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lunedì 13 dicembre 2010

I Santuari della Reggio greca

La polis si contraddistingueva, dal punto di vista fisico-urbanistico, per la presenza di determinati edifici pubblici: il teatro, il ginnasio, la sede dell'Assemblea Popolare/Consiglio, i templi .
Se, per quanto riguarda la Reggio greca, non si conosce l'esatta ubicazione del teatro – della Rotonda San Paolo, attuale Parco Baden-Powell, parlano alcune fonti ottocentesche come l'antico theatron – mentre il ginnasio doveva trovarsi, in età ellenistico-romana, sul sito dell'odierna Banca d'Italia (sul Corso Garibaldi), qualcosa in più può essere scritto in merito ai santuari.
Un'area sacra riferibile all'epoca arcaica e classica, che tanti reperti ha restituito al Museo Nazionale della Magna Grecia, è quella detta “Griso-Laboccetta” dai cognomi degli antichi proprietari del terreno. Qui, all'incrocio fra le attuali vie Tripepi, Aschenez, Palamolla e XXIV Maggio, si innalzava un tempio dedicato ad una divinità femminile, probabilmente Persefone.
Altri due santuari, anch'essi costruiti in età arcaico-classica, garantivano la monumentalizzazione della baia reggina vista dal mare: quello di Artemide a sud – ove, secondo la leggenda, sbarcò Paolo di Tarso – presso Punta Calamizzi, ed il porto militare alla foce del Calopinace, fronteggiato a nord dal tempio di Apollo Maggiore sulla Rada Giunchi. Recenti escursioni subacque condotte al largo della Stazione F.S. Centrale potrebbero aver portato alla luce alcuni resti della trabeazione pertinenti al tempio di Artemide; si attendono da diversi anni ulteriori ricerche in proposito. Secondo la vox populi, invece, le spoglie del santuario di Apollo Maggiore sarebbero state riportate alla luce e poi distrutte nel corso dei lavori finalizzati alla costruzione della nuova Stazione F.S. Lido. Certamente, lo splendido Kouros, la statua arcaica in marmo pario esposta momentaneamente a Palazzo Campanella, proviene da uno scavo clandestino contestualizzato nell'area dell'ex Lido Comunale.
Altri due templi, di incerta identificazione (Apollo Minore e Demetra?), si localizzano sulla collina del Trabocchetto, il primo nei pressi dell'attuale Chiesa di San Paolo, il secondo vicino al Sacro Cuore, lungo la via Reggio Campi. Il rinvenimento di un frammento di architrave con dedicatoria attesta la presenza di un edificio di culto dedicato alle divinità egizie Iside e Serapide nelle vicinanze del Liceo Scientifico “L. Da Vinci”, a Largo San Marco.
Nel mondo greco rivestivano grande importanza i cosiddetti “santuari extra-urbani”, spesso funzionali nel legittimare propagandisticamente la fissazione dei confini della chora (il territorio appartenente alla polis). I Reggini, in particolare, avevano affidato la tutela dei limines al culto dell'eroe Eracle/Ercole, di cui esistevano due aree sacre, collocate rispettivamente sul confine settentrionale e meridionale, a Castellace di Oppido Mamertina – sul corso del fiume Metauros/Petrace – e sull'Alece, presso Palizzi.
Un tempio molto importante in antichità, dedicato a Poseidone, si legava al punto di attraversamento dello Stretto di Colonna Reggina, probabilmente l'attuale Porticello di Villa San Giovanni, ove la grande statua del dio del mare – raffigurata su monete e tombe – oltre ad essere considerata miracolosa, risultava ideologicamente connessa al possesso dell'Italìa e dell'intero Occidente; grandi figure di potenziali conquistatori della penisola, da Alarico a Totila, venivano immaginati, da storici e scrittori, intenti a toccare con la propria lancia l'imperiosa effige semi-sommersa.
In conclusione di questo sommario excursus ci auguriamo che i lettori, quando si troveranno a ripassare dai luoghi che abbiamo elencato e descritto, possano rievocare per un istante le plurimillenarie radici di questa città

In foto, reperti rinvenuti nelle acque di Calamizzi, presubilmente pertinenti alle spoglie dell'antico tempio di Artemide

lunedì 6 dicembre 2010

Reggio e l'antico Egitto

Reggio rappresentò per tutta l'età classica e medievale, in virtù della sua valenza portuale e della sua posizione geografica privilegiata al centro delle rotte mediterranee, un centro prospero e cosmopolita, aperto alla circolazione di uomini, mezzi ed idee, la vera e propria “cerniera” fra Oriente ed Occidente.
Imbarcazioni provenienti dalla Grecia, dalla Siria, dall'Anatolia o dall'Egitto approdavano nella grande baia delimitata dalle rade Giunchi e Calamizzi e lì si svolgevano transazioni commerciali di ogni tipo, approfittando della presenza di mercanti e di prodotti di gran pregio. Operazioni di transhipment, come li definirebbe un moderno studioso di economia.
In queste condizioni risultava naturale instaurare dei fecondi contatti di acculturazione reciproca con realtà lontane ed allettevoli come la terra del Nilo, delle piramidi e dei Faraoni. Se le monete reggine rinvenute in Egitto attestano la frequenza di tali rapporti già nel V sec. a.C., il ritrovamento delle anfore vinarie – tipologie Dressel I o Keay LII – dimostra il grado di competività della viticultura e dell'artigianato reggino sino all'XI secolo dell'era cristiana, prima che le devastazioni barbare, normanne prima, angioine ed aragonesi poi, coincidessero con un lentissimo declino dell'imprenditoria locale.
Alla circolazione delle merci si accompagnavano le influenze culturali e religiose: così, culti di matrice egizia come quelli di Iside, Serapide, Osiride ed Arpocrate si diffondevano in terra italica a partire dalla seconda metà del III sec. a.C., mentre il frammento di un architrave con iscrizione dedicatoria permette di collocare a Reggio un tempio, dedicato alla coppia divina Iside-Serapide, presso l'attuale Largo San Marco, non lontano dal Liceo Scientifico “Da Vinci”.
L'imperatore Caligola (37-41 d.C.) propose di fare del porto reggino il principale scalo marittimo nel quadro del trasporto del grano egizio a Roma. Una volta scaricati alla foce dell'Apsia/Calopinace, i rifornimenti annonari sarebbero stati convogliati nell'Urbe attraverso l'agevole via Annea, altrimenti detta Popilia. Il progetto di Caligola – sovrano tristemente famoso per la sua supposta follia, tale da indurlo a nominare senatore il suo cavallo – fu abbandonato in seguito alla costruzione del nuovo porto di Ostia da parte del suo successore, Claudio (41-54 d.C.).
Tuttavia, l'ampliamento e la monumentalizzazione del porto di Reggio furono comunque ultimati con la costruzione di una diga foranea presso l'approdo militare di Punta Calamizzi e, soprattutto, con l'edificazione di un sontuoso ninfeo scenografico, comprensivo di una cascata artificiale che doveva abbellire lo scenario dal mare, a Rada Giunchi, i cui resti, riportati alla luce nel 1980, furono impietosamente re-interrati per far posto alla cosiddetta “intubata” della nuova Stazione F.S. Lido; una delle tante pagine nere della storia dell'archeologia italiana.
Alla luce di tutto ciò, nella sempiterna speranza che le nuove acquisizioni di dati archeologici, numismatici, papirologici ed epigrafici siano in grado di integrare il quadro dei rapporti intercorrenti fra Reggio e l'Egitto, la magica regione delle Sfingi ci sembra certamente meno lontana.

In foto, un busto della dea egizia Iside.

domenica 5 dicembre 2010

Reggio: un incontro a più voci sull'antico Egitto

Articolo di Stefania Guglielmo tratto da Costaviolaonline.it
(Fonte: http://www.costaviolaonline.it/news.php?id=4014)
Egiptiakà, cioè “cose relative all'Egitto”. Questo il tema dell'incontro promosso dall'Associazione Culturale Anassilaos, in collaborazione con l'Università della Terza Età di Reggio Calabria, tenutosi ieri, 4 Dicembre 2010, presso la sala conferenze di via Willermin.
Nel corso del convegno sono intervenuti il Prof. Daniele Castrizio (Università di Messina), il Prof. Benedetto Carroccio (Università di Cosenza) e il Dott. Natale Zappalà (storico e giornalista).
Il Prof. Castrizio ha divulgato alla nutrita platea reggina i recenti (2003-2006) dati archeologici emersi nel corso degli scavi effettuati dal team dell'Università di Messina (con l'ausilio dell'Istituto Papirologico “G. Vitelli”), diretto dal Prof. Rosario Pintaudi, ad Antinoupolis, antica città romana – fondata dall'imperatore Adriano nel 130 d.C. – situata sulla riva destra del Nilo, a circa 300 km dal Cairo. Fra i numerosi e pregevoli reperti riportati alla luce trovano spazio mummie, curiosi ex-voto corredati da iscrizioni copte, icone bizantine risalenti al primo periodo cristiano.
Il Prof. Carroccio si è poi soffermato sulla monetazione delle città greche di Sicilia della fine del III secolo a.C.: la raffigurazione di divinità come Iside, Osiride o Serapide testimonia infatti la grande influenza religiosa e culturale dei regni ellenistici e della dinastia tolemaica in generale sui popoli greci del Basso Tirreno.
Infine, il Dott. Zappalà ha affrontato i secolari legami intercorrenti fra l'Egitto e Reggio in età classica e medievale. La città dello Stretto, un approdo ottimale e privilegiato dalla sua posizione di crocevia nel quadro delle antiche rotte commerciali, era un centro cosmopolita, caratterizzato dalla circolazione di uomini, mezzi ed idee. Nella regione del Nilo i Reggini esportavano prodotti come le celebri anfore contenenti il vino dolce della Bovesia, ivi lasciando la propria valuta argentea ad imperitura memoria di tali scambi. Anche a Reggio si diffuse, a partire dal III sec. a.C., il culto di Iside e Serapide, il cui tempio – di cui si conserva ancora un frammento di architrave – si trovava presso l'attuale Largo San Marco, alla confluenza fra Via Possidonea e Via Reggio Campi.
Agli interventi dei relatori sono seguite diverse domande da parte dell'appassionato e competente pubblico, segno evidente dell'interesse suscitato dall'evento. (S.G.)

In foto, da sinistra, Stefano Iorfida, Benedetto Carroccio, Natale Zappalà, Daniele Castrizio e Francesco Cernuto.

domenica 28 novembre 2010

Presentato a Bagnara Calabra (RC) il volume di Natale Zappalà

Articolo di Roberta Macrì tratto da Costaviolaonline (Fonte:http://www.costaviolaonline.it/news.php?id=3928)
La Reggio di Anassila: un tassello importante all'interno di un percorso verso la divulgazione della storia patria.  Un'opera completa e coerente quella realizzata dal giovane storico Natale Zappala' il quale ha presentato il suo libro presso la sala consiliare di Palazzo Matteotti. Il volume è frutto di un certosino lavoro di studio, di ricerca ed approfondimento. Le ipotesi e le ricostruzioni del giovane saggista e divulgatore hanno trovato la giusta connotazione nel volume La Reggio di Anassila. Zappalà ha ricostruito un periodo storico importante per la grande Rhegion utilizzando tutte le fonti a disposizione  mettendole insieme in maniera scientifica. Alla presentazione, organizzata dalla Cooperativa Sociale Caravilla, hanno preso parte il primo cittadino Cesare Zappia, il consigliere regionale Santi Zappalà, il professore Daniele Castrizio dell’Università degli Studi di Messina e l’editore Domenico Polito. La serata è stata molto partecipata ed animata da diversi interventi dei presenti.

Il lavoro di Zappalà si inserisce in un progetto più ampio di valorizzazione del patrimonio storico- culturale reggino e, quindi, di rilancio turistico dello Stretto attraverso la cultura. “Sono orgoglioso - ha esordito il professore Castrizio - di avere un allievo come Natale. E’ reggino nel senso antico del termine poiché si sente parte del territorio, un territorio che non era diviso. Di questo  territorio Anassila fu il più grande tiranno. Anassila aveva un progetto che portò avanti fino alla fine poiché vedeva per Rhegion un futuro legato al territorio e soprattutto alla flotta. Grazie alle sue intuizioni la flotta di Rhegion divenne la sentinella dei mari trasformando il porto di Reggio nel migliore in assoluto. La nostra città è stata grande ed ancora oggi possiamo diventare ricchi attraverso il nostro sapere e la nostra cultura”.

Dal canto suo l’autore ha voluto ringraziare i presenti e chi lo ha accompagnato in questo percorso credendo nei suoi progetti. “Presentare il mio lavoro a Bagnara ha un valore diverso, sicuramente importante, perché è la mia città. Il mio vuole essere un contributo ai giovani affinchè attraverso la conoscenza possano riappropriarsi della propria storia”. (RM)

In foto, da sinistra, Domenico Polito (Leonida Edizioni), Daniele Castrizio (Università di Messina, Natale Zappalà (Autore del volume), Roberta Macrì (Direttore Costaviolaonline).

Le lepri dello Stretto

Poche iconografie numismatiche, in antichità, furono celebri quanto le lepri dello Stretto. Anche perchè sulle lagones in questione, impresse sui rovesci (cioè sulle facciate secondarie del tondello) delle monete reggine e messene (cioè messinesi) a partire dal 480 a.C., si pronunciò – sbagliando, come faceva spesso quando parlava di monete o economia – persino Aristotele.
Perchè mai Anassila, reggitore delle città dello Stretto nel periodo in esame, scelse di raffigurare proprio questi animali sulla valuta locale?
Gli uomini del XXI secolo non sanno che in passato la moneta costituiva un fortissimo veicolo di identificazione etnica e che, sovente, popoli e poleis venivano identificati in base all'immagine impressa sui tondelli metallici ivi battuti: quando si parlava di “pegasi” tornavano in mente i Corinzi, per “civette” ci si riveriva alle dracme ateniesi, così come il termine “tartarughe” designava i numerali dell'isola di Egina, mentre gli “arcieri” erano i soldi persiani. Per tali ragioni, la scelta di una tipologia era sempre dettata da motivazioni rilevanti, di carattere ideologico, propagandistico, religioso o celebrativo.
In realtà, ci sfuggono ancora le intezioni di Anassila per quanto concerne la raffigurazione delle lepri. Secondo Aristotele, il tiranno reggino avrebbe così commemorato una sorta di operazione zootecnica, l'immissione del leporide in Sicilia, ma sicuramente il filosofo prese un grosso abbaglio, equivocando un criptico riferimento satirico del commediografo Epicarmo, il quale – detestando di per sé i Reggini – si prendeva gioco della politica estera di Anassila in un'opera intitolata “Isole”. La conquista di Messina da parte del tiranno reggino (490/89 circa) aveva causato il tracollo economico della città peloritana, subordinata agli interessi degli scomodi dirimpettai: in questo senso, le lepri – allegorie delle monete coniate da Anassila – avevano devastato i raccolti dell'isola, depauperando, in altri termini, Messina. Si tratta, del resto, di una tipologia monetale destinata a fare discutere gli antichi ancora agli inizi del IV secolo, quando la propaganda siracusana soleva associare i Reggini, loro secolari rivali sul Basso Tirreno, alla codardia che solitamente si attribuisce alle lepri.
Gli studiosi moderni hanno intepretato in vari modi tale, dibattuta, iconografia: simbolo astrale (alla costellazione della Lepre) o riferimento araldico-familiare, attributo ferino della dea Artemide, addirittura un legame sincretistico con l'Osiride egizio, assimilabile al greco Apollo.
Chissà, probabilmente le reali intenzioni di Anassila non riusciranno mai ad essere decodificate, ma sicuramente quello delle lepri dello Stretto è uno dei tanti misteri che rendono affascinante la semi-sconosciuta Storia di questo territorio plurimillenario, un enigma che potrebbe e dovrebbe stimolare nuovi interrogativi ed ulteriori ricerche fra gli esperti o fra gli appassionati del settore.

In foto, un'antica moneta d'argento reggina raffigurante la lepre in corsa.

mercoledì 24 novembre 2010

BAGNARA: Presentazione del volume di Natale Zappalà

Sara' presentato venerdi' sera, alle 18.00, presso la sala consiliare di Palazzo San Nicola il  volume la Reggio di Anassila del giovane storico Natale Zappala' collaboratore della testata giornalistica CostaViolaOnline per la quale cura la rubrica storia e cultura. Interverranno il primo cittadino Cesare Zappia, il consigliere regionale Santi Zappala', il professore Daniniele Castrizio, Università degli Studi di Messina, la prof.ssa Annunziata Rositani, Università di Cosenza,  ed il dott. Domenico Polito Edizioni Leonida. 
L’iniziativa rientra nelle attività promosse  dalla Cooperativa Sociale Caravilla che, attraverso la testata  CostaViolaOnline, valorizza il lavoro dei giovani studiosi bagnaresi. L’obiettivo è quello di dar voce al territorio attraverso l’informazione e la promozione della cultura locale dando spazio alle eccellenze dell’area della Costa Viola. Natale Zappalà ha realizzato un volume dal taglio storico-saggistico e tecnico che valorizza la “l’essere reggino” e la “calabresità” attraverso la storia. Reggio, il Meridione hanno avuto una storia,anzi, hanno fatto la storia da protagonisti allora è il momento di conoscere e riappropriarsi di quella storia per costruire basi solide per il futuro.

Roberta Macrì

domenica 21 novembre 2010

La leggenda di Donna Canfora

Di Donna Canfora, protagonista di una nota leggenda attinta dal patrimonio folkloristico del comprensorio di Palmi, si tramanda soprattutto la straordinaria bellezza.
Era una giovane vedova rimasta estremamente devota al ricordo del marito. La fama della sua avvenenza arrivò persino ai Saraceni che compivano le consuete incursioni sulle coste tirreniche del Reggino, i quali, un giorno, decisero di rapire Donna Canfora.
Approdarono al porto di Pietrenere, presso Taureana di Palmi, ed ivi allestirono un sontuoso mercatino ove esposero le merci più allettevoli dell'Oriente: stoffe, spezie e tappeti di primissima qualità. Tutte le donne del circondario accorsero ad ammirare questa mostra di rarità allestita direttamente sul ponte della nave. Quando anche Donna Canfora salì a bordo, finalmente convinta dalla sua governante, immediatamente il capitano diede l'ordine di mollare gli ormeggi, e l'imbarcazione cominciò celermente ad allontanarsi dalla spiaggia.
Si racconta che la giovane, preferendo rinunciare alla vita ma non all'onore, si gettò immediatamente oltre il parapetto, annegando fra i flutti azzurri della sua amata terra.
Secondo un'altra versione della leggenda, Donna Canfora sarebbe stata tramutata in sirena, ed il suo canto malinconico, ancora oggi, talvolta viene udito dai pescatori del luogo.
Sul pianoro di Taureana, laddove rimangono i ruderi dell'antichissima città dei Brettii, sorge un tempio edificato su di un alto podio, databile a cavallo fra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale romana (I sec. a.C. - I sec. d.C.), tradizionalmente chiamato “Casa di Donna Canfora”.
Esiste un legame fra la storia e la leggenda? Effettivamente, il nome Cànfora rimanda al greco kánephoros cioè, letteralmente, “portatore di cesta”. Le cànefore, nella Grecia classica, erano le fanciulle addette, appunto, al trasporto delle ceste durante le processioni religiose in onore di divinità femminili – Atena, Artemide, o Demetra/Persefone – in genere connesse ai riti di fecondità e rigenerazione stagionale, a loro volta rapportabili al culto protostorico della Grande Madre, universalmente diffuso nel bacino del Mediterraneo.
Il topos (luogo comune) del rapimento, evidente nella leggenda di Donna Canfora, rimanda, del resto, al ratto di Persefone da parte del dio del mondo sotterraneo Ade, episodio a sua volta collegabile a diverse vicende mitiche del mondo orientale riferibili al ciclo stagionale, come quella sumera legata alla coppia Inanna-Domuzi, o gli anatolici Cibele-Attis.
Sembra dunque probabile che, per quanto concerne Donna Canfora, la tradizione popolare palmese abbia manipolato il corpus originario della vicenda mitica, adattandola al periodo delle incursioni saracene nel Sud della Calabria, trasformando la divinità alla quale era dedicato il tempio di Taureana nella bellissima vedova protagonista di questa triste storia di rapimento e morte.
La leggenda di Donna Canfora costituisce un vivido esempio del processo di intersecazione storica fra i plurimillenari ricordi ancestrali della provincia reggina. Le memorie smarrite di epoche diverse e lontane si confondono fra di esse, mostrando talvolta il loro volto reale: non sono che le radici di un'identità divenuta ormai evanescente, disperatamente bisognosa di una riscoperta sempre meno voluta dai posteri.

In foto, “La casa di Donna Canfora”, tempio su alto podio (età tardo-repubblicana/primo-imperiale romana), Parco Archeologico di Taureana di Palmi (RC)

lunedì 15 novembre 2010

Intervista ad Andrea Frediani

Questa settimana, il nostro consueto appuntamento con la Storia è dedicato all'intervista che ho realizzato per conto del portale informativo Costaviolaonline.it al saggista e scrittore Andrea Frediani.
Colgo l'occasione per ringraziare di cuore, ancora una volta, tutti i lettori del blog, i duecentodieci membri del Gruppo Facebook Rhegion Calcidese, ed infine tutti coloro che mi seguono tramite Paperblog.

domenica 7 novembre 2010

Spartaco allo Zomaro

La rivolta dei gladiatori di Spartaco (73-71 a.C.) rappresenta certamente uno dei capitoli più noti ed avvincenti della storia romana, anche per merito di sontuose trasposizioni cinematografiche quale la celeberrima pellicola di Stanley Kubrick (“Spartacus” - 1960).
Del resto, come potrebbe non affascinare la storia di uno schiavo che si ribella all'Urbe vincitrice di Cartagine, della Grecia, di Pirro, della Macedonia e della Siria, tenendo in scacco per un biennio le sue legioni, almeno finché il comandante trace non concepisce l'idea di trasferire il suo ormai corposo esercito in Sicilia, sperando nell'ausilio dei pirati cilici, le cui navi per traghettare lo Stretto non giungeranno mai, facendo rimanere imbottigliati Spartaco e i suoi nella penisola di Reggio.
La vicenda del Bellum Servile esemplifica l'importanza strategica dell'Italìa – il nome che designava ab antiquo l'area compresa fra l'istmo lametino-squillaceo e il Capo Spartivento – in età classica e medievale: il naturale schiacciamento geografico fra mare e monti e la scarsità di strade percorribili rendevano difficoltoso l'approvvigionamento di un esercito invasore, specie se non si disponeva di un porto come Reggio o Crotone attraverso cui rifornirsi.
Così Spartaco rimane intrappolato nell'entroterra, mentre i Romani difendono la rocca di Reggio, cominciando a ricostruire il lungo muro fra il Tirreno e lo Ionio innalzato da Dionisio di Siracusa nel IV sec., in modo da tagliare ogni via di comunicazione ai ribelli.
La tattica di Marco Licinio Crasso, il ricchissimo generale romano a cui viene affidato il compito di eliminare la minaccia dei gladiatori, si rivela vincente. Il biografo Plutarco (I sec. d.C.) ci tramanda preziosi dettagli in merito alla realizzazione della suddetta fortificazione: cinquantadue chilometri di lunghezza per 4,5 metri di larghezza, sormontata da palizzate.
Recenti indagini di carattere archeologico e toponomastico – preziosi, in questo senso, risultano gli studi del Prof. Domenico Raso – dovrebbero ormai aver dimostrato l'identificazione degli scenari relativi all'epico scontro fra Spartaco e Crasso con l'area dello Zomaro, lungo l'antichissima arteria di comunicazione interna fra Medma (Rosarno) e Locri. Fra i verdi e suggestivi sentieri che dal Passo della Limina conducono sino ai Piani di Marco e a Zervò (si constati, sulla scia di Turano e Raso, che si tratta di “nomi parlanti” che rimandano al praenomen di Crasso o ad attributi inerenti la parola “servum”, in relazione al Bellum Servile), sono stati rinvenuti diversi tronconi del muro eretto dai Romani per intrappolare Spartaco. Durante il periodo estivo, questi luoghi sono percorribili da turisti ed appassionati attraverso interessanti itinerari escursionistici organizzati dalle associazioni e dalle cooperative della zona.
Il destino di Spartaco e dei suoi uomini coinciderà con una punizione esemplare: saranno crocifissi lungo la Via Appia. Eppure, Crasso non otterrà dal Senato il trionfo che si aspettava al termine della sua impresa: difatti, dopo aver subito una prima, decisiva, disfatta, i resti dell'armata ribelle si imbatteranno fortuitamente nell'esercito di Gneo Pompeo Magno, di ritorno dalla Spagna, al quale toccherà sferrare il colpo di grazia sugli schiavi.
Pompeo celebrerà il suo trionfo a Roma, mentre a Crasso spetterà soltanto un'ovatio, con buona pace delle ingenti risorse spese sostenute (da privato cittadino) pur di appagare le sue brame di gloria militare; forse, essere violenti, allora come oggi, non sempre paga.

Dedicato agli studenti di Cittanova, con stima e gratitudine per aver così attentamente ascoltato un modesto relatore, ben conscio della quantità di tesori presenti nel nostro territorio, oltre che negli occhi e nel futuro di molti dei nostri giovani.

In foto, i resti della fortificazione eretta dai Romani nell'area dello Zomaro.

domenica 31 ottobre 2010

Il vino dolce reggino

Scrivendo a proposito di banchetti e simposi, Ateneo di Naucrati lodava le qualità del vino reggino, un vino dolce e liquoroso, la cui commercializzazione nel corso dei primi secoli dell'era cristiana è documentata dai frequenti ritrovamenti delle anfore modello Dressel I, marcate REGINVM VINUM.
Fra il IV e il VII secolo, furono soprattutto i Giudei residenti nell'Area dello Stretto ed a Reggio in particolare – il quartiere ebraico cittadino doveva probabilmente estendersi fra le attuali vie Osanna e Giudecca – a gestire il commercio del vino locale, la cui peculiarità stava nella sua purezza – kasher – condizione che consentiva anche agli ebrei osservanti di attenersi alle norme religiose-alimentari, consumando liberamente tale prodotto. Essi avevano ideato un contenitore per la bevanda che ne costituiva parallelamente un simbolo di riconoscimento ed una garanzia di qualità ed originalità: le anfore Keay LII dal caratteristico doppio manico, presentanti spesso la menorah, il candelabro a sette braccia.
La diffusione spaziale dei rinvenimenti di anfore Keay LII dall'Egitto alla Palestina, sino alle isole britanniche, lascia stupefatti i posteri circa la grande popolarità del vino reggino, onnipresente nel circuito europeo.
Ancora oggigiorno vengono riportati alla luce dagli archeologi nel territorio reggino molti palmenti, i frantoi dove veniva pigiata l'uva, di epoca romeo-bizantina, nonché le antiche fornaci, come quella di Pellaro, luoghi di produzione delle anfore Keay LII.
In definitiva, il business del vino reggino doveva risultare eccezionalmente redditizio; peccato che il volgere dei secoli abbia sottratto vigore alle capacità imprenditoriali nostrane, oltre ad aver drasticamente limitato la rete di scambi, viabilità e comunicazioni, con buona pace della modernità o della tecnologia.
Del resto, come può prosperare un popolo che rimane isolato in loco ai primi rovesci autunnali, un popolo che impiega un'ora e mezza per percorrere trenta chilometri, un popolo costretto a versare cinque euro per attraversare, pur senza veicolo, lo Stretto? Misteri dell'Area Metropolitana!

In foto, un esemplare di anfora Keay LII

domenica 24 ottobre 2010

La nazione italiana: sviluppo storico di un'idea

Cos'è una nazione? Oggigiorno si è definitivamente imposta l'accezione moderna della parola nazione, nel senso di una comunità di individui, residenti in uno spazio geografico coerente, affini per sangue (cioè etnia, stirpe), cultura, lingua e religione.
Si tratta di una interpretazione originariamente coniata nel contesto della Rivoluzione Francese e poi fatta propria dal Romanticismo europeo – e, spiccatamente, da scrittori e filosofi tedeschi come F. Schiller – successivamente adattata alla realtà italiana, nella sua interezza geografica, al volgere del XIX secolo.
Prima delle speculazioni concettuali romantiche, la nazione designava essenzialmente il luogo di nascita, specie se riferito ad un soggetto collettivo. Si parlava di nazione napoletana, ad esempio, per un nativo del Regno delle Due Sicilie. Altre volte questa collocazione territoriale generica poteva riferirsi ad ambiti geografici non necessariamente corrispondenti a specifiche entità statali, soprattutto quando esistevano usi e costumi comuni: è il caso dei Lombardi, sudditi dell'imperatore austriaco, che si rifacevano alla civiltà comunale dei secoli XII-XIII.
Nella nostra penisola, tuttavia, le élites intellettuali – ma non, attenzione, la stragrande maggioranza della popolazione, che non sapeva ancora cosa si intendesse per lingua italiana (si parlava ancora, sino alla diffusione di massa della televisione, negli anni Sessanta del XX secolo, quelli che ora sono i dialetti locali) o Risorgimento, né aveva mai letto Muratori, Vico o Machiavelli (ancora nel 1861 il 74,4 % della popolazione italiana era analfabeta) – si rifacevano spesso ad un labile concetto di koinè culturale, una comunità dotata da secoli di lingua e letteratura comuni – il fiorentino di Petrarca e Boccaccio e le opere di Dante, Bembo, Ariosto, Tasso e Alfieri – che si riteneva figlia ed erede diretta degli antichi Romani.
Sebbene oggi molti diano per scontata l'aprioristica esistenza di una nazione italiana, oggetto del desiderio delle masse ben prima della proclamazione del Regno d'Italia nel 1861, la realtà è che, ancora agli inizi del XIX secolo, la penisola era divisa in molteplici stati con specifiche leggi, tradizioni, storie, territori e lingue, spesso neppure abituati a commerciare l'un l'altro. La comunanza di stirpe, spazio geografico e cultura corrisponde a mitologie ed agiografie costruite a tavolino dopo la conclusione delle guerre risorgimentali: “Fatta l'Italia, ora facciamo gli Italiani”, avrebbe detto, secondo la tradizione, Massimo D'Azeglio. Emerge dunque un'idea di nazione intesa come una creazione artificiale, soggetta, come tutto in questo mondo, al divenire storico.
L'idea di uno stato italiano unitario, prima dell'elaborazione delle speculari proposte costituzionali di Mazzini, Gioberti, Cattaneo e dei teorici affiliati alla Società Nazionale (il progetto di unificazione peninsulare sotto la guida di Casa Savoia destinato ad imporsi nel 1861), matura per la prima volta nel 1796, nella cittadina ligure di Oneglia occupata dai Francesi; ad elabolarla è un rivoluzionario di professione, Filippo Buonarroti, grande estimatore dei giacobini d'Oltralpe.
Ma perchè Italia? Perchè questo toponimo, assai caro alla memoria dei Reggini, che designava anticamente la fascia territoriale compresa fra l'istmo lametino-squillaceo e Capo Spartivento, finì poi, sin dall'epoca romana, per abbracciare la penisola nella sua interezza geografica, dalle Alpi alla balza di Scilla, così come scriveva il Manzoni; così come, del resto, di “espressione geografica”, parlava, malignamente, il principe di Metternich quando gli veniva chiesta la propria opinione in merito alla questione italiana.
Questi brevi cenni etimologici risultano preziosi ai fini di una comprensione esaustiva del fenomeno risorgimentale e delle mitologie create prima, durante e dopo la genesi dell'unificazione politica ed economica della penisola. Del resto, il 150° anniversario dell'unificazione potrebbe essere celebrato degnamente se accompagnato da una serie di studi metodici, coerenti ed immuni alle strumentalizzazioni o agli sterili revanchismi, in modo di divulgare al grande pubblico lo sviluppo storico di un'idea di nazione.

mercoledì 20 ottobre 2010

Cittanova. Ottobre Piovono libri: incontro con l'autore Natale Zappalà

di Stefania Guglielmo

Si è tenuto oggi, 20 Ottobre 2010, presso il Centro Culturale di Piazza Calvario a Cittanova, l'incontro con il Dott. Natale Zappalà, autore del volume “La Reggio di Anassila” (Leonida Edizioni).
L'evento è rientrato all'interno del calendario delle attività promosse nel centro della Piana in occasione della campagna nazionale “Ottobre Piovono Libri”, il cui fine essenziale è quello di incentivare e valorizzare la lettura.
Sono intervenuti per i saluti iniziali il Sindaco di Cittanova, Dott. Alessandro Cannatà, il Vicesindaco, Domenico Bovalino, e l'Assessore alla Cultura, Maria Grazia Sergi, i quali hanno ribadito con forza, dinanzi ad un'attenta e nutrita platea per la maggior parte composta dagli studenti dei locali istituti scolastici, l'importanza della lettura quale strumento di crescita formativa dell'individuo.
Il Dott. Domenico Polito, direttore della Leonida, ha sottolineato l'impegno della Casa Editrice sul versante della divulgazione libraria, ringraziando inoltre l'Amministrazione Comunale di Cittanova per la sensibilità dimostrata sul piano culturale.
La Prof.ssa Annunziata Rositani, docente presso l'Università della Calabria, ha poi introdotto il tema sviluppato dall'autore nel suo saggio storico, una ricerca, metodologicamente basata sul complesso delle fonti letterarie, archeologiche, numismatiche ed epigrafiche, in grado di restituire al lettore un esauriente quadro di sintesi in merito alla Reggio di VI-V secolo a.C. Fra gli spunti più interessanti del volume – secondo la Prof.ssa Rositani – trova sicuramente spazio l'indagine condotta da Zappalà sul rapporto di interscambio continuo che esisteva fra la città vera e propria e la sua chora, il territorio circostante, compresa fra il fiume Petrace e la Bovesia, definito propriamente “un dialogo fra la terra ed il mare”.
Il Dott. Zappalà ha infine illustrato al pubblico le principali dinamiche politiche ed economiche inerenti il periodo anassilaico (494-476 a.C.): la proficua e coerente gestione delle arterie di comunicazione navali e terrestri dell'Area dello Stretto da parte dei Reggini, l'ottimizzazione della funzione di “fortezza” svolta dalla polis italica per tutta l'epoca antica e medievale, i consueti canali di commercializzazione delle risorse aspromontane (pece, legname, olio e vino) e dei prodotti artigianali in bronzo o ceramica. Una relazione accattivante e per nulla tediosa che ha avuto il merito di stimolare l'attenzione e la voglia di scoprire qualcosa di più circa le proprie origini fra i giovani convenuti.
Il ciclo cittanovese degli “Incontri con l'Autore” proseguirà sabato 23 Ottobre (ore 9,30) con il Dott. Achille Concerto, autore del romanzo “Il verme della mela” (Leonida Edizioni), con relazione a cura della Dott.ssa Rosamaria Scarfò.

In foto, da sinistra, Cannatà, Bovalino, Polito, Zappalà, Rositani e Sergi.

domenica 17 ottobre 2010

Garibaldi e l'impresa dei Mille fra mito e realtà

Eroe dei due mondi o pedina nelle mani di Cavour e Vittorio Emanuele II? Filantropo o filibustiere? Le agiografie risorgimentali e il folklore continuano ad offuscare la fisionomia storica di Giuseppe Garibaldi: aneddoti apocrifi ed ogni sorta di reliquia (persino ciocche di capelli o frammenti di unghie) costituiscono gli elementi di un vero e proprio feticismo popolare che compromette la reale comprensione del personaggio. Mitologie e mitografie che talvolta sconfinano in una grottesca interpretazione pseudo-religiosa degli eventi, come attesta la diffusione delle celebri litografie raffiguranti Garibaldi con le fattezze del Cristo Pantocratore, con tanto di mano destra alzata in segno di benedizione.
Ma chi era, in realtà, questo rivoluzionario di professione venuto da Nizza e – soprattutto – quali furono le vere motivazioni che animarono la sua impresa più importante, la spedizione dei Mille?
Garibaldi era essenzialmente un buon marinaio, capitano di lungo corso, ma avventuriero per vocazione: nel corso del lungo periodo che trascorse in Sud America (1835-1848), aveva praticato la pirateria, il commercio degli schiavi e del bestiame, ma soprattutto aveva acquisito una grandissima esperienza sul terreno della guerriglia, combattendo, insieme a molti fuoriusciti politici italiani, in Brasile, Argentina e Uruguay. Pur non disponendo di competenze sufficienti in termini di formazione accademico-militare e capacità strategiche o tattiche, era dotato di una buona intuizione nel “leggere” la battaglia e, soprattutto, coraggio da vendere; per tali ragioni, Garibaldi veniva considerato un capo-carismatico dalle masse popolari e dai suoi soldati, con fama di invincibilità.
Aveva aderito immediatamente al progetto di unificazione politica della penisola italiana, affiliandosi alla Carboneria, alla Massoneria e alla Giovine Italia di Mazzini. Ciò nonostante, egli aveva una certa inclinazione ad abbracciare quelle idee utopiche – la guerra come pleludio necessario all'abbattimento del dispotismo in tutto il pianeta e quindi il raggiungimento della fratellanza universale dei popoli – così care a tutti i rivoluzionari romantici da Byron a Che Guevara, non disdegnando di cambiare spesso opinione. “Non capisce a fondo le cause stesse per cui combatte”, disse di lui Florence Nightingale, fondatrice della Croce Rossa.
Difatti, nel 1857 aveva aderito, accantonando l'iniziale repubblicanesmo mazziniano, alla Società Nazionale Italiana, una setta il cui scopo essenziale consisteva nella creazione di uno stato peninsulare unitario, guidato dalla dinastia Savoia: nel 1861, com'è noto, sarà proprio questa la tesi vincente.
L'impresa dei Mille e la conquista del Regno delle Due Sicilie, al di là delle romantiche e spesso mendaci ricostruzioni che affollano i manuali scolastici, rappresentò il tronfo della Massoneria e degli interessi economici inglesi, delle velleità di una parte della classe dirigente meridionale – i grandi proprietari terrieri interessati ad occupare le terre demaniali di regia proprietà a danno dei contadini – e delle ambizioni dinastiche di Vittorio Emanuele II e Cavour. Questi ultimi individuarono nei volontari garibaldini un formidabile e versatile strumento di influenza politica: potevano essere appoggiati in segreto dal governo sabaudo fin quando le rivolte andavano a buon fine, oppure sconfessati agevolmente in caso di insuccesso, senza timore di ripercussioni internazionali. Garibaldi, idolo delle folle, non era che l'incarnazione degli ideali di rivoluzione o di unificazione nazionale che facevano presa sul grande pubblico, quasi mai al corrente dei grandi intrighi politici celati dietro uno slogan apparentemente genuino: come scrisse Denis Mack Smith nella sua celebre biografia del nizzardo, “ Il culto di Garibaldi crebbe quasi a sostegno della fiducia nazionale […] La gente era portata a fantasticare su di lui, a farne la proiezione sovrumana di eventi eroici, epici, leggendari.”
L'Inghilterra fu la grande eminenza grigia dietro le vicende dei Mille, essendo interessata alla caduta dei Borboni per diversi aspetti: la prossima apertura del Canale di Suez esigeva un più saldo controllo delle rotte mediterranee e il Regno delle Due Sicilie aveva firmato degli accordi commerciali con l'Impero Russo, diretto concorrente dei britannici; inoltre, il sovrano napoletano non aveva aderito alla Lega Doganale Italiana, condizione che irritava non poco gli inglesi, fautori, per propria convenienza, del libero scambio; l'approdo dei Mille a Marsala, la cui popolazione locale contava più inglesi che siciliani per ragioni legate allo sfruttamento economico delle miniere di zolfo (altra motivazione secondaria dell'appoggio inglese a Garibaldi), fu consentito dalla presenza delle cannoniere britanniche Angus ed Intrepid, che si frapporranno fra i cannoni borbonici e le navi Piemonte e Lombardo (fornite dal massone Fouché, procuratore dell'armatore Rubattino), trasportanti i garibaldini.
Legami assai stretti con i politici e con i fondi britannici che finanzieranno in gran parte le iniziative garibaldine – piastre d'oro turche ammontanti a circa tre milioni di franchi, versate dai massoni di Edimburgo furono impiegate per corrompere le autorità borboniche – aveva la cancrena vergognosa della Massoneria, i cui affiliati erano infiltrati ovunque fra le maglie dello stato duosiciliano: burocrati, ufficiali, magistrati.
Massoni erano il giudice Tommaso Nardella e il colonnello Antonio Plutino, responsabili dell'occupazione dell'ufficio telegrafico e della sottrazione delle casse comunali di Melito Porto Salvo, il centro costiero ionico da cui Garibaldi, già conquistatore e dittatore della Sicilia per conto di Vittorio Emanuele II, inizierà la marcia di avvicinamento verso Napoli nel continente.
L'Eroe dei due mondi, in tutta la faccenda, imponeva le mani sulle folle festanti come un provvidenziale Messia, promettendo redistribuzioni di terre proprio mentre il suo luogotenente Bixio fucilava i contadini poveri a Bronte (bellissima e sconvolgente la novella verghiana sull'episodio). Sporche pagine di una storia dimenticata, il cui senso profondo sta nel bisogno di divulgare la verità fattuale.
Il modo migliore per commemorare i primi centocinquanta anni dell'Unità d'Italia, in fondo, è quello di esaminare questa ed altre vicende del Risorgimento secondo prospettive reali e non inquinate da distorsioni e strumentalizzazioni dei fatti. Del resto, gli errori di cui si macchiano gli uomini non sono che condizioni naturali ed inevitabili dell'imperfezione dell'umanità rispetto alla purezza delle proprie idee. In fondo, fu lo stesso Garibaldi a precisare che “quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del parlamento italiano durante il Risorgimento, vi troveranno cose da cloaca”.

In foto, Garibaldi “benedicente” nelle vesti di Cristo Pantocratore, litografia del 1850.

sabato 16 ottobre 2010

“Ottobre Piovono Libri” a Cittanova: incontro con Natale Zappalà

Mercoledì 20 Ottobre 2010, alle ore 9,30, presso il Centro Culturale Polivalente di Piazza Calvario a Cittanova, nell'ambito delle iniziative promosse nel centro della Piana in occasione di “Ottobre Piovono Libri”, si terrà l'incontro con il Dott. Natale Zappalà, autore del volume “La Reggio di Anassila” (Leonida Edizioni).
Lo storico reggino sarà introdotto dalla Prof.ssa Annunziata Rositani, Direttrice della Collana “Dall'Università. Ricerche universitarie e tesi di laurea” della Leonida Edizioni.
All'evento parteciperanno gli studenti dei locali istituti scolastici.

Stefania Guglielmo

domenica 10 ottobre 2010

Federico II di Svevia: dal mito all'uomo

La storia, quella con la “s” minuscola scritta dai vincitori o sui manuali scolastici senza criteri scientifici né coerenza, ha decisivamente contribuito alla divulgazione del mito di Federico II di Svevia (1194-1250), quale preconizzatore dell'Europa Unita, fondatore della “scuola poetica siciliana”, detto stupor mundi per via della sua inestinguibile sete di cultura.
Un personaggio di cui, tolta la tara delle inesattezze, dei luoghi comuni e delle santificazioni postume sul suo conto, il grande pubblico, di vero, conosce realmente poco, con buona pace delle assurdità redatte da certa letteratura storiografica nel corso dei secoli.
Talvolta si è costruita l'improbabile immagine di un sovrano “siciliano”, cresciuto per i moreschi quartieri di Palermo, seppure Federico risiedette relativamente poco nella capitale isolana, non esistendo per altro, nel XIII secolo, la consuetudine di fissare una residenza regale definitiva, essendo le corti essenzialmente itineranti.
Fondatore della “scuola poetica siciliana”, nel senso di un luogo fisico ove forgiare letterati ed artisti raffinati? La “scuola siciliana” rappresentò essenzialmente un mero esercizio intellettuale di corte che ricalcava le mode del tempo. Se Iacopo da Lentini (inventore o ri-scopritore del sonetto), Pier delle Vigne ed altri scelsero il volgare siciliano, lingua letteraria ed assolutamente non parlata dal popolo (in realtà aperto anche ad elementi del volgare pugliese e della lingua provenzale), questa decisione dipese da criteri estetici; Dante stesso, nel De Vulgari Eloquentia, riteneva che il siciliano-letterario costituisse il modello linguistico più vicino al concetto di volgare illustre, ancor di più del fiorentino, progenitore della lingua italiana.
Federico II fondatore dell'Europa moderna? Bella ed anacronistica scemenza! Sì, egli fu contemporaneamente Rex Siciliae e Sacro Romano Imperatore, ma secondo le leggi del periodo si trattava di due titoli distinti, di due diverse amministrazioni e di due diverse categorie di sudditi, che Federico coordinava a livello personale, in omaggio al diritto feudale. Semmai, de facto, le prospere finanze del Mezzogiorno d'Italia furono spesso impiegate per supportare le continue guerre intraprese dall'imperatore in Oriente, contro i papi ed i sovrani stranieri, o nell'ottica degli scontri che lo opposero ai Comuni del Settentrione.
L'economia del Regnum Siciliae venne dunque subordinata, attraverso un legame innaturale, alle pretese ed agli interessi politico-militari di Federico che, pur parlando molte lingue da buon sovrano colto, rimaneva sempre l'erede, in linea paterna, del casato svevo degli Hohenstaufen, figlio di Enrico VI e nipote del Barbarossa. Sua madre, Costanza d'Altavilla, lo aveva casualmente partorito a Jesi, nel corso del viaggio da lei intrapreso verso Palermo, ove era da poco avvenuta l'incoronazione del marito (1194).
In ambito numismatico, Federico II è noto per il fiasco che fece quando si mise in testa di coniare una nuova moneta d'oro circolante nei suoi domini, i cui standards, in termini di peso e di quantità di metallo prezioso intrinseco, risultavano assolutamente incompatibili con il mercato mediterraneo con cui da secoli interagivano la Sicilia ed il Mezzogiorno. Magra consolazione: il suo Augustale (che raffigurava al diritto l'aquila degli Hohenstaufen, il che la dice lunga sulla sicilianità di Federico!), se il valore dei soldi si potesse misurare in criteri estetici, rimarrebbe certamente la più bella moneta medievale.
In conclusione, Federico II fu sostanzialmente un uomo del suo tempo che agì pragmaticamente ai fini di salvaguardare e portare avanti i suoi interessi. Intelligente, spregiudicato e colto, ma sicuramente non dotato di quella filantropia e di quelle capacità di astrazione e prefigurazione del futuro ad egli attribuite dai suoi ingenui sostenitori postumi. Quando fondò uno studium (università) a Napoli nel 1224, il sovrano intendeva soprattutto plasmare un nuovo ceto di notai, giuristi e burocrati in grado di elaborare legittimazioni continue della sua autorità e di curare la propaganda imperiale; e, specie della propaganda, Federico si servì nel corso dell'annosa guerra di libelli, accuse infamanti ed invettive maturate in vista dello scontro politico e dialettico con papa Gregorio IX. Si pensi che lo Svevo morì scomunicato, un anatema che ereditarono persino i suoi eredi, Corrado e il dantesco Manfredi.
Un essere umano con pregi e difetti, diverso dal mito elaborato nei secoli successivi da certa storiografia tedesca che ne fece un campione dell'ottocentesco spirito nazionalistico. Fu tollerante in misura proporzionale alla fedeltà dimostratagli dai suoi sudditi: se i musulmani di Sicilia mettevano in discussione la sua autorità venivano estradati a Lucera di Puglia, altrimenti erano ben accetti.
Anche Reggio reca le tracce dell'imperatore tedesco, il quale ampliò e rinsaldò quell'ex donjon (torrione) normanno, sorto a sua volta su di una precedente fortificazione romeo/bizantina, che poi divenne il Castello Aragonese. Sulle rive dello Stretto rimane inoltre la testa di una statua marmorea raffigurante probabilmente il controverso Stupor Mundi, custodita presso il Piccolo Museo San Paolo.
In compenso, se i luoghi che a Reggio parlano di Federico II sono pochi, immense sono le fesserie impartite ai nostri figli a scuola, grande merito di un sistema didattico come quello meridionale, mai al passo con i progressi della ricerca, che spesso si accosta allo studio del passato con un ingiustificato complesso patologico di inferiorità preconcetta, quando non scimmiotta persino le manipolazioni storiografiche elaborate da tutti coloro che intendono sempre e comunque farci passare per... Terroni! Pino Aprile docet.

In foto, l'Augustale, la moneta d'oro coniata da Federico II di Svevia, ed un ritratto raffigurante lo stesso imperatore.

venerdì 1 ottobre 2010

Le origini dei mali storici del Reggino

Accade spesso, nel corso di seminari, incontri e convegni dedicati alla divulgazione o alla valorizzazione delle radici storiche reggine, di sentir rivolgere una immancabile domanda ai relatori, “Ma come e quando inizia la decadenza della nostra terra?”
La risposta non è univoca, essendo la Storia un continuo divenire di cambiamenti per lo più impercettibili, fermo restando che l'indifferenza del coevo popolo reggino nei confronti del proprio plurimillenario patrimonio di memorie rimane la principale responsabilità di questa deleteria tendenza alla rimozione dell'identità.
Certamente, volendo banalizzare, le fondamenta dei mali secolari che affliggono la città dello Stretto ed il territorio circostante – criminalità organizzata nei fatti e nella mentalità, mancanza di una classe dirigente, stato di latitante ignoranza popolare, malcostumi e clientelismi di ogni sorta ecc. – vengono gettate a partire da un avvenimento preciso, la conquista normanna del 1059.
Saranno tali ex-mercenari violenti ed arraffoni a cominciare ad imporre nel Reggino riti e clero cattolico, vendendo spudoratamente la redditizia carica arcivescovile cittadina a personaggi di dubbio valore spirituale. I Normanni promuoveranno inoltre l'immigrazione massiccia di numerosi nobili franchi senza terra né denaro, ai danni delle ricche famiglie greche autoctone (che prosperavano grazie ai commerci di seta grezza, lana vino, legname, pece e molti altri prodotti); un'immissione capillare di stranieri squattrinati che si tradurrà, con conseguenze rovinose sull'economia locale, nell'afflusso di migliaia di Angioini ed Aragonesi nei secoli successivi, i quali, una volta approdati a Reggio, rimarranno stupiti delle ricchezze del luogo, cominciando presto ad attuare delle lunghissime serie di sfruttamenti e ruberie.
Nel periodo che intercorre fra la dominazione normanna e quella aragonese (dalla fine dell'XI al XIII secolo inoltrato) si definisce inoltre l'importazione di forme giuridiche e di consuetudini legate al feudalesimo di matrice franca, proprio mentre nel resto del continente si assiste alla graduale scomparsa del fenomeno, per di più in una regione che non conosceva neppure il significato del rapporto vassallatico-beneficiario.
Nella contaminazione feudale delle Calabrie si coglie l'origine di costumanze ed atteggiamenti rapportabili all'odierna criminalità organizzata: rapporti di clientelismo e corruzione, instaurati fra signore e vassalli; creazione di clans familiari, svincolati dalle leggi e dal potere statale centrale, ben radicati in porzioni di territorio piuttosto piccole, con i quali cominciano gli scandali relativi all'appaltocrazia (uno sventurato appalto porterà allo sprofondamento di Punta Calamizzi nel 1562, rovinando per sempre la funzione portuale di Reggio, un tempo alla base delle fortune economiche della città) e le lotte intestine volte al conseguimento dell'egemonia locale; i contadini liberi si trasformeranno rapidamente in servi della gleba (o paddechi, come venivano chiamati in grecanico, espressione che deriva dal greco classico paroikoi).
Non che i sovrani stranieri intendessero gestire ragionevolmente e coerentemente il novello Regnum Siciliae (così si chiamava quel regno comprendente la Sicilia ed il Mezzogiorno italiano, fondato dai Normanni per grazia ed autorizzazione papale). Le finanze del regno furono subordinate agli interessi politici e militari svevi ed angioini, supportando le continue guerre scatenate dai governanti: è il caso di Federico II detto “Stupor Mundi” che, con buona pace dei tanti sostenitori della favoletta con protagonista un imperatore illuminato (che per altro, se proprio ci teniamo al bigottismo, morì col marchio della scomunica papale), inventore dell'odierna idea di Europa moderna e della scuola poetica siciliana (in realtà mero esercizio intellettuale di corte), la cui imbelle riforma monetaria, per esempio, oltre a scatenare l'ilarità di tutto il Mediterraneo, contribuì a danneggiare l'economia del Sud.
A Carlo d'Angiò, nuovo braccio armato del papa – vero sovrano feudale del Regnum Siciliae sulla base della falsissima documentazione giuridica nota come la “Donazione di Costantino” – e vincitore del dantesco Manfredi e di Corradino di Svevia, si deve invece il colpo di grazia definitivo al sistema monetario meridionale, da secoli basato su standars allineati alle peculiarità mercantili del circuito mediterraneo. Egli sostituisce valori e pesi consolidati da romani, arabi e bizantini con un “copia ed incolla” delle monete francesi, incompatibili con l'area commerciale locale, coniando Carlini o Saluti d'oro e d'argento, poi rimasti sostanzialmente invariati nel corso dei secoli, quando già il danno era stato compiuto e legittimato.
Tali complesse dinamiche identicide e favorevoli alle tasche degli invasori-vincitori furono accompagnate da più o meno complesse manovre volte alla distruzione scientifica della cultura e della lingua ancestrali reggine, prima fra tutte l'imposizione del rito latino: i grandi monasteri italo-greci vennero accorpati in un unico ordine, quello basiliano (mai fondato da San Basilio), seppure il rito ortodosso coninuò ad essere praticato per secoli (ancora alla fine del '500 Monsignor D'Afflitto annotava di preti greci che solevano sposarsi e celebrare in greco), prima che l'avvento dell'Inquisizione e la fondazione sistematica di abbazie o nuove chiese in punti strategici del Reggino prima, e l'applicazione delle direttive gerarchizzanti del Concilio di Trento poi, riducessero le comunità elleniche alla stregua di enclaves (ne esistono ancora, nella Bovesia soprattutto, ma non solo, per fortuna), il cui destino è in qualche modo paragonabile a quello dei nativi americani.
Queste e molte altre sono le ragioni storiche del nostro declino politico, economico e culturale, già evidente nella seconda metà del XIX secolo, quando inizia quel moderno dibattito sulla “questione meridionale”, recentemente riaperto in occasione del 150° anniversario dell'unità nazionale e dalla pubblicazione di opere revisioniste quale il recente volume di Pino Aprile.
Lo scopo di tale, modesto, scritto, d'altronde, è quello di aggiornare i lettori già coscienti della pregevole pubblicazione di Aprile alla luce di un dato sostanziale: le ragioni della decadenza, per noi Reggini, risultano ancora più radicate nel tempo rispetto al complesso periodo risorgimentale, solitamente oggetto del suddetto dibattito. Il tutto a fini divulgativi, al di là di revanchismi ed assurdi vagheggiamenti di un passato che non tornerà giammai, ma solo per ribadire con forza, a tutti coloro che ci accusano di essere un “popolo senza radici”, che una Storia esiste e ci guarda con compassione dall'alto di tremila anni e di centinaia di generazioni, interrogandosi mestamente circa le cause – quelle sì, incomprensibili – dell'indifferenza dei posteri.

In foto, un'illustrazione di Reggio Calabria dopo il terremoto del 1783.


mercoledì 29 settembre 2010

Reggio: l'Anassilaos ha celebrato l'anniversario della battaglia di Maratona

Si è svolta presso l'accogliente cornice della Saletta di San Giorgio al Corso, a Reggio Calabria, la commemorazione del 2500° anniversario della battaglia di Maratona, promossa dall'Associazione Culturale Anassilaos – Sezione Giovani.
Nel corso dell'incontro sono stati proiettati vari spezzoni di films e documentari incentrati sull'epico scontro che, nell'estate del 490 a.C., ha opposto gli Ateniesi di Milziade e Callimaco ai Persiani del Gran Re Dario, guidati da Dati ed Artaferne.
Il Dott. Stefano Iorfida, presidente dell'Anassilaos, ha analizzato vari argomenti correlati al conflitto, quali la vincente tattica oplitica impiegata dai Greci per mezzo della geniale manovra avvolgente, eseguita con disciplina dai fanti ellenici, e le strumentalizzazioni propagandistiche del combattimento in termini di dualismo fra Occidente ed Oriente, riprese nei secoli successivi dalla letteratura e soprattutto da recenti pellicole come “300” di Zack Snyder. L'intervento di Iorfida è stato accompagnato dalla lettura della più autorevole fonte storiografica su Maratona, il VI libro delle Storie di Erodoto.
La Prof.ssa Francesca Neri, docente di letteratura italiana, ha poi illustrato al numeroso ed attento pubblico presente l'influenza che la battaglia di Maratona continuò ad esercitare su poeti e scrittori di epoche posteriori, primo fra tutti Ugo Foscolo, il quale paragonò, nel carme I Sepolcri, gli italici illustri sepolti nella chiesa fiorentina di Santa Croce ai Greci caduti nella difesa della patria dai Persiani.
Il Dott. Natale Zappalà, storico antichista, ha infine evidenziato i parallelismi esistenti fra le vicende politiche e militari culminate nello scontro di Maratona e la conquista di Zancle realizzata da Anassila nello stesso 490 (o il terzo anno della 71ma Olimpiade, secondo il calendario ellenico). Il tiranno reggino rifonderà la città della sponda siceliota dello Stretto, chiamandola Messene in ricordo delle sue origini familiari (i suoi avi provenivano dalla Messenia del Peloponneso, una regione della Grecia continentale), assicurandosi l'ambito ed effettivo controllo del Basso Tirreno, anticipando così di circa duemilaecinquecento anni l'idea di Area Metropolitana.
L'Associazione Anassilaos farà dono di una speciale moneta commemorativa dell'evento, coniata in Grecia, a tutti coloro che sono intervenuti al convegno.

Stefania Guglielmo

lunedì 27 settembre 2010

Il primo storico di Occidente

Di Ippi, cittadino di Reggio fra VI e V secolo a.C., politico, oratore e storiografo, sono pervenute esclusivamente informazioni sporadiche, per lo più risalenti ad epoche successive.
La stesura delle sue opere può essere datata all'epoca delle guerre persiane (490-479 a.C.); probabilmente, prima del 494 a.C., anno dell'instaurazione della tirannide di Anassila nella città dello Stretto, egli partecipa alla conduzione governativa della polis in ossequio alla costituzione vigente, essendo uno dei Mille membri del Consiglio locale che, per censo, godevano dei pieni diritti politici.
Il lessico Suda, un'antica enciclopedia universale in lingua greca redatta nel X sec. in ambiente romeo/bizantino, tramanda i titoli delle opere che l'autore avrebbe scritto: Ktiseis (cioè una storia delle fondazioni di città, con ogni probabilità la storia delle fondazioni delle città greche di Sicilia ed Italia) in cinque libri, Sikelikà (Storia della Sicilia) in cinque libri, Chronikà (una sorta di storia universale basata su criteri annalistici) in cinque libri, Argolikà (storia della regione ellenica dell'Argolide) in tre libri.
Se l'attività letteraria di Ippi Reggino può essere circoscritta nei primi due decenni del V sec. a.C., egli costituisce dunque il primo storico (per ora conosciuto) di tutto l'Occidente, anteriore persino a coloro che vengono considerati come i “padri” della disciplina, Erodoto e Tucidide, i quali scrissero nella seconda metà del V secolo.
Il problema è rappresentato dal fatto che Dionigi di Alicarnasso (I sec. a.C.) non include Ippi nell'elenco degli storiografi antichi, né il suo nome viene citato dagli altri autori che si occupano delle vicende relative alla Magna Grecia o alla Sicilia.
La spiegazione più plausibile di tale enigma è che gli storiografi più recenti preferirono utilizzare come fonti gli scrittori siracusani come Antioco (V sec. a.C.) o Filisto (IV sec. a.C.) Siracusa era a quei tempi la città più influente dell'isola – e, successivamente, delle opere meno dettagliate ma maggiormente divulgative come le Storie di Timeo di Tauromenio o la Biblioteca Storica di Diodoro Siculo.
Del resto, le informazioni fornite da Ippi erano talmente minuziose da abbracciare persino delle menzioni circa l'importazione di un particolare tipo di vino in Sicilia, così come recita uno dei pochi frammenti dell'autore reggino riportati ne “I Deipnosofisti” di Ateneo (III-II sec. a.C.):
"Ippi di Reggio afferma che il vino denominato 'groviglio' era conosciuto come Biblian, e che Pollis di Argo – il quale divenne tiranno di Siracusa – lo importò dall'Italia."
Le continue scoperte, talvolta fortuite, di frammenti papiracei, ci rendono speranzosi circa la possibilità di saperne di più su Ippi, ma, per ora, ci si accontenti di divulgare che Reggio diede i natali al primo storico di Occidente; ammesso che la divulgazione della Storia Patria diventi finalmente un obiettivo alla portata delle iniziative e della preparazione del corpo docente locale.