento di Pirro; il sovrano epirota, forte della sua falange e dei suoi elefanti da combattimento, accorre in Italia, sbaragliando a più riprese i Romani, seppur subendo quelle grosse perdite che renderanno proverbiale l'espressione “vittoria di Pirro”.

Le vittorie di Pirro, per quanto sanguinose, hanno l'effetto di far balenare fra i Greci del Meridione la folle idea di espellere i presidi romani dalle proprie città, al fine di schierarsi al fianco del re dell'Epiro. E' in questo frangente che Decio Vibellio – comandante della guarnigione campana dislocata a Reggio – decide di inscenare una finta ribellione nei confronti dei Romani; i mercenari campani, attirati dalle ricchezze della città, inaugurano un lungo periodo di saccheggi, omicidi e stupri ai danni dei Greci, impossessandosi dell'acropoli.

I Romani si rivolgeranno contro la Legio Campana “ribelle” solo nel 270 – dopo la conclusione della Guerra Pirrica – scacciando i barbari dalla ormai dissanguata Reggio. Un evento che gli spergiuri Latini ricorderanno in qualità di “trionfo sui Reggini”, seppure i nostri avi si fossero limitati a subire gli eccidi dei mercenari e la completa indifferenza dei loro “alleati”.

Come in un film, scopriamo insieme la fine dei protagonisti di questa storia, a cominciare dalla nostra Reggio, che diverrà, sino alla trasformazione in municipium di età augustea, socia navalis di Roma, una sorta di alleanza subordinata in base alla quale la città dello Stretto si vincolava ad avere gli stessi amici e gli stessi nemici dell'Urbe, fornendo un contributo in navi da guerra, in caso di conflitto. Se Pirro ritorna in Epiro, Decio Vibellio finì per ammalarsi agli occhi; qualcuno gli consigliò di rivolgersi ad un medico messinese, un autentico luminare in materia.

L'oculista in questione, tuttavia, non era che un reggino “emigrato” a Messina (allora come oggi erano frequenti i matrimoni incrociati fra sciacquatrippe e buddaci) che, per vendicare i torti patiti dai suoi concittadini, approfittò della circostanza per accecare del tutto il truce barbaro campano.

In foto, cartina illustrante la campagna militare di Pirro in Italia.

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