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mercoledì 11 novembre 2009

Il 2012 e il trionfo delle bufale apocalittiche

Le ansie millenaristiche - ossia i timori di una prossima fine del mondo, spesso elaborati in forma di profezia - hanno spesso condizionato, nel corso della Storia, gli individui meno colti e creduloni. Molti pretesero di individuare in Silvestro II - al secolo Gerberto di Aurillac (950-1003 c.ca), il papa dell'anno Mille - l'Anticristo descritto dall'Apocalisse giovannea, solo perché si trattava di un uomo dottissimo ed integerrimo - ne sapeva persino di cultura araba - in un'epoca caratterizzata dalla frequente inadeguatezza dei pontefici, per lo più ignoranti e pervertiti da competizione (molti di essi conducevano vite dissolute, con figli e concubine al seguito che, talvolta, ingerivano negli affari dello Stato della Chiesa, come l'ex prostituta Marozia, amante di Sergio III e madre di papa Giovanni XI).
Il mondo continuava tuttavia ad esistere, in barba al moltiplicarsi di profezie e maldicenze, sia dopo l'anno Mille, sia allo scoccare di ulteriori date, indicate come tappe finali del destino dell'umanità: il 1300, il 1500, il Concilio di Trento, la Rivoluzione Francese e il 1999. Periodicamente, nelle città comparivano folte processioni di flagellanti, uomini e donne penitenti soliti procedere all'auto-tortura, al fine di espiare i propri peccati nell'attesa della prossima fine del mondo.
Le banche-dati da cui attingere o adattare vecchie e nuove profezie erano, di norma, il libro di Daniele, Isaia e - soprattutto - l'Apocalisse, il celebre testo neotestamentario prodotto da una setta ebraico-cristiana nella prima metà del II secolo d.C. e falsamente attribuito all'apostolo Giovanni. Un'opera letteraria che trova significativi termini di paragone con testi apocrifi ebraici del passato, anch'essi basati sulla descrizione personale e visionaria della probabile ed imminente fine dei tempi.
L'ampliamento delle conoscenze culturali coincise con la divulgazione delle teorie di nuovi, sedicenti "profeti" come Malachia, Gioacchino da Fiore, Mamma Shipton o il celeberrimo Nostradamus. Si tratta di autori a dir poco inattendibili, che godono tuttora di grande popolarità presso i posteri, grazie soprattutto all'infaticabile opera di divulgazione dei soliti scrittori ciarlatani, pronti a strumentalizzare per fini editoriali l'avida sete di misteri e verità occulte, proprie di ampie fasce di pubblico; lo stesso pubblico che ha finanziato l'arricchimento di un romanziere mediocre come Dan Brown.
Il trucco consisteva spesso nel comporre -è il caso delle quartine di Nostradamus - dei versi astrusi, al limite dell'incomprensibile, colmi di sventure ed avvenimenti infausti che potevano sconvolgere la mente di un uomo del '500 (scismi religiosi, morti di papi e imperatori, pestilenze ed invasioni turche); il lettore, leggendo questi versi, sulla base della propria estrazione culturale, sociale, geografica, può sostanzialmente ricavare ciò che vuole, specie se disconosce il contesto storico e la personalità di Nostradamus.
Ecco che, persino io, posso riuscire a ricavare una profezia post-eventum da una quartina di Nostradamus, inerente l'attacco aereo al Word Trade Center dell'11 settembre 2001:

Cinque e quaranta gradi il cielo brucerà
il fuoco si avvicinerà alla grande città nuova,
in un istante la larga fiamma farà un balzo,
quando si vorrà far prova dei Normanni
. [Centurie, VI, 97]


La città nuova (New York) si trova fra il 40° e il 45° parallelo; l'attacco avviene, in un istante, dal cielo che brucerà in un istante (i velivoli dirottati dai terroristi colpirono all'improvviso i due grattacieli). Quanto all'ultima frase - quando si vorrà far prova dei Normanni - posso benissimo arrampicarmi sugli specchi, spiegando il riferimento astruso agli Uomini del Nord nel senso di un mezzo di pressione psicologica (quando si vorrà far prova) volto ad impaurire, con l'arma del terrorismo, la società capitalistica nord-occidentale. Su illazioni come questa si fondano effettivamente le fortune editoriali dei moderni interpreti dell'astronomo francese.
Oggi, il pubblico è alla mercé della "profezia dei Maya", che prevede una "data di scadenza", per il nostro pianeta, fissata al 21/12/2012, sulla base dei calcoli astronomici effettuati dall'antico popolo americano. Se solo si prestasse attenzione agli studiosi di mestiere - e non ai buontemponi in cerca di successo mediatico e materiale, avvalorati dalle attenzioni che gli rivolgono programmi televisivi mediocri e speculatori hollywoodiani- si comprenderebbe immediatamente la colossale bufala di cui si tratta.
I Maya utilizzarono infatti diversi tipi di calendario; quello in questione, il Lungo Computo, si basava su una concezione ciclica del tempo, laddove la fine dell'ultima era coincide col 21/12/2012. Una data che rappresenta, tuttavia, nient'altro che la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo; la stessa cosa è successa ai popoli occidentali con l'anno Mille o col Duemila. Non c'è alcuna profezia: si tratta di un banale calcolo cronologico. Per il resto - gli allineamenti planetari, le comete o le collisioni varie con corpi celesti che si leggono su Internet - basta recarsi presso un comune osservatorio spaziale per rendersi conto dell'assoluta falsità delle suddette teorie.
Insomma, il mondo, probabilmente, non finirà nel 2012, così come non è finito nel 1000 o nel 1300. Possiamo tuttavia prevenire le REALI catastrofi verificabili, iniziando ad avere più rispetto nei confronti dell'ambiente in cui viviamo, adottando una visione ecologicamente sostenibile del rapporto fra progresso e pianeta; anche perché - credere in queste balordaggini - è una grave offesa alla presunta superiorità intellettuale degli esseri umani sul mondo circostante.

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