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domenica 24 gennaio 2010

Paolo di Tarso e il miracolo della colonna ardente

Rhegion, quarto anno della 178ª Olimpiade; settimo anno del principato di Nerone; 61 d.C., secondo il sistema cronologico attuale: presso il porto militare al Pallantion – fra l'attuale Zona Tempietto e la Stazione F.S. Centrale – dalla nave “Dioscuri” sbarca Paolo di Tarso, destinato ad essere venerato dai cristiani in qualità di sanctus e pater ecclesiae. Nella città dello Stretto si stanno celebrando le Feste Artemisie (in onore della divinità Artemide/Diana, protettrice della caccia e sorella di Apollo), fra fiumi di vino dolce e banchetti rituali, mentre la cittadinanza al gran completo è riunita nell'area del vetusto santuario policromo della divinità; un coro composto da 35 fanciulli, accompagnati da un maestro e da un flautista, è giunto da Messina per l'occasione.

Paolo di Tarso chiede di poter parlare alla folla, ma le autorità – per scherno – gli concedono il tempo necessario affinché un mozzicone di candela, posto su di un'antica colonna ionica diroccata, cessi di ardere. L'oratore inizia quindi a predicare ma – una volta consumatasi la cera della candela – ecco che, per incanto, prende fuoco il marmo della colonna; in base alla vox populi, con tale prodigio sarebbe cominciata l'epopea della Reggio cristiana.

Non avrebbe senso cercare di razionalizzare una leggenda che in fondo – Tito Livio docet – rende giustizia dell'importanza storica della nostra città. Invito, tuttavia, il lettore a prendere atto delle similitudini che intercorrono fra le ricorrenze pagane dell'antichità – il cui scopo essenziale era comunque quello di scandire il tempo, ricompattare il corpo civico e propiziarsi il favore delle divinità al fine di “allontanarle” dalla vita di tutti i giorni – e le centinaia di festi ì Maronna o le ricorrenze di santi patroni ed affini della nostra epoca, anch'essi caratterizzati da satizzate, chilometriche processioni di statue esibite in trionfo, migliaia di euro scialacquate in fuochi pirotecnici alla faccia della crisi, ed ogni altra manifestazione degna di fanatismo e pacchianeria di bassa lega.

Ma Paolo di Tarso – così come tutti i divulgatori dell'evangelion (= la “buona novella”) - non parlava forse di carità ed impegno sociale? Non condannava il vuoto ritualismo ebraico o pagano? La morale della favola è che cambiano le ere, ma la balordaggine degli esseri umani è l'unica cosa che prolifera; la stupidità cresce senza bisogno di pioggia – come scrivevano, ragionevolmente, gli ebrei Yiddish.

In foto, il frammento di colonna, custodito presso il Duomo di Reggio Calabria che, secondo la tradizione, sarebbe stato al centro del celebre miracolo paolino.

2 commenti:

  1. Alessia Mancuso27 gennaio 2010 20:08

    Da Cristiana Cattolica Praticante,
    ma soprattutto da REGGINA, mi ha sempre affascinata la storia di San Paolo.
    Complimenti vivissimi per l'articolo,
    eloquente come la pioggia da te citata.
    Egli parlava a tutti, al popolo Reggino, e sappiamo benissimo che il confine tra Leggenda e Realtà è labile...
    tu, "parlando" come lui al popolo di internet, sei riuscito ad arrivare al cuore dei lettori... e solo chi possiede l'Arte della Scrittura ne è capace!

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  2. Grazie a te Alessia, per avermi letto.
    Come dico sempre, le parole sarebbero solo aria senza i lettori..
    Siete voi a dare un senso alla mia voce, altrimenti spersa nel deserto.

    un caro saluto
    NZ

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