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venerdì 4 dicembre 2009

Storie di una piccola Roma

I recenti ritrovamenti archeologici reggini - rimando i lettori al mio precedente intervento, relativo al rinvenimento di un frammento di strada lastricata di epoca romana in Piazza Italia - rappresentano un'occasione ottimale per riaprire il dibattito sul rapporto che lega i reggini (intesi nella totalità della popolazione residente nella provincia in questione) alle testimonianze materiali del loro passato.
Definirei Reggio - esempio vivido di drammatica indifferenza alla miriade di tracce documentarie che continuano ad emergere dal sottosuolo - una "piccola Roma", per via dei frequenti, inaspettati e spesso bistrattati, ritrovamenti in cui ci si imbatte ogni qual volta che vengono effettuati degli scavi di superficie (figuratevi quando sono di profondità…) nel centro storico (e, talvolta, persino nelle periferie).
E' tuttavia lampante, l'enorme disavanzo che si riscontra fra il numero delle informazioni pervenute, legate ad una storia trimillenaria, e l'esiguità dei resti materiali del suddetto passato, da offrire al pubblico. Le responsabilità di tale squilibrio vengono spesso attribuite alle calamità naturali, in primis la pur persistente attività sismica.
E la mutilazione delle mura medievali del Castello Aragonese? Il ninfeo romano e il tempio di Apollo Minore demoliti per fare largo all'"intubata" della Stazione Lido? Chi ha violato l'architettura della chiesa degli Ottimati in ossequio al Piano De Nava? Chi ha consentito che un cancello elettrico si appoggiasse alla cinta muraria di IV secolo a.C., alla Collina degli Angeli? Di certo, non è stato il terremoto.
La lista è ancora lunga, specie se includiamo le devastazioni compiute, nel corso dei decenni, nel territorio provinciale.
Per non parlare del comico conflitto che esiste fra la verità ufficiale, ma spesso non attendibile, promulgata dalla Sovrintendenza e le migliaia di fantomatiche verità ufficiose, le segnalazioni verbali di chi, molto spesso, assiste come testimone muto allo scempio. Così, persino Giovanni Pascoli probabilmente sapeva del teatro-ekklesiasterion greco presso l'attuale Parco alla Rotonda, ma nessuno scavo scientifico ha mai fatto luce sulla vicenda; e tutto ciò è irritante.
La colpe, fra autorità, enti pubblici e privati cittadini, in termini di conservazione, tutela o restauro dei beni archeologici, sono state - e continuano ad esserlo, chiedete ai contadini che trovano i vasi calcidesi zappando la vigna acquisita per usucapione e poi li contrabbandano - imperdonabili.
Manca la mentalità necessaria, ma mancano soprattutto - consentitemelo - l'intelligenza e la consapevolezza necessarie per promuovere delle essenziali strategie di promozione turistica, che tanto bene potrebbero fare alle tasche di tutti i reggini.
Altrove riescono a ricavare parchi archeologici all'avanguardia - visitati da autentiche vagonate di turisti pronti a spendere - persino dalle cacche fossilizzate, semmai esistono. Qui, i resti materiali di un passato davvero grandioso vengono abbattuti o dimenticati in nome del progresso. Almeno l'avessimo mai visto, questo progresso. Ecomostri, deviazioni secolari, frane e - udite, udite - qualche bagno in più nell'appartamento della suocera.
Il tutto a spese della cultura, del turismo, della speranza, senza neppure vedere uno straccio di benessere: solo tanta ignoranza, molta indifferenza e qualche tombarolo che - quello si, ahimè - va controcorrente. Come il barcaiolo del Tevere. Bella canzonetta popolare.

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