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domenica 3 gennaio 2010

Le battaglie perdute dei Reggini

La diffusione spaziale dei reperti archeologici inerenti la plurimillenaria storia del territorio reggino è in grado di travalicare i confini della penisola italica. Così, il visitatore che si reca al Museo Archeologico di Olimpia, nell'Elide greca – antica sede dei giochi panellenici – scopre con tacito stupore, una piccola serie di ex voto, depositati al santuario di Zeus dai Reggini, nel corso dei primi due decenni del V secolo a.C.

Si tratta di bottini in armi – schinieri, elmi di tipo corinzio e paragnatidi in bronzo – con tanto di iscrizioni dedicatorie in alfabeto calcidese – grafia scrittoria utilizzata a Rhegion – sottratti a nemici vari, al termine di altrettante, vittoriose, battaglie. La lettura delle epigrafi illustra l'identità dei popoli sconfitti dai Reggini: Geloi (cittadini della polis siceliota Gela), Locresi e Mylaioi (molto probabilmente gli Zanclei/Messinesi che, una volta scacciati dalla propria città nel 489/88 c.ca, avevano occupato la roccaforte di Milazzo); inoltre, è possibile contestualizzare, nel complesso, tali campagne militari all'epoca della tirannide di Anassila a Rhegion (494-476), un momento di acceso espansionismo militare per la città dello Stretto, una delle principali contendenti nello scontro per l'egemonia politica ed economica sul Basso Tirreno insieme a Siracusani, Agrigentini e Cartaginesi.

La fonti storiografiche, purtroppo, non tramandano alcun dettaglio in merito alle suddette battaglie, specie per quel che concerne gli aspetti più interessanti dell'arte militare ellenica, lo scontro fra falangi. Del resto, i bottini in armi in questione, sono facilmente riconducibili ad una panoplia, cioè l'equipaggiamento completo dell'oplita greco: l'elmo di tipo corinzio con paragnatidi (i paraguance), gli schinieri a protezione degli stinchi, la corazza anatomica o composita (con fibre di lino o vuoio che rivestivano il bronzo), il grande scudo circolare, hoplon, il doru, la lancia lunga mediamente due metri e mezzo con doppia punta, ed infine la spada, dritta (xyphos) o ricurva (kopis).

In sostanza, anche a Reggio, così come in tutte le poleis greche, l'esercito cittadino utilizzava la tattica oplitica, consistente essenzialmente nel cozzare di due formazioni compatte, costituite da almeno otto file di soldati interamente coperti di bronzo, il cui fine era quello di scompaginare o provocare cedimenti nel muro di scudi che li fronteggiava. Per tali ragioni, le postazioni più importanti all'interno della falange erano la prima e l'ultima fila: gli opliti all'avanguardia subivano infatti la spinta dai compagni posti in retroguardia e, solitamente, la formazione più coesa ed addestrata risultava vincente.

Un esempio di guerra “democratica”, dal momento che prediligeva il valore collettivo sulle doti individuali, sancendo il più leale cameratismo, poiché il grande scudo rotondo doveva proteggere non solo chi lo portava, ma soprattutto il compagno posto sulla sinistra; difatti, in alcune città si usava raggruppare i componenti dello stesso clan familiare o, addirittura delle giovani coppie di amanti (è il caso dei 300 componenti del “Battaglione Sacro” tebano), incitando così un'accorata difesa della compagine.

Un certo numero di opliti poteva essere persino imbarcato sulle triremi, perciò non è detto che i trofei di cui abbiamo parlato siano da ricondurre automaticamente a degli scontri terrestri: ma si tratta pur sempre di un glorioso retaggio del passato reggino, di qualunque contesto si tratti, un passato che esige urgentemente delle strategie di divulgazione e valorizzazione affinché la Grande Storia dei Padri non soccomba all'urto della falange mortifera della Dimenticanza.

In foto, trofeo depositato dai Reggini al tempio di Zeus Olimpio con iscrizione dedicatoria “A ZEUS, I REGGINI [dal bottino] DEI GELOI”.

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