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lunedì 30 novembre 2009

I Normanni razziatori della cultura reggina

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sentito parlare della Fata Morgana - celebre fenomeno ottico che si riscontra nell'area dello Stretto - o di Rolando, Gano, Carlo Magno e del teatro dei pupi; elementi attinti dalle culture franco-settentrionali che poco si conciliano con il patrimonio storico-culturale reggino.
Alle radici di questo processo di trasposizione forzosa di tradizioni e costumi alieni al plurimillenario bagaglio conoscitivo nostrano, si cela l'invasione normanna della Calabria romea (per romea, il lettore intenda la corretta denominazione di quel popolo che la storiografia settecentesca, in accezione spregiativa, ha definito bizantino - i veri eredi dell'Impero Romano, a differenza di Carlo Magno, gli Ottoni, il Barbarossa e compagnia bella di sovrani germanici), ovvero il germe ancestrale delle sventure umane ed economiche della nostra regione, fonte originaria dei mali secolari che la affliggono - mafia, appaltocrazia, clientelismo ed ignoranza.
Siamo nel 1059/60: questa stirpe di predoni rinciviliti (non è un mio giudizio critico, ma un dato oggettivo, dal momento che i Normanni giunsero in Europa continentale come mercenari seminomadi, dando tuttavia prova di grande abilità nell'apprendere e far proprie leggi e culture altrui, come nel caso del diritto feudale), col beneplacito del vescovo di Roma, si appropriano del Mezzogiorno italiano, cominciando un lento e faticoso cammino di conquista della Sicilia araba. In termini di propaganda, i guerrieri venuti da Nord ameranno presentarsi come i difensori della cristianità dalla minaccia islamica; un abile strumentalizzazione del tanto abusato concetto di crociata, spesso utilizzato come palliativo volto a mascherare le reali brame di terre e ricchezza degli uomini.
I Normanni promuovono, in realtà, un graduale processo di appropriazione indebita di territori, cultura e tradizione, ai danni della popolazione greca del Meridione. Una lunga serie di atti di barbarie che - è il caso dei monasteri greco-ortodossi, altrimenti detti basiliani - rasenta i fenomeni novecenteschi di pulizia etnica. Spettava poi ai membri della famiglia Altavilla, il compito di disseminare nuove abbazie latine in Calabria e Sicilia - sul modello di S. Maria dei XII Apostoli a Bagnara, ammesso che l'originale del diploma di fondazione, se esiste, risalga davvero all'XI secolo e non sia invece un falso storico elaborato nei secoli successivi, come risulta dalla maggioranza degli esami paleografici condotti su documenti simili - in modo di diffondere artificialmente l'osservanza del rituale romano. Non a caso, molti storici moderni individuano nel consenso papale alle conquiste di Roberto il Guiscardo e del Gran Conte Ruggero, la vera causa dello scisma fra la chiesa latino-cattolica e quella greco-ortodossa (a.D. 1054).
Le suddette dinamiche - irritantemente taciute dalla manualistica scolastica - risultano esemplificate dagli stessi indirizzi di "politica culturale" degli invasori, specie dal riadattamento normanno dell'epica romea - altra forma di conquista cruenta - evidente nella rielaborazione della Canzone d'Aspromonte.
La Canzone d'Aspromonte è un poema cavalleresco in diciotto canti, incentrato sulla difesa di Risa (Reggio, in arabo) dagli attacchi saraceni fra il IX e la prima metà dell'XI secolo. La venuta dei Normanni coincise con la sostituzione dei prodi cavalieri reggini-romei, originari protagonisti del poema, con i paladini di Carlo Magno. Così, troviamo inspiegabilmente Carlo Magno ed un giovane Rolando (lo stesso di Roncisvalle e della spada Durlindana) a combattere contro Saraceni, grifi e draghi, fra le coste dello Stretto e le alture di Aspromonte. Ma la cosa veramente incredibile - oltre che sostanzialmente omessa dalla maggior parte dei libri di letteratura in uso nelle scuole superiori, pur capaci di illustrare meticolosamente le chansons de geste del ciclo carolingio - è che la Chanson d'Aspremont (titolo in franco-provenzale della versione normanna del poema) continuò per secoli a fornire materiale letterario alle successive redazioni di poemi cavallereschi, venendo a costituire una sorta di prologo alla meglio nota Chanson de Roland (Rolando, futuro eroe di Roncisvalle, riceve l'investitura proprio in Aspromonte); lo stesso discorso vale per il topos dell'amore che unisce un cavaliere cristiano ad una guerriera saracena - Ruggiero di Reggio e Gallicella nella Canzone d'Aspromonte - poi ripreso dal Tasso nella Gerusalemme Liberata.
In definitiva, i molteplici scontri fra Arabi e Romei furono rifunzionalizzati dalla propaganda normanna al fine di legittimare il proprio ruolo di conquistatori provvidenziali (cioè mandati da Dio) del Mezzogiorno d'Italia.
Non è compito dello storico quello di esaltare, ridimensionare o strumentalizzare il passato del nostro territorio, abitudini frequenti di chi ha giocato ad occultare la riscoperta delle verità dimenticate, unico e valido oggetto di una ricerca scientifica spassionata, in grado di comprendere e valorizzare il patrimonio di memorie che identifica un popolo.

In foto, introduzione del codice franco-provenzale della Chanson d'Aspremont

1 commento:

  1. OT

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