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domenica 31 gennaio 2010

Licofrone, il poeta che predisse la grandezza di Roma

Un giorno i discendenti,
trofei nel primo premio nelle lance,
renderanno di nuovo illimitata
la gloria dei miei avi
conquistando potere e signoria sulla terra e sul mare
.”

Si tratta di una prefigurazione della trionfale ascesa di Roma, quel paludoso villaggio di pastori che riuscì a conquistare il mondo. La maggioranza dei lettori avrà già avuto modo di leggere versi come questi spulciando fra le profezie post eventum contenute nell'Eneide di Virgilio, opera volutamente celebrativa del neonato principato augusteo.

L'autore del passo visse, in realtà, nella prima metà del III secolo a.C., quando Roma – che pure risultava vincitrice nell'annoso scontro coi Sanniti (di etnia osco-campana come i Bruttii e i Mamertini che allora minacciavano i Greci del Meridione), alleandosi poi con le poleis di Magna Grecia superstiti ed entrando infine in guerra con Pirro, un sovrano che in Ellade paragonavano, per virtù e capacità militari, nientemeno che ad Alessandro Magno – non era ancora divenuta la più grande potenza del Mediterraneo; si trattava inoltre di un poeta che viveva a Reggio, Licofrone.

Nativo di Calcide, Licofrone fu adottato da un reggino, lo storico Lico. A lui vengono attribuiti numerosi poemi drammatici oltre all'Alessandra, una raccolta di profezie in trimetri giamblici (tecnicamente un grifo, cioè una raccolta di enigmi) che prende il nome della celebre principessa-veggente troiana, condannata dal dio Apollo a non essere mai creduta. Un'opera originale in cui trovano spazio una profonda conoscenza della mitologia, della storia e della letteratura greca, elementi combinati con un gusto perennemente orientato all'utilizzo di metafore e similitudini, accordate con un linguaggio raffinatamente ricercato.

Al pari di molti altri grandi personaggi che appartengono al plurimillenario repertorio di memorie della nostra provincia, Licofrone viene sostanzialmente ignorato dalla didattica scolastica. Prospettive irritanti, che rendono giustizia dell'ormai irreversibile processo di imbarbarimento della cultura in atto, un dramma legittimato dalle stesse direttive del Ministero della Pubblica Istruzione, sempre pronto a svilire la conoscenza delle discipline umanistiche in favore del nozionismo inadeguato che sfoggiano i nostri maturandi.

A noi non resta che affidare il ricordo, volutamente sintetico, di Licofrone alla divulgazione, nella speranza di poter stimolare l'attenzione e la curiosità del pubblico verso la ricerca delle nostre radici storiche sempre più avvolte nel manto pallido della dimenticanza.

giovedì 28 gennaio 2010

L'Affaire H1N1 - di Francesco Denaro.

Lo scandalo dell'influenza H1N1 (Parte I e II) e lo scellerato acquisto dei vaccini da parte del governo italiano, così come non verrà mai trattato dagli organi di stampa "tradizionali".
A cura di Francesco Denaro. Documento scaricabile gratuitamente.
L'Affaire H1N1

mercoledì 27 gennaio 2010

Per non dimenticare: la storia del Dott. Giovanni Borromeo

In occasione del Giorno della Memoria, vorrei raccontare ai lettori una vicenda umana indicativa della supremazia dell'ingegno sulla cieca sopraffazione, quella del Dott. Giovanni Borromeo.

Medico romano (1898-1961), durante l'occupazione nazista della capitale, riuscirà a salvare le vite di oltre un centinaio di ebrei, ricoverandoli presso i locali dell'Ospedale Fatebenefratelli sito all'Isola Tiberina. Il Borromeo ebbe l'arguzia di inventare di sana pianta una patologia altrimenti inesistente, il Morbo K – la cui iniziale richiamava ironicamente il cognome del tedesco Kappler, il tenente-colonnello comandante dei servizi segreti SS a Roma, nonché principale responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine – al fine di giustificare la degenza ospedaliera dei finti pazienti. Grazie a tale espediente, l'eroico medico risulta oggigiorno annoverato fra i Giusti fra le Nazioni in Israele, titolo onorario che spetta ai non-ebrei distintisi per eroismo durante la Shoah, mettendo a repentaglio la loro stessa vita.

Il gesto di Giovanni Borromeo è ancor più valorizzato dal terribile destino al quale andarono incontro gli ebrei romani – ricordiamo che l'Italia, a differenza di altri paesi europei, non vantava radicate tradizioni antisemitiche, e che gli ebrei italiani, perfettamente integrati fra la popolazione da diversi secoli, avevano persino combattuto le guerre risorgimentali – nel biennio 1943-45: la comunità giudaica di Roma conta probabilmente, in proporzione, il maggior numero di vittime rispetto alla consistenza numerica dei residenti e, soprattutto, in relazione al lasso di tempo intercorso fra la deportazione e l'internamento nei lager e la fine della seconda guerra mondiale; senza fare troppe statistiche, basti pensare che sui circa 1024 ebrei romani rastrellati il 16 Ottobre 1943, soltanto sedici persone riusciranno a ritornare a casa.

Il “non dimenticare” costituisce, ragionevolmente, il motto che anima il Giorno della Memoria; peccato che oggigiorno dovremmo tutti iniziare ad EDUCARE, dal momento che le nuove generazioni – escludendo quegli idioti che ancora fondano gruppi su Facebook inneggiando al razzismo e alle discriminazioni fra esseri umani – non riescono ad andare oltre qualche frase di circostanza sull'Olocausto, degna dei “pensierini liberi” di seconda elementare o dei propositi che le sgavettate proferiscono durante i concorsi di bellezza.

Non dimenticare”, purtroppo, non basta. Bisogna COMPRENDERE. Se il termine “genocidio” non è ancora scomparso dall'uso linguistico corrente, ciò dimostra l'assurdità della pretesa di voler imparare dalla Storia, quando l'unico comune denominatore del passato è sempre e solo la stupidità dell'uomo.

Di volta in volta possono cambiare gli argomenti, ma la stupidità terrà il suo tribunale in eterno”. (Ernst Jünger)

In foto,il Dott. Giovanni Borromeo.

domenica 24 gennaio 2010

Paolo di Tarso e il miracolo della colonna ardente

Rhegion, quarto anno della 178ª Olimpiade; settimo anno del principato di Nerone; 61 d.C., secondo il sistema cronologico attuale: presso il porto militare al Pallantion – fra l'attuale Zona Tempietto e la Stazione F.S. Centrale – dalla nave “Dioscuri” sbarca Paolo di Tarso, destinato ad essere venerato dai cristiani in qualità di sanctus e pater ecclesiae. Nella città dello Stretto si stanno celebrando le Feste Artemisie (in onore della divinità Artemide/Diana, protettrice della caccia e sorella di Apollo), fra fiumi di vino dolce e banchetti rituali, mentre la cittadinanza al gran completo è riunita nell'area del vetusto santuario policromo della divinità; un coro composto da 35 fanciulli, accompagnati da un maestro e da un flautista, è giunto da Messina per l'occasione.

Paolo di Tarso chiede di poter parlare alla folla, ma le autorità – per scherno – gli concedono il tempo necessario affinché un mozzicone di candela, posto su di un'antica colonna ionica diroccata, cessi di ardere. L'oratore inizia quindi a predicare ma – una volta consumatasi la cera della candela – ecco che, per incanto, prende fuoco il marmo della colonna; in base alla vox populi, con tale prodigio sarebbe cominciata l'epopea della Reggio cristiana.

Non avrebbe senso cercare di razionalizzare una leggenda che in fondo – Tito Livio docet – rende giustizia dell'importanza storica della nostra città. Invito, tuttavia, il lettore a prendere atto delle similitudini che intercorrono fra le ricorrenze pagane dell'antichità – il cui scopo essenziale era comunque quello di scandire il tempo, ricompattare il corpo civico e propiziarsi il favore delle divinità al fine di “allontanarle” dalla vita di tutti i giorni – e le centinaia di festi ì Maronna o le ricorrenze di santi patroni ed affini della nostra epoca, anch'essi caratterizzati da satizzate, chilometriche processioni di statue esibite in trionfo, migliaia di euro scialacquate in fuochi pirotecnici alla faccia della crisi, ed ogni altra manifestazione degna di fanatismo e pacchianeria di bassa lega.

Ma Paolo di Tarso – così come tutti i divulgatori dell'evangelion (= la “buona novella”) - non parlava forse di carità ed impegno sociale? Non condannava il vuoto ritualismo ebraico o pagano? La morale della favola è che cambiano le ere, ma la balordaggine degli esseri umani è l'unica cosa che prolifera; la stupidità cresce senza bisogno di pioggia – come scrivevano, ragionevolmente, gli ebrei Yiddish.

In foto, il frammento di colonna, custodito presso il Duomo di Reggio Calabria che, secondo la tradizione, sarebbe stato al centro del celebre miracolo paolino.

giovedì 21 gennaio 2010

Notre-Dame de Paris: una recensione originale

Notre-Dame de Paris – pubblicato per la prima volta nel 1831 – costituisce una di quelle grandi opere della letteratura mondiale sostanzialmente stuprate dalle numerose trasposizioni teatrali e cinematografiche, tutte liberamente ispirate (ma l'espressione liberamente ispirato deve per forza incoraggiare l'allestimento di spettacoli scadenti – questa è una mia personalissima opinione – che così poco hanno da spartire con l'originalità del romanzo?) alla monumentale opera di Hugo.

Queste, cari lettori, sono le conseguenze di quella che sta diventando ormai una costante della rappresentazione artistica del XXI secolo: il film o il musical fungono ormai da Bignami della cultura. In altri termini, corriamo tutti a vedere al cinema o a teatro queste selve di sgavettati che pretendono di restituire al pubblico quei brividi di piacevolezza che solo un'attenta lettura può regalare, imbattendoci poi in qualche squallido movimento di bacino, disegnato su canzonette senza senso; oppure, assistiamo, dalla platea, a dei mostruosi cambiamenti di trama – specie nei tanti adattamenti cinematografici di romanzi – che violano la fisionomia originaria dell'opera in nome della ricerca degli incassi al botteghino (pensate al Bram Stoker's Dracula di Coppola, laddove la protagonista, Mina Murray, si innamora del vampiro, snaturando il bellissimo romanzo che pure il regista di origini italiane pretendeva di seguire integralmente). Così, tutti vanno ad ammirare balletti ed attori in calzamaglia, ma nessuno legge più le opere in edizione integrale, bell'esempio di nozionismo ed ignoranza, quei mali che, dopo aver contagiato il sistema scolastico, si propagano persino all'intrattenimento di natura culturale. Non ci lamentiamo poi se gli studenti – durante l'interrogazione di greco – dicono che Achille muore dentro le mura di Troia fra le braccia di Briseide, con tanti saluti ad Omero da Brad Pitt e Wolfgang Petersen; tanto ormai, nell'immaginario comune, vedere queste pellicole equivale ad istruirsi.

Dunque, solo una minoranza di lettori appassionati del romanzo storico ottocentesco hanno potuto apprezzare la filologica ricostruzione della Parigi tardo-medievale, il brulicante melting pot della Corte dei Miracoli e, soprattutto, lo struggente finale della storia (Quasimodo, dopo l'impiccagione di Esmeralda, deciderà di morire di fame, abbracciato al cadavere della sua amata – quando tentarono di staccarlo dallo scheletro che teneva abbracciato, si disfece in polvere... ), spesso snobbato dalla cinematografia.

Notre Dame de Paris è un coinvolgente catarsi nell’atmosfera e nel tessuto sociale del XV secolo; il lettore è in grado di partecipare empaticamente all’approfondita indagine psicologica dei personaggi principali della storia. Si scoprirà così la falsità delle facili identificazioni - convenzionalmente attribuite ai ruoli giocati da Quasimodo, Esmeralda, Frollo e Phoebus - smascherando la presunta dicotomia “buoni-cattivi" (come fa Esmeralda, un personaggio di cui Hugo non smette di sottolinearne la frivolezza e la poca intelligenza ad essere considerata un'eroina?) falsamente divulgata da adattamenti teatrali e trasposizioni cinematografiche, e rivelando - in conclusione - le molteplici sfaccettature dell’animo umano, immerse nella tortuosa ragnatela di sogni, paure, sessualità occultate, che Hugo ritrae con la stoffa di un moderno psicologo. Inoltre, sullo sfondo della Cattedrale si articola una eterogenea carrellata di bizzarri personaggi secondari (Tristan l’Hermite, Clopin, Gudule ecc.), con l’effetto di suscitare nel lettore critico ed attento, delle maggiori simpatie o curiosità rispetto agli stessi personaggi principali.

In definitiva, Notre Dame de Paris costituisce un tassello imprescindibile per i bibliofili più audaci e, parallelamente, uno scorrevole passatempo per gli onnivori del libro, consentendo alla totalità dei lettori di smarrirsi piacevolmente nel fascino labirintico della Cattedrale; e tutto ciò, a prescindere dai multimilionari incassi dello spettacolo di Cocciante.

Le Guerre Persiane e il Dualismo fra Europa ed Asia

Le Guerre Persiane e Il Dualismo Europa-Asia

Breve Storia dell'Idea di Nazione Italiana

Breve Storia Dell'Idea Di Nazione Italiana

Comunicazione ai lettori

Nei prossimi giorni, metterò a disposizione dei lettori una serie di saggi di approfondimento storico e letterario, direttamente e gratuitamente scaricabili dal mio blog.
L'intervento - curato dal sottoscritto e da S. Bellantone - sull'Iscrizione di Nazareth, rappresenta il primo tentativo di fornire al pubblico - ripeto, gratuitamente - degli spunti di riflessione in merito ad alcune, rilevanti tematiche; sono graditi commenti ed, eventualmente, critiche costruttive.
Il mondo di Internet cela in sè delle immense possibilità - in campo culturale - di velocizzazione ed ottimizzazione dello strumento divulgativo. Quello che ci auguriamo - mi riferisco non soltanto al sottoscritto, ma a tutti coloro che portano avanti un progetto di informazione imparziale e libera dalle tradizionali strumentalizzazioni mediatiche - è il coinvolgimento dei giovani, spesso tirati in ballo, eppure quasi mai capaci di fare sentire la propria opinione su argomenti che esulino dalle tematiche tradizionali dei loro dibattiti (TV spazzatura, balli e canti e talent-shows). Siamo ansiosi di sentire la vostra voce (virtuale).

mercoledì 20 gennaio 2010

L' iscrizione di Nazareth. Un enigma dimenticato

Articolo a cura di N. Zappalà e S. Bellantone. Il file, in formato *.*pdf è scaricabile gratuitamente, ai fini di ottimizzarne la divulgazione.

Iscrizione di Nazareth

lunedì 18 gennaio 2010

Reggio fra Roma e Pirro

Nel III secolo a.C., lo splendore delle poleis magnogreche si era ridotto alla sopravvivenza di poche ma fiere enclaves – Reggio, Locri, Thurii e Taranto - minacciate dai barbari Bruttii. In questa situazione di perenne instabilità, i popoli greci del Meridione cercano un alleato solido, in grado di difenderli dai continui attacchi esterni.

I Reggini, insieme agli abitanti di Thurii e di Locri, nel corso del 280 a.C., si rivolgono all'astro nascente dello scacchiere politico peninsulare, quella Roma che, a livello propagandistico, gioca a presentarsi come una città greca. Così, una guarnigione di mercenari campani, assoldati dal Senato Romano, viene accolta all'interno delle mura della città dello Stretto, poco dopo che i Mamertini – mercenari di origine campana anch'essi – scacciati da Siracusa, conquistano Messina.

Il quadro si complica tuttavia quando i Tarantini invocano l'intervento di Pirro; il sovrano epirota, forte della sua falange e dei suoi elefanti da combattimento, accorre in Italia, sbaragliando a più riprese i Romani, seppur subendo quelle grosse perdite che renderanno proverbiale l'espressione “vittoria di Pirro”.

Le vittorie di Pirro, per quanto sanguinose, hanno l'effetto di far balenare fra i Greci del Meridione la folle idea di espellere i presidi romani dalle proprie città, al fine di schierarsi al fianco del re dell'Epiro. E' in questo frangente che Decio Vibellio – comandante della guarnigione campana dislocata a Reggio – decide di inscenare una finta ribellione nei confronti dei Romani; i mercenari campani, attirati dalle ricchezze della città, inaugurano un lungo periodo di saccheggi, omicidi e stupri ai danni dei Greci, impossessandosi dell'acropoli.

I Romani si rivolgeranno contro la Legio Campana “ribelle” solo nel 270 – dopo la conclusione della Guerra Pirrica – scacciando i barbari dalla ormai dissanguata Reggio. Un evento che gli spergiuri Latini ricorderanno in qualità di “trionfo sui Reggini”, seppure i nostri avi si fossero limitati a subire gli eccidi dei mercenari e la completa indifferenza dei loro “alleati”.

Come in un film, scopriamo insieme la fine dei protagonisti di questa storia, a cominciare dalla nostra Reggio, che diverrà, sino alla trasformazione in municipium di età augustea, socia navalis di Roma, una sorta di alleanza subordinata in base alla quale la città dello Stretto si vincolava ad avere gli stessi amici e gli stessi nemici dell'Urbe, fornendo un contributo in navi da guerra, in caso di conflitto. Se Pirro ritorna in Epiro, Decio Vibellio finì per ammalarsi agli occhi; qualcuno gli consigliò di rivolgersi ad un medico messinese, un autentico luminare in materia.

L'oculista in questione, tuttavia, non era che un reggino “emigrato” a Messina (allora come oggi erano frequenti i matrimoni incrociati fra sciacquatrippe e buddaci) che, per vendicare i torti patiti dai suoi concittadini, approfittò della circostanza per accecare del tutto il truce barbaro campano.

In foto, cartina illustrante la campagna militare di Pirro in Italia.

sabato 16 gennaio 2010

Antico proverbio popolare

Ho appreso oggi, nel corso di una divertente conversazione con i miei amici, un antico proverbio popolare, che trascrivo, insieme alla traduzione, per i lettori del mio blog.
Mi scuso anticipatamente per la crudezza, ma talvolta un'apparente volgarità può essere oggetto di paragoni calzanti e veritieri con la realtà fattuale.

'A leggi esti comu a peji 'ri chugghiuni

L'applicazione della legge ricorda la pelle della zona testicolare (si può stirare a piacimento).

mercoledì 13 gennaio 2010

La musica si è fermata?

La tua immagine nel vento

che si mostra senza orgoglio

scivola leggera nei miei occhi...

Non è una poesia tratta da un'antologia novecentesca, ma, più precisamente, si tratta di un frammento di E mi manchi tanto, un brano degli Alunni del Sole, datato 1973.

Perle come questa – caratterizzate da un gradevole binomio fra la poeticità sussurrata del testo e struggenti melodie di ispirazione classicheggiante – sono oggi rivalorizzate dall'ascolto di musica via Internet, mezzo di comunicazione ottimale per muovere i primi passi all'insegna della riscoperta delle canzoni italiane d'autore.

Io stesso, ho avuto modo di conoscere il suddetto brano, in rete, fra i milioni di files condivisi dagli utenti virtuali più âgées, nostalgici di atmosfere e sonorità degli anni Settanta. Sfogliando fra i commenti a margine dei brani, non si può fare a meno di imbattersi in delle più o meno fondate critiche alla produzione discografica contemporanea, rea di essere vuota, inespressiva, nonché artisticamente scadente rispetto ai più competenti cantautori dello scorso trentennio.

Da appassionato di musica leggera italiana ed estera dei '70, non posso fare a meno di condividere queste critiche, evidentemente faziose e superficiali, seppur dettate da un'autentica passione per quelle forme “pure” di manifestazione artistica, ancora non contaminate dalle sozzure dei talent-shows o dai pupazzi venerati oggigiorno dagli adolescenti, spesso burattini senza idee, dagli addominali disegnati e con voce digitalizzata.

Ma la verità, in fondo, è un'altra. Non possiamo chiedere ai giovani d'oggi di ascoltare gli Alunni del Sole, Battisti o la Premiata Forneria Marconi, semplicemente perché questi grandi artisti non sono più in grado di impersonare gli umori, le ansie o gli ideali di una società, quella odierna, ormai radicalmente cambiata. In altri termini, come può, oggi, la maggioranza dei diciottenni, che spesso fa sesso con una ragazza ancor prima di frequentarla abitualmente (magari sotto l'effetto dei superalcolici), riscoprire, sulle note di canzoni come E mi manchi tanto, l'emozione dell'innamoramento, le trepidazioni di una fuggitiva storia estiva, l'attesa del primo bacio o della prima volta?

Qui non si tratta di sterile, moralismo sallustiano, ma di realtà oggettive; gli artisti del XXI secolo esprimono ciò che il pubblico vive ogni giorno, prodotti preconfezionati, storie di tronisti e veline, le mille fiere della vanità esportate dai mass-media. Perciò, evitiamo di formulare giudizi, e comprendiamo – ingoiando il boccone amaro – l'avvenuto cambiamento di costume e cultura che, inesorabilmente, detta legge. In fondo, nessuno mai potrà toglierci – mi riferisco ai miei “colleghi” nostalgici della “vera” musica, il diritto di scegliere cosa ascoltare.

martedì 12 gennaio 2010

Abbasso la sQuola

Si intende con l'espressione "fiorentino vivo" - utilizzato soprattutto da Machiavelli - uno stile incalzante, privo di orpelli retorici, simile alle peculiarità caratteriali ed ideologiche del suo autore: bella scemenza! Per la cronaca, il "fiorentino vivo" coincide con una precisa scelta linguistica, l'impiego, da parte di Machiavelli, del linguaggio corrente, il volgo fiorentino del primo Cinquecento (il contesto storico in cui visse il celebre scrittore), invece dei modelli letterari per antonomasia, Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia.
La fesseria suddetta - il "fiorentino vivo" come questione di stile - è stata appresa dall'autore nel corso di alcune conversazioni intrattenute con un gruppo di studenti di scuola superiore (maturandi classici e scientifici, alcuni dei quali possono contare persino su votazioni eccellenti…), i quali mi hanno riferito che i loro docenti - begli asini - non hanno trattato, in letteratura italiana, quel plurisecolare dibattito noto come "questione della lingua". Altri ragazzi - begli asini anche loro - mi spiegano, diversamente, di aver firmato, alla fine dell'anno scolastico, un programma di studio in cui la "questione della lingua" risultava annoverata fra gli argomenti trattati, seppur non fosse mai stata effettivamente affrontata dal loro docente; tanto vale firmare, con la croce degli analfabeti, di essere dei polli, ancora più dell'insegnante truffaldino.
Notifico ai lettori meno competenti in materia che la "questione della lingua" non è una sottigliezza intellettuale da inserire facoltativamente nei programmi didattici, ma un tassello basilare della storia dell'idioma parlato, attualmente, da tutti noi. In sostanza, nelle scuole superiori della Repubblica si consente a miriadi di studenti di approdare all'università inconsapevoli del processo graduale di formazione storico-linguistica dell'italiano. Così, il De vulgari eloquentia dantesco viene liquidato come una questione stilistica, Bembo viene ignorato, Castiglione rimane noto, ai molti, solo per far rima baciata con una parte del corpo che evito di menzionare, mentre la "risciacquatura in Arno" dei Promessi Sposi viene ricondotta ad un'operazione igienica volta a sbiancare le pagine di quella, importantissima, edizione dell'opera manzoniana (1840).
Vergogna! A cotanto squallore è giunto infine il nozionismo dominante nella nostra pubblica istruzione. Di fronte a tali, spaventose, lacune, la risposta delle autorità competenti si limita al persistere di fastidiosissime graduatorie, incuranti di meritocrazia e basi culturali adeguate.
Poi ci lamentiamo se i nostri giovani si ispirano a tronisti e letterine? Passano il tempo a rispondere ai quiz a crocette, sapientemente orchestrati da un corpo docente non sempre all'altezza della mansione per la quale - è ovvio - viene stipendiato.
Amici, sta per essere sfornata una massa informe di ignoranti patentati, diplomati e - sempre più spesso - laureati, che voteranno, affolleranno i concorsi pubblici, potendo essi competere, a parità di titolo di studio, con lo sparuto gruppo di coetanei sufficientemente colti.
Perciò mi rivolgo a quell'ancor nutrito gruppo di insegnanti degni di tale nome, affinché sorveglino sull'istruzione dei propri studenti, denunciando i colleghi che non sono, culturalmente, all'altezza di questa missione.
Ministro Gelmini! Basta numerologie e percentuali, graduatorie e sigle burocratiche, servono i fatti. Ispettorati per la qualità del lavoro, meritocrazia, principio della competenza. Basta crocette, lasciamo perdere gli statunitensi che si laureano a pieni voti solo perché giocano a baseball, si ritorni ad attività didattiche che rilancino lo spirito critico e la dimensione immaginativa dei ragazzi. La situazione è già drammatica, purtroppo. Aspettiamo un futuro migliore.

domenica 10 gennaio 2010

Dio salvi Shakespeare

Shakespeare era di Bagnara? Sissignori, fra le tante balordaggini proferite da una società sempre più ostile al corretto utilizzo del metodo storico-comparativo – consistente, in sintesi, nel comprovare con prove inconfutabili le proprie affermazioni -, circola anche questa baggianata.

Ma da dove ha origine tale, spaventosa, scemenza? Occorre ringraziare ancora una volta l'infaticabile opera di disinformazione culturale attuata da scadenti (a mio giudizio, è ovvio) programmi televisivi come Voyager; qualche tempo fa, il conduttore, Roberto Giacobbo, aveva illustrato al pubblico la visionaria tesi del siciliano Iuvara, risalente agli anni Venti del '900, relativa all'identificazione dell'autore de Otello o Romeo e Giulietta con un tal Michel Agnolo Florio, messinese di nascita e poi emigrato in Inghilterra alla fine del '500.

Un'ipotesi molto pubblicizzata di recente, ma – ahinoi – del tutto priva di adeguati riscontri sul versante scientifico. Ciò nonostante, i lettori bagnaresi avranno certamente osservato che il cognome Florio ricorda quello della stirpe di imprenditori – in primis il senatore Vincenzo, nato nel 1799 a Bagnara – destinati a costruire una grande fortuna finanziaria in qualità di armatori e produttori di marsala, nel corso del XIX secolo.

Dunque se Michel Agnolo Florio, messinese del secondo '500 è Shakespeare e - i Florio del '700-'800 sono originari di Bagnara – ne consegue che uno dei più grandi scrittori di ogni tempo non può che avere radici bagnaresi; onestamente, ci vuole davvero buona volontà a definire la suddetta fesseria, per altro deturpata da un evidente anacronismo, nonché indifferente a qualsiasi pretesa di attendibilità storica, col termine sillogismo.

Dal canto mio, vorrei ricordare ai lettori che la Storia è una SCIENZA che si basa sulla ricostruzione ragionata – ma non degenerata – degli avvenimenti. Che poi la forma esteriore della Storia sia squisitamente letteraria, ricordando altre forme di rappresentazione artistica, ciò non deve mai farci sconfinare nella fantascienza o, peggio ancora, nell'idiozia.

D'altronde, il territorio reggino vanta così tante verità storiche, affascinanti, coinvolgenti, oggettive, inconfutabili, ma – ahimè – vergognosamente ignorate dal pubblico, che mettersi a trattare dell'origine bagnarota di Shakespeare equivale ad una sorta di suicidio culturale di massa, il rimedio perfetto alle tanto agognate speranze di rilancio turistico della nostra, sventurata, patria.

Lungi dalla soluzione dell'enigma iniziale – chi era davvero William Shakespeare? - non possiamo far altro che sperare, citando il celebre inno inglese (God save the King/Queen), che Dio salvi, insieme al Re o alla Regina, anche lo sfortunato e misterioso scrittore.

domenica 3 gennaio 2010

Le battaglie perdute dei Reggini

La diffusione spaziale dei reperti archeologici inerenti la plurimillenaria storia del territorio reggino è in grado di travalicare i confini della penisola italica. Così, il visitatore che si reca al Museo Archeologico di Olimpia, nell'Elide greca – antica sede dei giochi panellenici – scopre con tacito stupore, una piccola serie di ex voto, depositati al santuario di Zeus dai Reggini, nel corso dei primi due decenni del V secolo a.C.

Si tratta di bottini in armi – schinieri, elmi di tipo corinzio e paragnatidi in bronzo – con tanto di iscrizioni dedicatorie in alfabeto calcidese – grafia scrittoria utilizzata a Rhegion – sottratti a nemici vari, al termine di altrettante, vittoriose, battaglie. La lettura delle epigrafi illustra l'identità dei popoli sconfitti dai Reggini: Geloi (cittadini della polis siceliota Gela), Locresi e Mylaioi (molto probabilmente gli Zanclei/Messinesi che, una volta scacciati dalla propria città nel 489/88 c.ca, avevano occupato la roccaforte di Milazzo); inoltre, è possibile contestualizzare, nel complesso, tali campagne militari all'epoca della tirannide di Anassila a Rhegion (494-476), un momento di acceso espansionismo militare per la città dello Stretto, una delle principali contendenti nello scontro per l'egemonia politica ed economica sul Basso Tirreno insieme a Siracusani, Agrigentini e Cartaginesi.

La fonti storiografiche, purtroppo, non tramandano alcun dettaglio in merito alle suddette battaglie, specie per quel che concerne gli aspetti più interessanti dell'arte militare ellenica, lo scontro fra falangi. Del resto, i bottini in armi in questione, sono facilmente riconducibili ad una panoplia, cioè l'equipaggiamento completo dell'oplita greco: l'elmo di tipo corinzio con paragnatidi (i paraguance), gli schinieri a protezione degli stinchi, la corazza anatomica o composita (con fibre di lino o vuoio che rivestivano il bronzo), il grande scudo circolare, hoplon, il doru, la lancia lunga mediamente due metri e mezzo con doppia punta, ed infine la spada, dritta (xyphos) o ricurva (kopis).

In sostanza, anche a Reggio, così come in tutte le poleis greche, l'esercito cittadino utilizzava la tattica oplitica, consistente essenzialmente nel cozzare di due formazioni compatte, costituite da almeno otto file di soldati interamente coperti di bronzo, il cui fine era quello di scompaginare o provocare cedimenti nel muro di scudi che li fronteggiava. Per tali ragioni, le postazioni più importanti all'interno della falange erano la prima e l'ultima fila: gli opliti all'avanguardia subivano infatti la spinta dai compagni posti in retroguardia e, solitamente, la formazione più coesa ed addestrata risultava vincente.

Un esempio di guerra “democratica”, dal momento che prediligeva il valore collettivo sulle doti individuali, sancendo il più leale cameratismo, poiché il grande scudo rotondo doveva proteggere non solo chi lo portava, ma soprattutto il compagno posto sulla sinistra; difatti, in alcune città si usava raggruppare i componenti dello stesso clan familiare o, addirittura delle giovani coppie di amanti (è il caso dei 300 componenti del “Battaglione Sacro” tebano), incitando così un'accorata difesa della compagine.

Un certo numero di opliti poteva essere persino imbarcato sulle triremi, perciò non è detto che i trofei di cui abbiamo parlato siano da ricondurre automaticamente a degli scontri terrestri: ma si tratta pur sempre di un glorioso retaggio del passato reggino, di qualunque contesto si tratti, un passato che esige urgentemente delle strategie di divulgazione e valorizzazione affinché la Grande Storia dei Padri non soccomba all'urto della falange mortifera della Dimenticanza.

In foto, trofeo depositato dai Reggini al tempio di Zeus Olimpio con iscrizione dedicatoria “A ZEUS, I REGGINI [dal bottino] DEI GELOI”.