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giovedì 31 dicembre 2009

Felice 2010

Gli anni passano, con l'augurio che il tempo possa portare tanta serenità e pace nei vostri cuori... Felice 2010 a tutti i lettori del mio blog...
Natale Zappalà

lunedì 28 dicembre 2009

La battaglia della Sagra

La battaglia della Sagra - un fiume situato nel territorio di Kaulonia (da non identificare con l'attuale cittadina di Caulonia, ma con il sito di Monasterace Marina, celebre per i suoi templi sommersi), oggi identificato con il Torbido o l'Allaro - è una delle più celebri battaglie della storia dell'antica Grecia. Uno scontro del quale sono pervenuti soprattutto gli aspetti leggendari, come il particolare delle acque intrise di sangue delle migliaia di caduti.

L'episodio si origina, presumibilmente, fra il 560 e il 535 a.C.; i Crotoniati attaccano la città di Locri, rea di aver coadiuvato, qualche anno prima, Siri, nel corso delle controversie occorse con la polis del Capo Lacinio che, poco tempo dopo, ospiterà Pitagora fra le sue mura. Crotone attacca Locri con un esercito di centotrentamila uomini - una cifra certamente esagerata che, probabilmente, tiene conto del numero complessivo degli abitanti distribuiti nel vasto territorio crotoniate - mentre gli avversari non sono più di dieci-quindicimila, compresi i mille uomini della guarnigione di frontiera inviati da Reggio, che teme per la sua stessa integrità.

Il terreno dello scontro coincide col punto di guado della Sagra, una zona presumibilmente angusta, in cui la superiorità numerica dei Crotoniati non riuscì a prevalere sulla determinazione e il coraggio di Locresi e Reggini, che combattevano per la salvezza della propria città e dei loro beni, immediatamente collocati dietro la formazione compatta dei propri eserciti.

Un antico cronista racconta che i Dioscuri, i gemelli divini Castore e Polluce - le cui superbe statue equestri potremo presto rivedere presso la nuova location espositiva di Palazzo Campanella - apparvero miracolosamente fra le file della falange locrese, incoraggiando lo sforzo decisivo per ottenere la vittoria. Fra i Locresi, d'altronde, abbondavano le superstizioni, se è vero che si usava lasciare un posto vuoto nella prima fila dell'esercito locale, per far posto al fantasma di Aiace d'Oileo, l'eroe omerico originario della Locride di Grecia da cui discendevano gli stessi coloni italioti.

Mitologie a parte, dopo la battaglia della Sagra, i Locresi intrapresero una politica aggressiva – per esempio, la conquista della piazzaforte commerciale di Matauros/Gioia Tauro - che li portò alla rottura dei rapporti coi Reggini, preludio ad uno stato quasi continuo di belligeranza fra le due città confinanti, destinato a culminare durante l'era della tirannide anassilaide nella città dello Stretto (494-476). L'esercito reggino, nel corso del 477/76, si fermerà ad un passo dalle porte di Locri, grazie all'intervento diplomatico del tiranno siracusano Ierone, mentre le fanciulle locresi erano già state votate alla prostituzione sacra presso il tempio di Persefone. Imboscate e scontri di frontiera fra Reggini e Locresi, sul versante ionico di Capo Spartivento, erano all'ordine del giorno, se è vero che sono state riportate alla luce numerose postazioni di controllo per sentinelle, oltre ad una sorta di “caserma” permanente, nel Palizzese.

I Reggini svilupperanno un sistema ottimale di controllo della arterie viarie terrestri e marittime, di cui resta testimonianza nelle rovine di Serro di Tavola, nell'odierno territorio comunale di Sant'Eufemia di Aspromonte, un fortino posto a guardia dell'itinerario montano per Gambarie.Non è difficile rievocare il cozzare metallico degli scudi di bronzo, le due falangi serrate che si affrontano all'ultimo sangue, i gloriosi retaggi di una storia orgogliosa, perennemente in grado di raccontarci le epiche gesta dei nostri padri.


mercoledì 23 dicembre 2009

AUGURI

Non so quale credo religioso rispecchi la vostra fede interiore, ma una festa vecchia di migliaia di anni talvolta può essere un'occasione ottimale per augurare a tutti i lettori del mio blog di poter trascorrere delle spensierate ore di felicità insieme alle persone che fanno battere, ogni giorno, i vostri cuori...

lunedì 21 dicembre 2009

Giacomo Leopardi e Aspasia

La manualistica scolastica, specie nel contesto della letteratura italiana, è colma di autori ed opere decisivamente sviliti dall'obbligo scolastico. E' il caso di Giacomo Leopardi, laddove gli approcci ripetitivi di docenti non sempre al passo con la ricerca hanno favorito l'approssimativa categorizzazione della fisionomia del poeta di Recanati nel suo momento più noto, la fase del pessimismo cosmico, una visione negativa e senza speranza dell'esistenza umana. In sostanza, lo studente si ferma spesso allo studio di un momento, seppur importante, del pensiero di Leopardi, trascurando i pur evidenti cambiamenti di mentalità e prospettive che influenzarono l'ultimo decennio della sua vicenda biografica e professionale.
Nel corso del 1830 Giacomo conosce, a Firenze, la venticinquenne Fanny Targioni Tozzetti, donna bellissima e colta, ma con un'inquietante fama di raffinata seduttrice alle spalle; il poeta se ne innamora perdutamente, non ricambiato (pare che Fanny “mirasse” all'inseparabile amico di Leopardi, Antonio Ranieri), e a lei dedica cinque canti, il cosiddetto “ciclo di Aspasia” (Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e Morte, A se stesso e Aspasia).
Il “ciclo di Aspasia” coincide con l'evoluzione di una passione reale, terrena e talvolta “carnale”, nei confronti di una donna vera, non più allegoria di giovinezza o speranze sul modello dei “grandi idilli”, caratteristici della fase del pessimismo cosmico. Una passione finita male – il Leopardi non ebbe “rapporti” di nessun genere con la Targioni Tozzetti – ma affrontata vigorosamente, razionalizzata e dominata con maestria. Questo traspare dalla lettura del canto che chiude il ciclo, Aspasia, il cui titolo richiama l'etera (nel mondo greco, le etere erano delle sorte di prostitute, coltissime ed eleganti) amata dallo statista ateniese Pericle nel V sec. a.C.
L'Aspasia è un sublime tentativo di esorcizzazione del sentimento amoroso, attraverso la scissione fra la persona idealizzata e la sua effettiva consistenza terrena.

Pur quell'ardor che da te nacque è spento:
Perch'io te non amai, ma quella Diva
Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.


Davvero niente male per un disilluso “passero solitario”, colpevole di vedere sempre nero, che tanto ci ha annoiato quando, seduti di malavoglia sui banchi di scuola, assistevamo alle anacronistiche spiegazioni del professore di letteratura; così Leopardi riesce a dominare l'impeto di un amore non corrisposto, non tralasciando di lanciare, con manifesta superiorità, qualche piccata frecciatina, volta ad esprimere la distanza incolmabile, presente in Fanny, fra bellezza ed intelligenza:

A quella eccelsa immago sorge di rado il femminil ingegno.

In fondo, Giacomo era di parte, in quanto recitava il ruolo dello spasimante respinto. Nei decenni successivi, quando il nome di Leopardi cominciò a risplendere nel firmamento dei più grandi autori italiani di tutti i tempi, piovvero critiche e rimproveri per la Targioni Tozzetti, come se la donna avesse dovuto obbligatoriamente concedere le proprie grazie al non certo piacente poeta (gracile, basso, con una doppia gobba, anteriore e posteriore).
Un “sacrificio”, così invocato dal pubblico, del quale chiese conto persino la giovane Grazia Deledda, quando incontrò l'ormai anziana Fanny, alla fine dell'Ottocento; la Deledda le chiese “come avesse fatto a resistere ad un uomo come Leopardi”, sentendosi rispondere, laconicamente, “mia cara, puzzava”.

mercoledì 16 dicembre 2009

La via Popilia e la differenza fra le strade romane e quelle odierne

Nel corso del 132 a.C., il Senato di Roma promosse la costruzione di una grande arteria viaria di collegamento fra Capua e Reggio, nota come via Popilia dal nome del magistrato che sovrintese ai lavori - Publio Popilio Lenate; altri optano ad attribuire la paternità dell'opera a Tito Annio Rufo, pretore nel 131 - da cui la denominazione di via Annia - o a Tito Annio Lusco, console nel 153, ma l'inaugurazione del percorso stradale rimane, comunque vada, nel contesto del II sec. a.C.
La peculiarità delle strade statali romane consiste soprattutto nella lunga durata della loro praticabilità; ancora oggi, è possibile seguire la via Salaria, la via Appia, la via Aurelia e così via.
Nonostante il progresso e le innovazioni tecnologiche dei nostri giorni, i collegamenti viari romani sono ancora a passo coi tempi. Nel caso della nostra Statale 18, perennemente soggetta al principio della deviazione (rimando i lettori al mio precedente intervento in merito alla dimostrazione di questo principio fisico-matematico) direi - assumendomi le responsabilità di quanto sto per affermare - che l'ANAS adotta sistemi di gestione e manutenzione delle strade degni del Neolitico. La spiegazione del fenomeno è semplice e può essere ricondotta ad una questione di mentalità e costume. Nella Roma caput mundi, seppur non mancassero gravi problemi di corruzione e malcostume politico, ogni amministratore pubblico o privato (incaricato dell'appalto) sapeva che la riduzione dei tempi e delle distanze fra gli spazi geografici della res publica e poi dell'Impero avrebbe avuto effetti benefici sull'economia e sul benessere della comunità: razionalizzazione degli approvvigionamenti alimentari e delle operazioni commerciali, miglioramento delle condizioni di vita della popolazione ed aumento della mobilità dei cittadini e degli scambi culturali.
C'era, in altri termini, una forma di rispetto nei confronti del concetto di pubblica utilità che travalicava di gran lunga gli episodi di malversazione, corruzione e cattiva gestione. I termini di consegna dei lavori venivano sempre rispettati (a proposito, qual è la sindrome che affligge il raccordo autostradale di Scilla, i cui termini di consegna sono scaduti da parecchio?), anche perché la puntualità - altro concetto sciaguratamente ignorato oggigiorno - creava consenso, e - detta volgarmente - portava voti.
Nel Terzo Millennio invece, ci si contenta di turlupinare la legge, lo stato e i cittadini. La Salerno-Reggio Calabria costituisce l'esempio illuminante di tali malcostumi. Sono stati traforati i monti della Sila piuttosto che utilizzare la più comoda e breve litoranea, con il risultato di allungare a dismisura il tempo impiegato da un automobilista per raggiungere Napoli. Per non parlare poi di cantieri interminabili, manutenzione inesistente, ingegneri ambientali da mettere alla gogna. Il rispetto della pubblica utilità si è oggi tramutato nella venerazione dell'assioma del futticumpagnu (traducete letteralmente in sbeffeggia l'amico): un cantiere stradale o autostradale è sovente una fonte inesauribile di arricchimento personale, ai danni della popolazione e della Repubblica Italiana.
Ma torniamo alla nostra via Popilia e diamo fondamento scientifico alle nostre considerazioni. Il lapis Pollae - iscrizione, rinvenuta a Polla, in provincia di Salerno, indicante i principali centri attraversati dalla strada romana, con tanto di indicazione delle miglia intercorrenti fra una tappa e l'altra - sulla base delle equivalenze fra i vari sistemi di misurazione spaziale, contempla una distanza complessiva fra di 475 chilometri fra Capua e Reggio, pressappoco corrispondente a quella attuale. Domanda: sono stati compiuti dei progressi dopo più di duemila anni? No, nessuno. Anzi, da Reggio a Capua, conviene spostarsi col tappeto volante o col mantello impermeabile di S. Francesco di Paola. Davvero niente male per una società che si definisce "tecnologica".

In foto, frammento lastricato dell'antica via Popilia.

lunedì 14 dicembre 2009

L'origine del nome Italia


Oggigiorno, il termine Italia definisce, in accezione giuridica, uno stato che abbraccia, geograficamente, la penisola nella sua interezza, dalle Alpi alla Calabria, insieme alle isole di Sicilia e Sardegna. Anticamente, tale toponimo designava la sola estremità meridionale della penisola, dall'istmo lametino-squillaceo al Capo Spartivento.
Ma qual è l'origine del nome Italia? I Greci, per spiegarne l'etimologia, ricorrono al mito, la loro memoria storica più remota. Il toponimo viene connesso con il passaggio di Eracle/Ercole in Occidente. Si racconta che l'eroe, dopo avere sottratto la celebre mandria di buoi di Gerione, nell'isola di Trinacria (l'attuale Sicilia), giunse sulle rive dello Stretto di Messina. Un vitello fuggì dal branco per poi gettarsi in mare; Eracle fu dunque costretto a guadare l'intero canale per catturare l'animale fuggiasco, approdando infine presso quel promontorio che, anticamente, portava il nome dell'eroe: il Capo Eracleo, oggi noto come Spartivento. Da allora, l'intera regione venne chiamata Italìa, cioè “terra del vitello (uitalos-vitulìa)”.
Si tratta, a ben vedere, di una leggenda elaborata a posteriori dai Greci, quando essi avevano già provveduto a fondare le numerose poleis di Sicilia e Magna Grecia. Il mito, nella fattispecie, serviva a giustificare e legittimare il possesso del territorio ab antiquo. Gli Elleni erano dei veri e propri specialisti del settore: grazie ai loro strumenti di propaganda – religione, miti e leggende – riuscivano a presentare i luoghi che occupavano come lande incontaminate e selvagge, mentre il loro arrivo coincideva spesso con la conquista cruenta e la conseguente estromissione delle componenti indigene dal territorio. E' il caso di Reggio, laddove la tradizione rimanda l'origine del toponimo cittadino al verbo greco ρήγνυμι, “rompere/divellere”, in riferimento alla presunta separazione, causata dagli eventi sismici, fra Sicilia e Calabria; classico esempio di strumentalizzazione, dal momento che la corretta etimologia del nome rimanda al termine italico regium, nel senso di “città del re”.
L'Italia era infatti abitata prima dell'arrivo dei Greci, sino all'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C., dagli Ausoni, popolo di stirpe italica, che tante tracce archeologiche hanno lasciato nei luoghi della provincia reggina (basti ricordare i reperti provenienti da Taureana di Palmi o dai Piani alla Corona), la cui memoria leggendaria si lega al regno di Eolo e dei suoi figli, in particolare Giocasto, il primo fondatore di Reggio.
Un'altra leggenda di dubbio fondamento storico lascia risalire l'origine del nome Italia ad un sovrano eponimo (che da il nome), appartenente al popolo degli Enotri, provenienti dall'Arcadia greca; sostanzialmente, un altro tentativo di rivendicare, da parte degli Elleni, il possesso del territorio, sin dalle epoche più remote.
Qualunque sia il significato corretto del toponimo, è certo che l'antica Italia, prima dei Greci, fosse popolata da varie tribù autoctone, alcune delle quali – i Siculi e i Morgeti – continuarono ad abitare le alture aspromontane persino dopo l'arrivo dei Greci di Rhegion. La conquista romana, infine, avviò e concluse il processo di espansione dell'accezione geografica del termine, che finì per abbracciare il Lazio, l'Etruria e la Pianura Padana, sino al confine naturale delle Alpi.

In foto, la protome di vitello, simbolo del mito di Eracle e dell'origine del nome Italia, immagine monetale reggina di inizio V sec. a.C.

mercoledì 9 dicembre 2009

Taureana e San Fantino

La provincia di Reggio Calabria presenta numerosi siti di elevato interesse archeologico, alcuni dei quali – Castellace di Oppido Mamertina o Taureana di Palmi – restituiscono materiali databili dall'età protostorica sino alle soglie della modernità.
Il pianoro di Taureana, zona di grande valenza strategica, situata a ridosso di un eccellente approdo , fu caratterizzato già durante l'età del Bronzo da un insediamento ascrivibile alla facies Ausonia, sulla base dei reperti ritrovati in loco, confrontabili con quelli, della stessa tipologia, rinvenuti a Lipari e Milazzo. Degli Ausoni resta traccia di affascinanti mitologie, relative al regno di Eolo e dei suoi figli, uno dei quali – Giocasto – venne sempre considerato il primo fondatore di Reggio.
L'arrivo dei Greci di Rhegion – la cui chora (territorio) si estendeva dal Palizzese sino al corso del fiume Metauros/Petrace – coincise con la realizzazione, nel sito, di un chorion (un centro fortificato), da identificare con la possente città di Taisia, citata dallo storico Diodoro Siculo.
Dopo il 387 a.C. - anno della sconfitta di Reggio ad opera di Dionisio I di Siracusa – la roccaforte di Taisia venne occupata da una guarnigione di mercenari osco/campani (stessa etnia di quelli stanziati da Dionisio a Mamertion (Oppido) ed in altri luoghi strategici del territorio reggino) che avevano combattuto per il tiranno. Taisia divenne nota come Taureana, dalla denominazione dell'animale sacro dei barbari, il toro; dei Tauriani ci rimangono, insieme alla fama di guerrieri spietati, i possenti cinturoni in bronzo rinvenuti nelle aree funerarie locali.
A questo luogo si lega inoltre la memoria storica e leggendaria di uno dei più antichi santi calabresi, Fantino il Cavallaro, vissuto a cavallo fra il III e il IV sec. d.C. Costui era, secondo la tradizione, lo stalliere di un possidente del luogo, Balsamio.
Il dato più interessante della sua agiografia è fornito dal famoso miracolo del fiume Metauros; un fiume già protagonista di altre, remote, leggende, in quanto l'attuale Petrace si identifica con il “fiume nato da altri sette fiumi”, legato alla purificazione di Oreste della versione magno-greca dell'omonimo mito, raccontata dal poeta Stesicoro. Si dice di San Fantino – con evidenti analogie col celebre passaggio del Mar Rosso di Mosè – che riuscì a separare le acque del Metauros in tempesta col solo tocco del suo frustino, al grido di: “Apriti Metauros, è Fantino, servo di Dio, che te lo ordina”.
Sulla tomba di Fantino – forse, in origine, la stessa residenza romana di Balsamio – venne poi edificato un luogo di culto, divenuto celeberrimo in età medievale; si tratta della suggestiva chiesetta sotterranea di Taureana, presumibilmente parte – come sembrano dimostrare le recentissime indagini archeologiche in proposito – di un monastero più grande.
Gli ambienti presentano tracce di distruzione cruenta e, nonostante molti eruditi si affannino ad attribuire tali devastazioni alle scorrerie saracene del IX-X sec., nessuno mi toglie dalla testa – finché delle valide argomentazioni scientifiche non mi convinceranno del contrario – il nome dei veri esecutori dello scempio dei monasteri greco-ortodossi del Meridione: i Normanni, ovvero i primi di una lunghissima serie di colonizzatori destinati a depauperare la nostra terra dei suoi più floridi tesori.

In foto, particolare della chiesa di San Fantino a Taureana di Palmi

lunedì 7 dicembre 2009

Le Terme sotto la Banca d'Italia

Il Corso Garibaldi, a Reggio Calabria, val bene una visita, e non soltanto per lo shopping, data la presenza dei numerosi edifici, capaci di raccontare le pagine del nostro passato.
Davanti ad un noto ritrovo – famoso per la qualità degli aperitivi – all'incrocio con via Palamolla, sorge il palazzo della Banca d'Italia. Il turista o l'appassionato possono, oggigiorno – seppur sbocconcellando l'ennesima crespella – documentarsi in merito ai reperti archeologici rinvenuti in loco, leggendo il pannello informativo messo a disposizione dall'Assessorato alla Cultura, che si trova presso l'entrata della Banca.
In quest'area sorgeva la sontuosa residenza che Dionisio il Siracusano si fece erigere dopo la conquista della città nel 387 a.C., dopo un assedio durato ben undici mesi; lo stesso tiranno avrebbe piantato i famosi platani, presso l'attuale Lungomare Falcomatà.
La rifondazione di Rhegion in Phoebea (= la città di Apollo) nel 356 – ad opera di Dionisio II – e la successiva riconquista delle libertà cittadine, coincisero con la rifunzionalizzazione dell'edificio in Ginnasio, luogo di istruzione e centro ricreativo della gioventù reggina.
In epoca romana, lo stesso Ginnasio dovette essere adibito a stabilimento termale, così come attesta l'iscrizione latina rinvenuta nel sito, che commemora la ristrutturazione dell'impianto in seguito ad un evento sismico, promossa dal governatore (corrector) di Lucania e Bruttium, Ponzio Attico, sotto gli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, nel 374 d.C.
Rhegium era allora il capoluogo della regione e – a pochi stadi di distanza dalle terme, presso l'attuale Piazza Italia - doveva trovarsi il foro urbico, con tanto di residenza del governatore: il lastricato di età romano-imperiale emerso dagli scavi, la scorsa settimana, costituisce la prova decisiva in proposito.
Attendiamo l'esito delle ricerche, condotte dalla Sovrintendenza, per saperne di più sul profilo storico della Reggio romana. Frattanto abbiamo riscoperto insieme un altro tassello del mosaico della plurimillenaria storia del nostro territorio.

venerdì 4 dicembre 2009

Storie di una piccola Roma

I recenti ritrovamenti archeologici reggini - rimando i lettori al mio precedente intervento, relativo al rinvenimento di un frammento di strada lastricata di epoca romana in Piazza Italia - rappresentano un'occasione ottimale per riaprire il dibattito sul rapporto che lega i reggini (intesi nella totalità della popolazione residente nella provincia in questione) alle testimonianze materiali del loro passato.
Definirei Reggio - esempio vivido di drammatica indifferenza alla miriade di tracce documentarie che continuano ad emergere dal sottosuolo - una "piccola Roma", per via dei frequenti, inaspettati e spesso bistrattati, ritrovamenti in cui ci si imbatte ogni qual volta che vengono effettuati degli scavi di superficie (figuratevi quando sono di profondità…) nel centro storico (e, talvolta, persino nelle periferie).
E' tuttavia lampante, l'enorme disavanzo che si riscontra fra il numero delle informazioni pervenute, legate ad una storia trimillenaria, e l'esiguità dei resti materiali del suddetto passato, da offrire al pubblico. Le responsabilità di tale squilibrio vengono spesso attribuite alle calamità naturali, in primis la pur persistente attività sismica.
E la mutilazione delle mura medievali del Castello Aragonese? Il ninfeo romano e il tempio di Apollo Minore demoliti per fare largo all'"intubata" della Stazione Lido? Chi ha violato l'architettura della chiesa degli Ottimati in ossequio al Piano De Nava? Chi ha consentito che un cancello elettrico si appoggiasse alla cinta muraria di IV secolo a.C., alla Collina degli Angeli? Di certo, non è stato il terremoto.
La lista è ancora lunga, specie se includiamo le devastazioni compiute, nel corso dei decenni, nel territorio provinciale.
Per non parlare del comico conflitto che esiste fra la verità ufficiale, ma spesso non attendibile, promulgata dalla Sovrintendenza e le migliaia di fantomatiche verità ufficiose, le segnalazioni verbali di chi, molto spesso, assiste come testimone muto allo scempio. Così, persino Giovanni Pascoli probabilmente sapeva del teatro-ekklesiasterion greco presso l'attuale Parco alla Rotonda, ma nessuno scavo scientifico ha mai fatto luce sulla vicenda; e tutto ciò è irritante.
La colpe, fra autorità, enti pubblici e privati cittadini, in termini di conservazione, tutela o restauro dei beni archeologici, sono state - e continuano ad esserlo, chiedete ai contadini che trovano i vasi calcidesi zappando la vigna acquisita per usucapione e poi li contrabbandano - imperdonabili.
Manca la mentalità necessaria, ma mancano soprattutto - consentitemelo - l'intelligenza e la consapevolezza necessarie per promuovere delle essenziali strategie di promozione turistica, che tanto bene potrebbero fare alle tasche di tutti i reggini.
Altrove riescono a ricavare parchi archeologici all'avanguardia - visitati da autentiche vagonate di turisti pronti a spendere - persino dalle cacche fossilizzate, semmai esistono. Qui, i resti materiali di un passato davvero grandioso vengono abbattuti o dimenticati in nome del progresso. Almeno l'avessimo mai visto, questo progresso. Ecomostri, deviazioni secolari, frane e - udite, udite - qualche bagno in più nell'appartamento della suocera.
Il tutto a spese della cultura, del turismo, della speranza, senza neppure vedere uno straccio di benessere: solo tanta ignoranza, molta indifferenza e qualche tombarolo che - quello si, ahimè - va controcorrente. Come il barcaiolo del Tevere. Bella canzonetta popolare.

martedì 1 dicembre 2009

Scoperto un lastricato romano a Reggio Calabria

E' stato rinvenuto, nei giorni scorsi, presso il cantiere aperto di Piazza Italia, a Reggio Calabria, un frammento di strada lastricata, probabilmente risalente all'età romano-imperiale. Sono state immediatamente allertate le autorità competenti – la soprintendente Simonetta Bonomi, il sindaco Scopelliti, l'assessore ai beni culturali Antonella Freno e la responsabile scientifica degli scavi di Piazza Italia, Rossella Agostino – oltre a numerosi archeologi e studiosi di professione, esperti di storia ed architettura reggina .
Sulla base delle prime indagini condotte in loco, il manufatto potrebbe essere ricondotto all'area dell'antico foro di Rhegium, in qualità di percorso viario o come parte della piazza vera e propria. Si attendono nuovi sviluppi in merito da future e maggiormente approfondite analisi archeologiche, avviate con ulteriori fondi messi a disposizione dal Comune. L'idea è fare di Piazza Italia una sorta di museo all'aperto, a disposizione dei turisti e della popolazione residente.
Si tratta di una zona urbana di elevato interesse storico-culturale, già identificata in passato con il praetorium romano-imperiale e poi con il kastron bizantino, ove tuttora si affacciano i più importanti edifici della Reggio moderna, da Palazzo San Giorgio alla Prefettura e al Teatro Cilea.
Un ritrovamento di eccezionale rilevanza nel quadro della valorizzazione del plurimillenario passato del territorio reggino, da interpretare necessariamente come un ulteriore incentivo per migliorare le strategie di promozione turistica della nostra provincia.