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mercoledì 16 dicembre 2009

La via Popilia e la differenza fra le strade romane e quelle odierne

Nel corso del 132 a.C., il Senato di Roma promosse la costruzione di una grande arteria viaria di collegamento fra Capua e Reggio, nota come via Popilia dal nome del magistrato che sovrintese ai lavori - Publio Popilio Lenate; altri optano ad attribuire la paternità dell'opera a Tito Annio Rufo, pretore nel 131 - da cui la denominazione di via Annia - o a Tito Annio Lusco, console nel 153, ma l'inaugurazione del percorso stradale rimane, comunque vada, nel contesto del II sec. a.C.
La peculiarità delle strade statali romane consiste soprattutto nella lunga durata della loro praticabilità; ancora oggi, è possibile seguire la via Salaria, la via Appia, la via Aurelia e così via.
Nonostante il progresso e le innovazioni tecnologiche dei nostri giorni, i collegamenti viari romani sono ancora a passo coi tempi. Nel caso della nostra Statale 18, perennemente soggetta al principio della deviazione (rimando i lettori al mio precedente intervento in merito alla dimostrazione di questo principio fisico-matematico) direi - assumendomi le responsabilità di quanto sto per affermare - che l'ANAS adotta sistemi di gestione e manutenzione delle strade degni del Neolitico. La spiegazione del fenomeno è semplice e può essere ricondotta ad una questione di mentalità e costume. Nella Roma caput mundi, seppur non mancassero gravi problemi di corruzione e malcostume politico, ogni amministratore pubblico o privato (incaricato dell'appalto) sapeva che la riduzione dei tempi e delle distanze fra gli spazi geografici della res publica e poi dell'Impero avrebbe avuto effetti benefici sull'economia e sul benessere della comunità: razionalizzazione degli approvvigionamenti alimentari e delle operazioni commerciali, miglioramento delle condizioni di vita della popolazione ed aumento della mobilità dei cittadini e degli scambi culturali.
C'era, in altri termini, una forma di rispetto nei confronti del concetto di pubblica utilità che travalicava di gran lunga gli episodi di malversazione, corruzione e cattiva gestione. I termini di consegna dei lavori venivano sempre rispettati (a proposito, qual è la sindrome che affligge il raccordo autostradale di Scilla, i cui termini di consegna sono scaduti da parecchio?), anche perché la puntualità - altro concetto sciaguratamente ignorato oggigiorno - creava consenso, e - detta volgarmente - portava voti.
Nel Terzo Millennio invece, ci si contenta di turlupinare la legge, lo stato e i cittadini. La Salerno-Reggio Calabria costituisce l'esempio illuminante di tali malcostumi. Sono stati traforati i monti della Sila piuttosto che utilizzare la più comoda e breve litoranea, con il risultato di allungare a dismisura il tempo impiegato da un automobilista per raggiungere Napoli. Per non parlare poi di cantieri interminabili, manutenzione inesistente, ingegneri ambientali da mettere alla gogna. Il rispetto della pubblica utilità si è oggi tramutato nella venerazione dell'assioma del futticumpagnu (traducete letteralmente in sbeffeggia l'amico): un cantiere stradale o autostradale è sovente una fonte inesauribile di arricchimento personale, ai danni della popolazione e della Repubblica Italiana.
Ma torniamo alla nostra via Popilia e diamo fondamento scientifico alle nostre considerazioni. Il lapis Pollae - iscrizione, rinvenuta a Polla, in provincia di Salerno, indicante i principali centri attraversati dalla strada romana, con tanto di indicazione delle miglia intercorrenti fra una tappa e l'altra - sulla base delle equivalenze fra i vari sistemi di misurazione spaziale, contempla una distanza complessiva fra di 475 chilometri fra Capua e Reggio, pressappoco corrispondente a quella attuale. Domanda: sono stati compiuti dei progressi dopo più di duemila anni? No, nessuno. Anzi, da Reggio a Capua, conviene spostarsi col tappeto volante o col mantello impermeabile di S. Francesco di Paola. Davvero niente male per una società che si definisce "tecnologica".

In foto, frammento lastricato dell'antica via Popilia.

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