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martedì 12 gennaio 2010

Abbasso la sQuola

Si intende con l'espressione "fiorentino vivo" - utilizzato soprattutto da Machiavelli - uno stile incalzante, privo di orpelli retorici, simile alle peculiarità caratteriali ed ideologiche del suo autore: bella scemenza! Per la cronaca, il "fiorentino vivo" coincide con una precisa scelta linguistica, l'impiego, da parte di Machiavelli, del linguaggio corrente, il volgo fiorentino del primo Cinquecento (il contesto storico in cui visse il celebre scrittore), invece dei modelli letterari per antonomasia, Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia.
La fesseria suddetta - il "fiorentino vivo" come questione di stile - è stata appresa dall'autore nel corso di alcune conversazioni intrattenute con un gruppo di studenti di scuola superiore (maturandi classici e scientifici, alcuni dei quali possono contare persino su votazioni eccellenti…), i quali mi hanno riferito che i loro docenti - begli asini - non hanno trattato, in letteratura italiana, quel plurisecolare dibattito noto come "questione della lingua". Altri ragazzi - begli asini anche loro - mi spiegano, diversamente, di aver firmato, alla fine dell'anno scolastico, un programma di studio in cui la "questione della lingua" risultava annoverata fra gli argomenti trattati, seppur non fosse mai stata effettivamente affrontata dal loro docente; tanto vale firmare, con la croce degli analfabeti, di essere dei polli, ancora più dell'insegnante truffaldino.
Notifico ai lettori meno competenti in materia che la "questione della lingua" non è una sottigliezza intellettuale da inserire facoltativamente nei programmi didattici, ma un tassello basilare della storia dell'idioma parlato, attualmente, da tutti noi. In sostanza, nelle scuole superiori della Repubblica si consente a miriadi di studenti di approdare all'università inconsapevoli del processo graduale di formazione storico-linguistica dell'italiano. Così, il De vulgari eloquentia dantesco viene liquidato come una questione stilistica, Bembo viene ignorato, Castiglione rimane noto, ai molti, solo per far rima baciata con una parte del corpo che evito di menzionare, mentre la "risciacquatura in Arno" dei Promessi Sposi viene ricondotta ad un'operazione igienica volta a sbiancare le pagine di quella, importantissima, edizione dell'opera manzoniana (1840).
Vergogna! A cotanto squallore è giunto infine il nozionismo dominante nella nostra pubblica istruzione. Di fronte a tali, spaventose, lacune, la risposta delle autorità competenti si limita al persistere di fastidiosissime graduatorie, incuranti di meritocrazia e basi culturali adeguate.
Poi ci lamentiamo se i nostri giovani si ispirano a tronisti e letterine? Passano il tempo a rispondere ai quiz a crocette, sapientemente orchestrati da un corpo docente non sempre all'altezza della mansione per la quale - è ovvio - viene stipendiato.
Amici, sta per essere sfornata una massa informe di ignoranti patentati, diplomati e - sempre più spesso - laureati, che voteranno, affolleranno i concorsi pubblici, potendo essi competere, a parità di titolo di studio, con lo sparuto gruppo di coetanei sufficientemente colti.
Perciò mi rivolgo a quell'ancor nutrito gruppo di insegnanti degni di tale nome, affinché sorveglino sull'istruzione dei propri studenti, denunciando i colleghi che non sono, culturalmente, all'altezza di questa missione.
Ministro Gelmini! Basta numerologie e percentuali, graduatorie e sigle burocratiche, servono i fatti. Ispettorati per la qualità del lavoro, meritocrazia, principio della competenza. Basta crocette, lasciamo perdere gli statunitensi che si laureano a pieni voti solo perché giocano a baseball, si ritorni ad attività didattiche che rilancino lo spirito critico e la dimensione immaginativa dei ragazzi. La situazione è già drammatica, purtroppo. Aspettiamo un futuro migliore.

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